Elezioni USA 2008: riflessioni

1) Prima considerazione: a partire dalle presidenziali del 1976, George Herbert Bush escluso – ma il padre dell’attuale presidente poteva vantare un curriculum assolutamente insuperabile – tutti gli eletti alla Casa Bianca avevano avuto in precedenza una più o meno lunga esperienza nelle vesti di governatore di uno dei cinquanta Stati (Jimmy Carter della Georgia, Ronald Reagan della California, Bill Clinton dell’Arkansas e George Walker Bush del Texas).

Seconda considerazione che conferma la prima: a parte Michael Dukakis (demolito dal vecchio Bush nell’88), nessuno degli sconfitti contava su una consimile esperienza.

Si può, su tali basi, concludere che gli elettori americani ritengano particolarmente importante che il futuro presidente abbia già dimostrato, sia pure a livello ‘inferiore’, capacità amministrative di rilievo?

Se così è, quale tra i maggiori pretendenti già oggi in corsa per White House possiede tale specifica caratteristica?

Non certo la democratica Hillay Rodham Clinton che da first lady ha fallito allorquando ha cercato di interessarsi alla riforma sanitaria e che, senatrice dal 2000, di pubblica amministrazione in prima persona non ha la minima esperienza.

Non quelli che ad oggi sembrano i suoi avversari per la nomination e cioè Barak Obama e John Edwards.

Il primo – un fenomeno mediatico destinato alla lunga all’oblio che, per qualche verso, ricorda l’Howard Dean delle prime battute della campagna 2004, amato dal cosiddetto ‘popolo di internet’ e in realtà, nell’urna, scelto da una esigua minoranza – è da pochissimo, seriamente, in politica e ancora deve capire come si fa il senatore.

Il secondo, già sconfitto due volte nel medesimo, citato 2004 (nelle primarie, da John Kerry e da candidato alla vice presidenza dal secondo Bush e da Dick Cheney), è anche lui, a questo riguardo, a digiuno.

Passando al campo repubblicano, né Rudolph Giuliani – peraltro, già abilissimo sindaco della Grande Mela per otto anni – né il vecchio senatore John McCain hanno guidato mai uno dei cinquanta Stati dal palazzo governatoriale.

Non così, invece, il ‘dark horse’ (è in tal modo gergalmente denominato il candidato ai più sconosciuto che alla lunga dimostra di avere le carte in regola per farcela) Mitt Romney, fino ai primi dello scorso gennaio governatore del Massachusetts, che in questa veste, come, per il vero, in ogni sua precedente attività politica amministrativa  – per esempio, quale organizzatore delle Olimpiadi invernali del 2002 – si è dimostrato bravissimo.

Si dirà in Europa (non negli USA, dove qualcuno, di certo, rammenterà suo padre, George W. Romney, tre volte governatore del Michigan negli anni Sessanta, in corsa in alternativa a Nixon nelle primarie repubblicane del 1968, ministro con lo stesso Nixon dal 1969 al 1973): ma chi lo conosce questo Romney?

Di più: ma se nei sondaggi è indietro che possibilità potrà mai avere? dimenticando che agli inizi della campagna del 1992 un certo Bill Clinton era assolutamente ignoto e che proprio i benedetti sondaggi lo davano all’uno per cento. Si è visto poi come è andata a finire!

Mitt Romney, quindi, davvero tra meno di due anni – il giuramento è fissato al 20 gennaio 2009 – a White House?

Personalmente e visto che Condoleezza Rice non intende candidarsi (ho fondato e presiedo il Comitato che ne sosteneva la discesa in campo), da italiano campanilista, mi augurerei un Rudolph Giuliani vincente, ma fate attenzione, molta attenzione a Mitt il mormone (e per ottenere la nomination repubblicana essere un uomo vicino a una Chiesa, sia pure quella mormone, aiuta): è determinatissimo e, fattore assolutamente da non trascurare e che gli americani considerano grandemente, è abituato a vincere!

2) Il recentissimo Oscar (lo ha conquistato con un documentario che denuncia i presunti pericoli che correrebbe il pianeta Terra a seguito del cosiddetto ‘effetto serra’) pare aver rimesso in qualche modo in corsa per la Casa Bianca l’ex vice di Bill Clinton Al Gore.

Sconfitto, come tutti ricordano, davvero al fotofinish da Bush nel 2000, trascorso un poco felice periodo, Gore ha saputo riciclarsi e non pochi democratici guardano a lui non fidandosi fino in fondo delle effettive possibilità di vincere a novembre 2008 dei due massimi e già dichiarati contendenti per la nomination del partito dell’asino Hillary Rodham Clinton e Barak Obama.

D’altra parte, c’è tutto il tempo per candidarsi e chissà che per Al non si riproponga proprio lo scenario che aprì la strada a Bill: i due più accreditati (all’epoca, Nunn e Cuomo) aspiranti presidenti si ritirano e si afferma l’outsider.

Guardando alla storia, non è affatto detto che un candidato sconfitto non abbia possibilità concrete di rifarsi in una seconda o, addirittura, in una terza occasione: così John Adams, battuto nel 1789 e nel 1792 e poi vincitore nel 1796, Thomas Jefferson, alla presidenza avendo superato i rivali nel 1800 dopo avere perso nel 1796, John Quincy Adams vittorioso nel 1824 a seguito della battuta d’arresto di quattro anni prima, Andrew Jackson nel 1828 dopo averle prese nel 1824, William Harrison al secondo tentativo nel 1840 e infine Richard Nixon che seppe risorgere nel 1968 otto anni dopo la contrastata sconfitta del 1960.

A ben vedere, però, non mancano esempi con esito contrario: il democratico William Jennings Bryan si ripresentò tre volte perdendo sempre (1896, 1900, 1908) e, più vicino a noi, in due occasioni consecutive fu battuto Adlai Stevenson (1952 e 1956) dal repubblicano Eisenhower.

Gore ha esperienza da vendere e sa che i giochi non sono ancora fatti.

Sta alla finestra e noi con lui.

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