Semplificazioni e regolamentazioni più che liberalizzazioni

La famosa “lenzuolata” delle cosiddette liberalizzazioni del Ministro Bersani, molto enfaticamente pubblicizzata sui “media”, contiene alcune misure apprezzabili, ma sicuramente, in gran parte, non vere e proprie liberalizzazioni.

Alcune proposte sono scelte giuste, vanno anche nella giusta direzione.  Però, attenzione: ad una lettura più approfondita, non è tutto oro quello che luccica, alcuni punti del decreto  sono delle semplificazioni oppure delle  regolamentazioni; in alcuni casi invece contengono addirittura dei vincoli, quindi assolutamente il contrario del concetto di liberalizzazione. In alcuni settori sono state introdotte forme di controllo di prezzi in una prospettiva “dirigista”, e questo, ovviamente,  non può essere spacciato per liberalizzazione.

Secondo l’Istituto Bruno Leoni “È importante distinguere fra provvedimenti “consumeristi” – che per raggiungere un esito magari auspicabile, cioè prezzi più bassi, mettono nuovi colpi in canna ai partigiani dell’intervento pubblico – e riforme che invece autenticamente aprono spazi di mercato”.

Quindi nei provvedimenti varati per decreto o in quelli annunciati nel disegno di legge Bersani non vedo alcuna svolta che «cambia il volto all’Italia», come ha pomposamente dichiarato il nostro Presidente del Consiglio.

Questo va detto, nonostante la massiccia propaganda elogiativa del Governo e di alcuni grandi organi di stampa nazionali.

Certamente nel nostro Paese ci sono corporazioni, privilegi e rendite di posizione da smantellare, compito non facile. Infatti il governo precedente ha fatto ben poco in questo settore.

Nel decreto ci sono alcuni interventi positivi come  ad esempio l’autocertificazione per l’apertura di un’impresa o l’abolizione del PRA, lo stop alle distanze minime tra distributori o la revoca dei criteri della distanza tra sale cinematografiche e del rapporto con la popolazione.

La libertà di avviare attività di barbiere, estetista, facchino, o l’apertura al lunedì del barbiere, sono invece provvedimenti insignificanti, come del resto l’obbligo delle compagnie aeree “low cost” di indicare non solo le tariffe, ma anche le tasse e gli altri oneri aggiuntivi.

L’abolizione del costo di ricarica telefonica o la portabilità  e l’estinzione anticipata dei mutui sono delle regolamentazioni e non liberalizzazioni. Certamente possono portare dei vantaggi sul breve, ma personalmente ho anche la sensazione che i maggiori costi che le banche e le società telefoniche subiranno saranno traslati o spalmati sui consumatori.

In altri casi (vedi il settore assicurativo) sono state introdotte nuove limitazioni alla libertà contrattuale con l’abolizione dell’esclusiva per tutte le tipologie di polizza assicurativa. Qualcuno ha parlato di demagogia e di ‘bersanizzazione’.

Mancano invece i settori più importanti  e critici da liberalizzare, quelli non toccati da Bersani e Prodi. Quali sono queste liberalizzazioni “assenti”? Non voglio qui parlare  di gas, di energia, di telefonia, o di libere professioni, settori per i quali, tutti siamo d’accordo, sono necessarie serie e concrete azioni di liberalizzazione.

Voglio invece evidenziare altri settori nei quali è necessario intervenire : ad esempio, la gestione degli acquedotti (il recente decreto Lanzillotta non comprende gli acquedotti e le società di gestione idrica e quindi, di fatto, si torna alla pubblicizzazione integrale dei servizi idrici; non saranno ammesse le gestioni private); l’accesso ai servizi gestiti in monopolio dalle aziende municipalizzate (vedi articolo su Cartalibera del 29 gennaio u.s.); la gestione dei Centri di assistenza fiscale appannaggio esclusivo dei sindacati;  i saldi dei commercianti; l’abolizione del servizio postale; il lavoro straordinario nelle aziende.

Inoltre mi domando, perché non si comincia anche ad  abolire i privilegi e i protezionismi delle cooperative che pagano meno tasse e contributi di un piccolo imprenditore, creando forti distorsioni del mercato? Di questi privilegi ne abbiamo già parlato su Cartalibera (24 gennaio e 20 marzo 2006). Non dimentichiamo che queste cooperative sono diventate un fattore preoccupante di concorrenza rispetto alle altre imprese che devono rispettare altre regole e non hanno le agevolazioni fiscali.

Una cooperativa rispetto ad una società privata di capitali, delle stesse dimensioni,  può avere un risparmio fiscale che può aggirarsi da un quinto ad un quarto dell’utile.

Se a destinare gli utili dell’azienda a riserva è un piccolo imprenditore le imposte si pagano al 100%, ma per le coperative sono al 50% più bassi.

Come si vede la strada delle liberalizzazioni è ancora molto lunga.

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