Commemorazione del XX Settembre?

Quanti, fra coloro che abitano o lavorano nelle tante vie e piazze XX settembre disseminate in tutte le città e cittadine italiane, sanno cosa è successo il 20 settembre? Molti non sanno. Alcuni hanno memoria di scuola del fatto che il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Porta Pia in Roma. L’oscuramento, la rimozione della data in cui l’Italia ha ritrovato la sua capitale, è quasi totale.

Intendiamoci: lo stesso destino lo hanno avuto anche moltissime altre date e ricorrenze, ormai perse nella generale indifferenza della nostra società smemorata. Certamente vero, però, é che il Risorgimento tutto, e il XX settembre in particolare, scontano non solo il generale fastidio per la retorica e la scarsa attenzione per la “memoria”, ma soprattutto l’imbarazzo e il disagio di classi politiche e dirigenti troppo lontane dal sogno e dal senso di una nazione seria e forte per tutti.

Lo Stato unitario era nato su basi laiche, Porta Pia aveva distrutto l’ultimo Ghetto e il potere temporale della Chiesa. Ci fu forse un eccesso di malinteso “anticlericale” (col dovuto rispetto per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, oggi bisogna pur ammetterlo): ma il XX settembre divenne la giornata dell’unità nazionale.

E festa nazionale rimase fino al 1930, quando il fascismo omaggiò la Chiesa con una legge che aboliva la festa del XX settembre e istituiva la solennità civile dell’11 febbraio, anniversario dei Patti lateranensi: e così l’Italia smise di celebrare e ricordare il momento in cui il sogno di tanti secoli si era realizzato.

Il settennato di Ciampi ci ha restituito l’inno di Mameli: bello o brutto è il nostro inno nazionale, tutti lo conoscono, lo cantano e ci si riconoscono, è un elemento della nostra identità; ma senza il XX settembre si impoverisce anche il significato dell’inno di Mameli, che rischia di ridursi ad un coro da stadio.

Perché stringerci a coorte, perché essere pronti alla morte, a quella morte che Mameli e tanti come lui hanno trovato? Perché “l’Italia chiamò”?

Perché:

ART 1 – La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

ART 2 – II regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o di casta.

ART 3 – La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

ART 4 – La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’italianità.

ART 5 – I Municipi hanno tutti uguali diritti. La loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello stato.

ART 6 – La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia con l’interesse politico dello stato, è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

Ciò per cui l’Italia chiamava Mameli e tanti giovani e giovanissimi come lui, limpidamente espresso nella Costituzione (mazziniana) della Repubblica Romana, lo abbiamo ottenuto veramente solo molti anni più tardi, dopo che altri giovani e giovanissimi avevano combattuto e avevano perso la vita: e non è un caso se i “Principi fondamentali” della nostra Costituzione del 1947 riprendono quelli della Costituzione del 1849.

Ma senza il XX settembre, senza bersaglieri ventenni capaci di morire per un ideale vero – come avrebbero fatto poi quelli di mezzo mondo nella seconda guerra mondiale – senza il coraggio di uno Stato che si mise contro il capo della sua religione ufficiale in nome dell’unità, non avremmo avuto la nostra repubblica di oggi: imperfetta, non abbastanza giusta né abbastanza laica, ipocritamente troppo poco federale e non sempre abbastanza attenta ai diritti;  ma nella quale libertà, uguaglianza e fraternità sono qualcosa più che mere parole.

Troppo spesso noi Italiani, disincantati e sfiancati dalla nostra storia bimillenaria, giudichiamo retorica la commemorazione che altri — gli americani in film come “Salvate il soldato Ryan” ne sono esempio superbo — sanno riconoscere ai loro donne e uomini, che in tante guerre, anche perdute, hanno saputo morire per gli ideali e i principi di uno stato sano e condiviso.

Bene, grazie al sacrificio di tanti uomini e donne come noi, dal 20 settembre 1870 non siamo più stati “calpesti e derisi”, siamo diventati un popolo. Questo popolo oggi si sente troppo spesso stanco e deluso e magari cerca capri espiatori o vie d’uscita tanto furbe quanto fallimentari.

Per ritrovare il polo magnetico giusto, invece, basterebbe guardare a noi stessi, tanto come individui, quanto come consoci della nostra civiltà, e ritrovare dentro di noi i principi e gli strumenti del riscatto.

Ha scritto qualcuno:

“I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani.

E perché?

Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto fare un’Italia nuova, e loro rimanere gli Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutti i popoli, non potrà divenire nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell’interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli e mezzani, ognuno nella sua sfera, non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può.

Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che, con un solo vocabolo, si chiama ‘carattere’, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani, che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti ‘caratteri’.

E purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.”

A parte la sintassi un po’ datata, sono parole ancora attuali. Si trovano nelle memorie di Massimo d’Azeglio: liberale moderato, gradualista (oggi si direbbe “riformista”), legalitario, federalista;  primo ministro di Vittorio Emanuele II dopo il 1848. Furono scritte nel 1866 e sono passate alla storia con la sintesi infedele e superficiale: “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”.

Per ricordarci con quale spirito e con quali propositi siamo diventati una nazione libera e sovrana e possiamo ancora emanciparci, è veramente ora che il XX Settembre torni ad essere festa nazionale e l’ “unica Bandiera” sotto la quale Mameli invita a raccoglierci, che ora è la nostra bandiera, sventoli il per celebrarne il ricordo.

Ma ancora più dello sventolio della bandiera, a noi tutti cittadini ed amministratori serve ritrovare il senso dello stare insieme e del fare politica: senza qualunquismi e ingenui idealismi, ma con vera tensione emotiva verso i principi universali che fanno grandi (e riccamente felici) i popoli.

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2 comments for “Commemorazione del XX Settembre?

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