Giornata mondiale dell’acqua

Nella vecchia Europa cristiana, ad ogni giorno dell’anno il calendario accoppiava un santo da celebrare; nel nuovo mondo progressista, a questa usanza si è sostituita quella di unire ad ogni data una causa nobile per cui mobilitarsi. Il 19 Marzo, dunque non si festeggia più San Giuseppe, e nemmeno la già secolarizzata versione “festa del papà”, ma la “Giornata Mondiale dell’acqua”.

Non che il tema non meriti attenzione: pur preferendo il vino, infatti, non possiamo non preoccuparci del destino della risorsa più importante per la sopravvivenza della vita sul pianeta. Il problema è che queste ricorrenze sono spesso lo spunto – e infatti non nascono a caso – per campagne di controinformazione degne della vecchia propaganda sovietica. Sul tema dell’acqua vi sono due refrain che stanno diventando luogo comune, e che meriterebbero invece ben maggiore approfondimento. Il primo è quello, troppo noto e complesso per parlarne in poche righe, del “global warming”, il secondo è lo spauracchio, spesso citato come esempio delle forme più crudeli di liberismo selvaggio, della “privatizzazione dell’acqua”. Su quest’ultimo tema – per il quale persino la saggia Chiesa di Papa Benedetto XVI sembra sprecare una inutile preoccupazione – merita soffermarsi brevemente.

La privatizzazione dell’acqua forse non è la risposta globale al problema della sua crescente scarsezza (poiché molti dei problemi derivano dalla “multinazionalità” di molti dei principali fiumi e grandi laghi, con tutti i problemi di diritto pubblico internazionale che ne derivano, prima ancora che di diritto privato), ma certamente è una delle possibili risposte, e non certo una minaccia.

E’ ovvio, infatti, a chiunque mastichi un minimo di economia che gli enormi sprechi che sono alla radice della crescente scarsità negli utilizzi dell’acqua derivano proprio dalla assenza di un sistema di prezzi che solo un utilizzo privatistico della stessa può risolvere. Basti pensare che mentre la agricoltura, pubblicamente sussidiata ovunque, consuma ancora incredibili e ingiustificate quantità per l’irrigazione (come le esperienze israeliane dimostrano), l’industria privata ha ridotto negli ultimi trenta anni di quasi cinque volte il fabbisogno di acqua per unità di prodotto.

Per un utilizzo razionale ed economico di un bene di crescente scarsezza, la privatizzazione non è sufficiente, ma è certamente necessaria: e chiunque conosca lo stato della rete idrica italiana (vi ricorda nulla l’Acquedotto Pugliese?) non può che essere d’accordo.

Purtroppo però il dibattito non entra mai nel merito specifico della questione, perché si ferma di fronte  ad una maledizione etica: “Privatizzare l’acqua è spogliare i cittadini di un bene essenziale, un reato contro l’umanità”, secondo la espressione di un esponente verde, condivisa di fatto dalla grande maggioranza del mondo politico e culturale.

Sarebbe curioso applicare lo stesso criterio ad altri bisogni primari, come la casa, la terra o il pane: vogliamo dunque nazionalizzarli? E’ una demagogia tanto patetica quanto maliziosa e interessata: non sono passati molti anni, del resto, da quanto ci volevano far credere che lasciar trasmettere, alle TV private, un TG nazionale avrebbe messo in pericolo il diritto degli italiani alla informazione…

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