L’opinione pubblica Europea e l’unilateralismo americano

I recenti fatti internazionali, che hanno coinvolto la nostra opinione pubblica su questioni delicate, come ad esempio l’esecuzione dell’ex dittatore di Baghdad Saddam Hussein, si prestano ad alcune riflessioni sul tema dell’”Occidente diviso”, che dà il titolo ad una quasi recente opera del filosofo Jürgen Habermas.

Ritengo sia molto interessante osservare i fatti seguendo il percorso delle alte scuole di pensiero – Habermas si può considerare il più grande interprete vivente del pensiero filosofico moderno – perché capaci di arricchire con una prospettiva storica più profonda i commenti a volte troppo superficiali ed emotivi a cui la cronaca quotidiana ci ha abituato, monopolizzando i nostri spazi di riflessione, in qualità di prodotto prêt-à-porter.

In particolare, Habermas, è convinto del principio che la ragione illuministica, seppur smussata dalle esigenze comunicative e di ricerca del consenso tipiche della nostra epoca postmoderna, sia ancora il riferimento più corretto per determinare i valori etici e normativi della società. Il suo discorso nell’opera analizza pertanto i fatti di politica estera internazionale attraverso il confronto tra una “opinione pubblica europea”, nata come reazione alle operazioni militari americane in Irak, decise in maniera unilaterale rispetto alla posizione cauta e attendista delle Nazioni Unite, per dire che oggi il diritto internazionale non può essere più considerato una questione tra stati, ma deve tenere conto della condizione urbana che comprende accomuna ormai tutto il villaggio globale che è il mondo di oggi.

L’autore sostiene che la fine della guerra fredda abbia generato una profonda divisione nella politica estera occidentale, per cui il terrorismo islamico sia il pretesto più credibile per giustificare l’attuarsi di un inevitabile unilateralismo cui gli Stati Uniti sono chiamati in quanto unica forza in grado di governare gli equilibri mondiali.

L’unilateralismo, secondo Habermas, pur non tradendo gli ideali liberali di fondo della società americana, ha progressivamente ignorato i vincoli imposti dal diritto internazionale, offrendo un precedente molto pericoloso per il nuovo corso della politica delle superpotenze, sia quelle attuali che le future.

Il diritto internazionale – così come noi oggi lo interpretiamo – deriva sostanzialmente dall’idea kantiana della garanzia che una politica estera comune del club dei paesi potenti garantisca la pace mondiale senza negare il dibattito democratico. Se così fosse, non registreremmo la nascita di una nuova “opinione pubblica europea” come fenomeno critico trasversale che invece, secondo Habermas, rappresenta il segnale della necessità di un superamento degli attuali fondamenti della politica internazionale, perché incapaci di affrontare in maniera convincente i nuovi problemi di scontro tra culture religiose mondiali e la crisi dei mercati globali.

Per superare la prospettiva kantiana del diritto internazionale, che secondo Habermas ha già precedentemente fallito durante l’esperienza della Società delle Nazioni e oggi ripresenta gli stessi limiti nel superamento delle Nazioni Unite da parte delle politiche dei singoli stati, bisogna sostituire al concetto di politica estera quello di “politica interna mondiale”, più adatto alla nuova “condizione cosmopolitica” di cui l’Unione Europea rappresenta il più avanzato livello di espressione consapevole.

Affermare una condizione cosmopolitica significa “costituzionalizzare” il diritto internazionale, senza negare le conquiste democratiche fatte dai singoli stati nazionali, ma applicando il concetto di limitazione del potere politico attraverso la distribuzione di compiti.

Ai singoli Paesi spetterebbe il compito di garantire i diritti umani al proprio interno e alle Nazioni Unite quello di essere un interlocutore autorizzato ad assumere compiti di politica interna mondiale, basata sulla soddisfazione delle esigenze dei diritti umani e dell’opinione pubblica sopranazionale.

In conclusione, se l’attuale unilateralismo americano garantisce il mantenimento forzato di una condizione di pace, il futuro dev’essere un altro. Per risolvere o gestire senza traumi fenomeni come il terrorismo islamico o la questione palestinese, si deve poter riconoscere dapprima un concetto di opinione pubblica mondiale e cosmopolita, perché essa solamente rappresenta il minimo comun denominatore (in altre parole la volontà di ognuno) di procedere – pur non senza contraddizioni e scontri talvolta anche violenti – verso l’ambito traguardo del processo globale di democratizzazione.

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