Lavoro stabile, pensione sicura e altre illusioni

In questi giorni sono stato colpito dallo slogan di un manifesto del partito dei “Comunisti Italiani” che promette “lavoro stabile e pensione sicura”.

A mio modo di vedere le cose il fatto di pubblicizzare sui cartelloni un risultato che dovrebbe far parte del programma dell’attuale governo – di cui i Comunisti Italiani sono parte rilevante – dimostra quanto siano deboli i presupposti di questa coalizione e quanto utopistica e ideologica sia l’immagine della società che ne voglio dare le sue componenti più radicali ed estremistiche.

Sarebbe bello poter contare sul supporto degli slogan propagandistici per realizzare i grandi progetti sociali, ma la realtà dice tutt’altro. Sappiamo tutti molto bene che nell’attuale economia della concorrenza e della globalizzazione, il lavoro non può più considerarsi stabile, ma flessibile. Oggi infatti tutta l’economia è costretta ad adeguarsi al panorama complesso della società postmoderna ed è quantomai dimostrato che anche i grandi interventi e il controllo statale non garantiscono alle nostre aziende di sopravvivere – casomai è vero il contrario.

Ma perché succede questo? Probabilmente perché la maggioranza dei cittadini del mondo vuole scegliere il proprio modo di essere e ricava la gratificazione attraverso la varietà di innumerevoli modelli culturali che sono intimamente legati alla società del nostro tempo, società che nessuna ideologia aveva previsto e nemmeno ha saputo governare.

Garantire lavoro stabile significa quindi garantire la gratificazione della maggioranza dei cittadini? Forse questi ultimi chiedono semplicemente di poter lavorare per soddisfare le proprie esigenze, ma garantire loro semplicemente il lavoro è molto più difficile che garantire un lavoro stabile. Per fare la prima cosa bisogna saper capire la società – non i vangeli ideologici – e lasciare spazio alla creatività e alla complessità (il che significa a volte rinunciare alla stabilità a favore di maggiori opportunità). Per garantire lavoro stabile oggi, invece, non vedo altra via che feudalizzare la società ritornando indietro verso illusorie e inverosimili epoche passate, dove si poteva corporativizzare e pianificare tutta l’economia nazionale attraverso l’intervento regolatore dello stato. Per garantire lavoro stabile bisogna difendere i modelli produttivi imposti dall’alto, sacrificando il mercato.

Se parliamo della pensione, la prospettiva dei Comunisti Italiani diventa ancora più utopistica e illusoria. Per interi decenni abbiamo affidato la nostra previdenza a pachidermici, giganteschi e inefficienti apparati statali per scoprire che la nostra pensione è stata messa in pericolo proprio dalle enormi sperequazioni e privilegi distribuiti dall’eccessivo controllo delle logiche della politica del consenso, a detrimento delle reali tendenze dell’economia del mercato.

Siamo sicuri che la pensione sicura la si possa garantire attraverso la stessa chiave ideologica che pretende di garantire lavoro stabile?

Purtroppo credo di no.

È mia abitudine rispettare le idee altrui e queste righe le ho scritte non per criticare la prospettiva dei Comunisti Italiani (che rispetto), ma per esprimere la mia incredulità nella sua auspicabilità, nonché della via proposta per realizzarla.

Per essere un Paese competitivo e abitato da gente motivata, l’Italia – ma perché non dire l’Europa – non ha bisogno di proposte ideologiche e utopistiche, ma di un confronto democratico basato sui programmi.

Se mai questo governo dovesse cadere, non dovremmo cantare vittoria (quando cade un governo ne paghiamo e conseguenze tutti), perché oggi non esiste nemmeno all’opposizione una valida alternativa all’attuale impasse del nostro Sistema Paese.

Una via intelligente per imboccare nuove strade di sviluppo deve passare dal coraggio di cambiare il modo di confrontarsi politicamente, costruendo prima i programmi e poi costruendo le coalizioni su di essi, garantendo agli elettori di realizzare nei fatti quanto promesso prima di ottenere il mandato a governare.

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