L’assenteismo nella pubblica amministrazione è scandaloso

Da una recentissima inchiesta effettuata da “Il Sole- 24 Ore” sul pubblico impiego (Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Agenzie fiscali ed altri Enti pubblici non economici) risulta che l’assenteismo medio dei dipendenti è altissimo,  secondo noi, scandaloso se paragonato ai dati medi delle aziende private. Ad esempio, con esclusione delle ferie (circa 4 settimane ) e dei permessi non retribuiti, i giorni di assenza tra malattie, permessi e altre ragioni, per ogni dipendente, ammontano da circa 20 25 a 30 giorni, con punte di 30,5 al Ministero Economia e Finanze,  di 31,5 al Ministero della Difesa, di 30,6 alla Agenzia delle Entrate o di 34,3 giorni all’anno presso l’Inpdap.

In sostanza, se nel calcolo consideriamo anche le ferie, questo vuol dire che la settimana-tipo dei dipendenti pubblici è una settimana corta: quattro giorni di presenza in ufficio  e uno a casa.

Leggermente più virtuosi (!!!) sono risultati i dipendenti dei Comuni capoluogo (23,6 giorni medi di assenza), Regioni (20 giorni), Province (18,3 giorni).

Naturalmente ci sono delle eccezioni: presso il Ministero degli Esteri o dell’Interno, i gioni medi di assenza si aggirano sui 10-11.

Anche questi dati di grande diversità tra un Ministero/Ente ed un altro ci stupiscono, sono impressionanti e poco spiegabili. Se poi ci limitiamo ad esaminare soltanto i giorni di malattia, notiamo che in alcuni comparti (pochi), i dipendenti hanno mediamente una buona salute, in altri (la maggior parte) invece il contrario.

Dobbiamo ricordare che sul totale dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, nel 2005 abbiamo avuto circa 67 milioni di giorni di assenza per malattie  e permessi retribuiti all’anno: una cifra enorme.

Cosa dice il Governo? Cosa dicono i sindacati? Le direttive di maggiore efficienza inserite nella Finanziaria da Padoa Schioppa sono completamente disattese. Altro che parlare di responsabilità e di meritocrazia.

Nei giorni scorsi è stato firmato, dopo lunghe discussioni, il contratto del pubblico impiego che interessa circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici.

Il governo ha praticamente ceduto alle pressioni sindacali, “soccombendo – come qualcuno ha scritto – senza nemmeno opporre troppa resistenza, alla carica dei 101 euro”, un aumento generalizzato e non subordinato al merito.

La famosa e tanto discussa  intesa del 5 aprile scorso prevedeva un accordo basato sulla cifra totale  (3 miliardi e 711 milioni di euro); invece in realtà tale principio è stato ribaltato e si è passati ad un accordo basato sull’aumento medio, cioè i 101 euro al mese.

Ovviamente l’accordo così congegnato costerà di più dei 3,7 miliardi stimati fino ad ora.

Il Ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, messo alle corde dai sindacati confederali, ma anche dagli alleati di governo, ha già detto che le risorse finanziarie in più necessarie per il pubblico impiego potranno essere sottratte ad altri capitoli di spesa del bilancio statale.

Lo stesso Ministro ha dichiarato: “In sé, averla accettata è stato un cedimento, comporta risorse aggiuntive che vengono sottratte ad altre destinazioni che sono prioritarie per lo stesso sindacato. Tutto ciò in un contesto in cui il settore pubblico viene da anni di dinamica retributiva più sostenuta rispetto al settore esposto alla concorrenza internazionale, ed ha garanzie di sicurezza del posto e di tutela pensionistica di gran lunga superiori. Che il sindacato abbia fatto questa scelta,sapendo bene che le risorse collocate in una destinazione sono tolte da un’altra, è una decisione che non condivido.”

A parte queste considerazioni, quello che ancora una volta stupisce è che sempre, ad ogni negoziazione di contratto, si discute e ci si accorda sulla parte economica (i miglioramenti retributivi), mentre gli impegni o le promesse riguardanti la produttività, gli aumenti di efficienza nella pubblica amministrazione, la valorizzazione del merito, la presenza negli uffici,  sono sempre rinviati in un secondo tempo, e poi disattesi e dimenticati. Questo ritornello si ripete ad ogni negoziazione.

Già in precedente articolo (“Eccesso di burocrazia: fonte di  corruzione?”) avevamo parlato della necessità di un forte impegno per la innovazione, modernizzazione ed efficienza nella pubblica amministrazione, di uno stretto collegamento tra retribuzioni e merito, di incentivazione della produttività.   A nostro avviso, in una situazione come l’attuale, di difficoltà dei conti pubblici,  tollerare ulteriormente simili situazioni di assenteismo è da irresponsabili.

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