Il pendolo dell’alternanza e le grandi riforme

Da quando il nostro Paese ha iniziato la stagione della cosiddetta “Seconda Repubblica”, gli italiani hanno vissuto per la prima volta il fenomeno dell’alternanza che, come in tutte le grandi democrazie moderne svincolate da pregiudiziali ideologiche, porta gli schieramenti opposti ad alternarsi al governo, solitamente di legislatura in legislatura.

Durante il periodo di passaggio dalla lunghissima stagione dei governi a base democristiana a questo nuovo periodo politico, ci si è illusi – inutile nasconderlo – che l’alternanza avrebbe garantito migliori governi al Paese e soprattutto sarebbe stata più adatta a gestire le grandi riforme, necessarie all’Italia per esprimere a pieno le sue enormi potenzialità economiche e raggiungere il ruolo politico di primo attore nella comunità europea, che la nostra tradizionale inaffidabilità ci negava.

Queste riforme, che allora erano auspicabili, ma oggi, addirittura improrogabili, non si sono avverate e nemmeno sembrano essere strategicamente delineate in un orizzonte di breve e medio termine.

Il motivo per cui il fenomeno dell’alternanza non garantisce da solo la fattibilità delle grandi riforme – ma, come vedremo, necessita del supporto di una visione politica strategica comune a tutto l’arco costituzionale o per lo meno alla sua parte più moderata e meno ideologica – lo si potrebbe spiegare rifacendosi alla metafora del pendolo.

Secondo questa metafora, si potrebbe dire che gli schieramenti politici opposti, governerebbero considerando il consenso elettorale come un pendolo: se durante la legislatura – per esempio – un governo di destra attuasse una politica troppo “di destra”, il pendolo si sposterebbe eccessivamente in questa direzione e tenderebbe a compensare con una decisa oscillazione verso la direzione opposta alla prima occasione elettorale.

Per esempio, il governo di centro-sinistra, nel periodo 1996-2001, pur denunciando il “conflitto di interessi” per delegittimare il candidato leader dello schieramento opposto Silvio Berlusconi per indebolirlo, non fece nulla per risolvere tale conflitto, perché considerava più efficace la retorica della soluzione pratica e temeva – giustamente – le conseguenze di un gesto di tale portata.

Anche i governi di destra, del resto, come nella passata legislatura, non riescono a dare quella spinta liberalizzatrice all’economia nazionale, deviando fortemente dalle premesse dei propri programmi elettorali.

In generale, quindi, si può dire che il cammino verso le riforme strutturali del Paese viene vanificato – in entrambi gi schieramenti senza eccezioni, purtroppo – dall’innumerevole serie di compromessi imposti dalla promiscuità di interessi che caratterizzano le singole grandi fazioni.

Come ho già avuto modo di sostenere più volte sulle “pagine” di Cartalibera, questa promiscuità di interessi è generata dal fatto che i due grandi schieramenti politici italiani si associano per motivi ideologici piuttosto che programmatici. Se ad esempio da una parte vedessimo tutte le forze di stampo liberale e dall’altro quelle più inclini ad una gestione più centralizzata dell’economia e del confronto sociale, si potrebbe intravedere un primo passo avanti verso una evoluzione più matura della nostra ancora giovane democrazia.

Tornando ai limiti attuali, per cui di una suddivisione come quella da me auspicata nemmeno forse esiste il “germe”, la soluzione per intraprendere il cammino programmatico delle riforme strutturali (visti anche gli equilibratissimi risultati elettorali dello scorso anno), è quello di formare un governo di larghe intese tra i partiti moderati.

Questa ipotesi – che tanto fa inorridire gli esponenti della sinistra radicale – non vuole promuovere un governo tecnico, perché le grandi riforme sono troppo importanti per non essere gestite dai politici.

Questi ultimi, però, in un governo di larghe intese che arrivasse a fine legislatura, sarebbero scaricati dalle responsabilità dei risultati elettorali derivanti dalle conseguenze dell’introduzione di riforme non sempre facili e indolori.

Per realizzare questo passaggio politico dovremmo prima raccogliere la classe politica attorno al consenso derivante dalla condivisione di obiettivi inderogabili della nostra società, il cui riferimento dovrebbe essere quello di una rinnovata identità nazionale, che solo i partiti moderati del nostro arco costituzionale possono rappresentare liberamente.

Siamo forse ancora troppo legati alle nostre pregiudiziali ideologiche per proporre con successo questa soluzione? Si scatenerebbero polemiche feroci? Potrebbe addirittura prospettarsi addirittura una minaccia terroristica a difesa degli attuali equilibri?

Difficile dirlo. Nel frattempo, possiamo sempre continuare a seguire il lento, inesorabile e ipnotico movimento del pendolo.

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