“Lettera ad una Professoressa” di Don Milani: Un mito da sfatare

Nei giorni scorsi, in occasione del quarantesimo anniversario della morte di Don Milani, Veltroni accompagnato da Franceschini, prima del discorso di investitura del Lingotto, è andato a Barbiana, una piccola frazione montana nel Mugello, a commemorare Don Lorenzo Milani, evidenziando la grande esperienza della “Scuola di Barbiana” e sottolineando l’attualità politica e culturale del suo messaggio.  Non dimentichiamo che già nel 2001 al Congresso nazionale dei DS, Walter Veltroni, allora segretario del partito, aveva indicato come slogan del congresso, la frase di Don Milani: “I Care”. Alcuni mesi fa lo stesso neo-ministro Fioroni ha partecipato alla “marcia di Barbiana” e poi c’è stata anche la successiva visita del Presidente della Camera Bertinotti. Quaranta anni fa era uscito un piccolo libro, “Lettera ad una professoressa”, un testo scritto dagli stessi studenti della scuola, coordinato da Don  Lorenzo Milani, un testo nel quale veniva messa sotto accusa la scuola tradizionale classista e nozionista, che bocciava i figli dei contadini in quanto cretini. Nel libro si trovano le esperienze scolastiche dei ragazzi di Barbiana che rappresentano le istanze di riforma dettate dalle esperienze degli studenti maggiormente bisognosi.  Era la realtà della scuola precedente al ’68, con le intuizioni profetiche sulla scuola post-68: Portare tutti i ragazzi ad un livello culturale da renderli partecipi della vita sociale e democratica. Obiettivi in teoria senza alcun dubbio positivi e condivisibili, ma la realtà concreta successiva fu molto diversa, perché  favorì la diffusione di alcune idee deleterie che avrebbero avuto effetti negativi sulla scuola italiana: a cominciare dalla convinzione che bocciare qualcuno costituisse un atto intollerabile.  Dopo la pubblicazione di quel libro, la scuola italiana non fu più la stessa. Molto è cambiato da allora, nella scuola come nella società. L’esperienza di Barbiana  ebbe ua influenza significativa, e a mio avviso deleteria, nelle varie riforme della scuola  e tuttora continua  ad esercitare un’attrazione negativa. Il libro-pamphlet contro la professoressa (morta alcuni mesi fa) fu praticamente scritto da Don Milani, dopo la bocciatura di tre allievi di Barbiana, presentatisi come privatisti ad un esame in un istituto magistrale di Firenze. La “Scuola di Barbiana”, in questi anni molto mitizzata,  in realtà era una specie di pre-scuola (o di dopo-scuola) parrocchiale, dove Don Milani aiutava come poteva i figli dei contadini a conseguire un titolo di studio, e se non ci riusciva, incolpava i ricchi. In poco tempo il libro divenne un libro-bandiera, sbandierato nelle manifestazioni di piazza del ’68, un libro di denuncia della natura classista della cultura e della scuola italiana, scuola che boccia i poveri; un  libro spesso anche travisato e citato da persone che non l’avevano mai letto. Diventò il manifesto del rifiuto di qualunque forma di selezione e dell’impegno, il “manifesto” dell’ antiscuola, negli anni delle lotte  delle masse e della “contestazione” scolastica. La richiesta degli studenti era di non bocciare: “La scuola dell’obbligo non può bocciare”. Il non bocciare poi, di fatto, è diventato l’appiattimento del 6 politico, “voto unico dequalificato” e la “scuola senza registri”. La “meritocrazia” deve essere combattuta;  l’insegnamento del latino nella scuola dell’obbligo è messo sotto accusa.  La matematica nell’ istituto magistrale dovrebbe essere abolita. “Per insegnarla alle elementari basta sapere quella delle elementari. Chi ha fatto terza media ne ha tre anni di troppo. Nel programma delle magistrali si può dunque abolire”. L’idea di dare più scuola agli svantaggiati ha creato poi orari scolastici assurdi o doposcuola oratoriali o di sinistra.  Il sistema scolastico andava sicuramente e radicalmente riformato in senso modernizzatore, ma non nella direzione demagogica e populista.  Oggi purtroppo le nostre scuole pubbliche assomigliano sempre più alla piccola scuola di Barbiana. Per questo oggi (nel 2007) ricordare quella esperienza e sottolineare l’attualità di quel messaggio, come ha fatto Veltroni, mi sembra un passo indietro rispetto alle esigenze di modernizzazione ed innovazione del Paese.   Mentre il nuovo governo francese decide di reintrodurre il concetto di autorità nelle scuole, in Italia si rievoca un testo controverso come la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Un libro , forzatamente divenuto vessillo della contestazione e di una riforma pedagogica la quale, come è stato scritto “in nome di una presunta lotta di classe, ha creato una scuola in cui il merito è totalmente dimenticato e guardato con sospetto, mentre viene abbattuto ogni principio di autorità (e autorevolezza)”. Ha ragione quindi Giovanni Belardelli sul “Corriere della Sera” (22/05/2007) quando  ritiene “fuori luogo” che si continui a considerare Lettera a una professoressa, “ libro di quarant’anni fa come fosse portatore di una positiva, e ancora attuale, rivoluzione pedagogica”.

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