E adesso a chi tocca?

E adesso a chi tocca? La raffica di attentati, alcuni riusciti e altri falliti, che a partire dal gennaio di quest’anno ha scosso Tunisia, Marocco ed Algeria dimostra ampiamente che Al Qaeda per il Magreb islamico, l’organizzazione nata sei mesi fa dalla affiliazione del Gruppo Salaftita per la predicazione e il combattimento alla galassia di Osama bin Laden è una realtà con cui l’Europa mediterranea deve fare i conti. In altre parole, aveva ragione Al Zawahiri, quando annunciò in uno dei suo proclami televisivi che la nuova struttura sarebbe diventata  “una spina nel fianco dei crociati americani e francesi e dei loro alleati”. Se, infatti, lo sceicco del terrore riuscisse a consolidare questo avamposto della jihad nell’Africa settentrionale potrebbe facilmente trasformarlo in un trampolino di lancio per nuovi attentati in Francia, Spagna e Italia, dove risiedono ormai milioni di magrebini tutt’altro che refrattari alla predicazione fondamentalista. Secondo alcuni analisti, i prossimi obbiettivi dei qaedisti  potrebbero essere le due enclavi spagnole in Marocco, Ceuta e Melilla, che Madrid ha blindato per impedire che diventassero una facile porta di transito per l’immigrazione clandestina, ma che rimangono altamente vulnerabili. Le autorità iberiche sono in stato di massimo allarme anche perché in questi giorni si sta svolgendo nella capitale il più grande processo mai celebrato in Europa contro il terrorismo islamista, con 50 algerini, marocchini e tunisini sul banco degli imputati. Ma a questo punto, nessuno può considerarsi al sicuro. La Francia, dove di recente sono state scoperte varie cellule eversive, teme attentati miranti a influenzare le prossime elezioni presidenziali. Quanto all’Italia, approdo abituale di centinaia di immigrati dall’Africa settentrionale (da qualche tempo si è aperto anche  un nuovo canale, dall’Algeria alla Sardegna), corre un doppio pericolo: che i gruppi già presenti nel Paese e rimasti finora dormienti vengano attivati da Al Qaeda in relazione agli avvenimenti afgani, e che le recenti frizioni con gli Stati Uniti ed altri alleati  proprio su problemi relativi alla lotta contro il terrorismo privi le nostre autorità di contatti e informazioni essenziali per fronteggiare la nuova minaccia.

Lo spettacolare rilancio del terrorismo islamico in Algeria stupisce relativamente, visto che il Paese è stato teatro, dal 1992 fino a fine secolo, del primo vero scontro armato tra Islam fondamentalista e Islam modernizzante, con quasi 200.000 morti ed episodi di incredibile crudeltà. La guerra, anzi, non è mai cessata del tutto, visto che sacche di resistenza sono sopravvissute nella regione dell’Atlante e nell’immensità del Sahara, e che ha avuto come sottoprodotto il trasferimento di  molti combattenti del FIS in Afghanistan e in Iraq, da cui ora starebbero rientrando per riprendere la lotta. In questa ripresa del terrorismo magrebino, fa particolarmente effetto la moltiplicazione, soprattutto in Marocco, degli attentati suicidi, una tecnica tipica di Al Qaeda che l’organizzazione sta ora esportando in tutte le sue zone di influenza. Il maggior timore della autorità è che i vari gruppo che oggi operano tra il Mar Rosso e l’Atlantico riescano a rafforzare i loro collegamenti coinvolgendo anche la Libia, dove è già attivo un “Gruppo di combattimento islamico libico” che combatte il regime di Gheddafi ed è stato probabilmente all’origine dell’assalto dello scorso anno al consolato italiano di Bengasi.

Per adesso l’unica certezza è che Osama e Al Zawahiri sono riusciti a riaprire alla grande, alle porte di casa nostra e in Paesi che hanno strettissimi collegamenti con i musulmani d’Europa, un fronte che si sperava di mantenere chiuso. Per ora i regimi coinvolti, tutti, per convinzione o interesse, militanti nel campo arabo moderato e amici dell’Occidente, sembrano poter tenere botta. Ma sarà bene tenere gli occhi aperti e, per quanto riguarda in particolare l’Italia, dimenticarci le distinzioni da azzeccagarbugli tra guerriglia e terrorismo.

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