Ma i palestinesi vogliono la pace?

“Due popoli, due Stati che vivono in pace l’uno accanto all’altro” è la formula usata da tutti per la soluzione del conflitto israeliano-palestinese. Ma, da quando Hamas ha vinto le elezioni nei territori , ci si chiede sempre più spesso se i palestinesi vogliono davvero la pace su questa base. La vuole, certamente, il presidente Abu Mazen, che ancora domenica si è incontrato con il premier israeliano Olmert al solo scopo di mantenere in vita una parvenza di dialogo. Ma, altrettanto certamente, non la vuole Hamas, che nonostante tutte le pressioni internazionali si rifiuta di riconoscere lo Stato ebraico; non la vogliono l’Iran e la Siria che continuano ad incoraggiare il terrorismo; e – secondo recenti, preoccupanti sondaggi – non la vuole più neppure la maggioranza dei giovani palestinesi, sia laici sia integralisti che, forse incoraggiati dalla retorica di Ahmadinejad, sognano di potersi appropriare di tutto il territorio oggi occupato da Israele e rendere così possibile il rientro dei quasi cinque milioni di profughi sparsi tra Giordania, Libano, Siria e altri Stati arabi.

La diplomazia internazionale continua a premere perché Hamas accetti le condizioni che le sono state poste per essere riconosciuta come un interlocutore legittimo e ottenere la ripresa degli aiuti internazionali, ma finora i suoi sforzi sono stati vani. L’accordo della Mecca per la formazione di un governo palestinese di unità nazionale, praticamente imposto dall’Arabia Saudita nella speranza di sottrarre Hamas alla crescente influenza di Teheran, si è risolto in un’altra vittoria degli integralisti, che hanno ottenuto ciò che volevano senza concedere nulla sul fronte del rapporto con Israele. Quando il governo si è effettivamente costituito, con tre personalità indipendenti (ma di scarso profilo politico) nei posti chiave degli Interni, degli Esteri e delle Finanze, Israele si è infatti affrettato a fare saperre che per lui nulla cambiava. Non per nulla, Hamas ha infatti reagito quasi con indignazione alla sorprendente accusa del n°2 di Al Qaeda, Al Zawahiri, di “aver consegnato agli ebrei gran parte della Palestina” e di “essersi venduti pur di mantenere la presa su un terzo del governo” con una conferma del suo impegno a proseguire la lotta fino alla eliminazione della “entità sionista”.

Alla luce di questi sviluppi, appaiono preoccupanti le crepe apparse nelle posizioni del Quartetto (USA, UE, ONU e Russia) che si è fatto carico di promuovere la soluzione pacifica della crisi. Finora i quattro erano compatti nel chiedere ad Hamas riconoscimento di Israele, accettazione degli accordi raggiunti fin qui e rinuncia alla violenza. Ma, di fronte alla ostinata resistenza del movimento integralista e alla inutilità del boicottaggio finanziario, frustrato dalle donazioni di Iran, Arabia Saudita e altri Paesi musulmani, gli europei – con il nostro ministro degli Esteri D’Alema in testa – sono diventati più possibilisti: non pretendono più da Hamas una solenne abiura delle sue posizioni, ma sembrano disposti ad accontentarsi di qualche movimento nella direzione giusta. Ancora una volta, il filoarabismo di fondo di diversi Paesi e i forti interessi economici in gioco sembrano prevalere sulle ragioni di principio e sulla difesa di Israele come unica democrazia del Medio Oriente. A mantenere ferme le condizioni originarie resta l’America, ma anche Washington, preoccupata soprattutto di tenere buoni i Paesi sunniti moderati, spinge per una ripresa dei negoziati e sembra ora puntare su un rilancio del piano saudita del 2002, che offriva a Israele la “normalizzazione dei rapporti” con il mondo arabo in cambio di un ritiro dietro le frontiere del 1967  (comprese Gerusalemme est e le alture del Golan)e di una “giusta soluzione” del problema dei profughi. Israele  non rifiuta il dialogo su questo terreno, ma replica che non intende abbandonare almeno quattro degli insediamenti in Cisgiordania, in cui vivono oltre 200.000 persone, e che non riammetterà mai i profughi sul suo territorio nazionale, perché se lo facesse cesserebbe di essere uno Stato ebraico. Superare questi due ostacoli (con uno scambio di territori il primo, con compensazioni finanziarie il secondo) è certamente difficilissimo, ma forse non impossibile. Ma, se non c’è il consenso preventivo di Hamas, che interesse avrebbe un governo israeliano indebolito dall’esito incerto della guerra in Libano e finora incapace perfino di ottenere la liberazione del caporale Shalit, rapito a Gaza otto mesi fa,  a iniziare le trattative? Un primo test verrà a fine mese, quando il vertice della Lega Araba dovrà prendere posizione sull’idea di Condy Rice di organizzare una riunione con Israele, Abu Mazen, gli arabi moderati e gli altri rappresentanti del Quartetto.

3 comments for “Ma i palestinesi vogliono la pace?

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