Calcio: l’unica possibile soluzione

Portato, sulla scorta dei recentissimi fatti di Catania, a ritenere che l’unica possibile soluzione del problema riguardante la violenza nel calcio sia in effetti quella di distribuire all’ingresso degli stadi armi e munizioni affinché i tifosi, lasciati liberi di agire senza alcun poliziotto o carabinieri che li sorvegli a rischio della propria incolumità, si eliminino a vicenda senza tante storie ma conscio del fatto che, purtroppo, così non si agirà, torno qui a proporre le riflessioni – appena, appena ‘aggiornate’ – che anteponevo nel trascorso 2004 al volume ‘La prima squadra non si scorda mai’, da me curato con Luca Goldoni, finalista del Premio Bancarella Sport nel successivo 2005.

Romano di famiglia e varesino di adozione, fin dall’infanzia mi sono distinto fra compagni di classe ed amici per la mia squadra del cuore. Circondato da torme di juventini, milanisti ed interisti, ero, infatti, l’unico in città a tifare Lazio.

Un tifo molto annacquato (preferivo il ciclismo e il pugilato al quale ultimo mi sarei anche dedicato non fosse stato per la miopia), per il vero determinato, più che altro, dal desiderio di seguire in materia le orme paterne e familiari.

All’epoca – e per molto tempo a venire, considerato che vado parlando degli anni Cinquanta – la ‘Lazietta’ vivacchiava alla bell’e meglio in serie A e non dava mai modo ai suoi sostenitori di esaltarsi per qualche particolare impresa.

D’improvviso, nel 1958, un incredibile acuto: la finale di Coppa Italia, un torneo minore per definizione che riprendeva nell’occasione e quasi di soppiatto la sua strada dopo quindici anni di oblio.

Avversario di tutto rispetto, un Milan come al solito strapieno di campioni.

Moderatamente esaltato, scommisi con un amico di fede rossonera nientemeno che un ghiacciolo che, vinta inaspettatamente la partita dai biancazzurri, non mi è mai riuscito di gustare essendosi quel fedifrago rifiutato di onorare come si conviene il proprio impegno.

Ma va bene così, visto che ancora oggi, a molti decenni di distanza, c’è a Varese un milanista che, quando gli capita di avvistarmi sotto i portici, si nasconde dietro le colonne e che una volta individuato non può che chinare il capo nel mentre, a voce alta a che tutti intendano, gli ricordo quel che mi deve.

Lontano fin dopo i vent’anni dagli stadi (unica eccezione, nel corso di un soggiorno nella capitale, un Lazio/Juventus all’Olimpico vissuto dalle gradinate e talmente lontano dal campo da non distinguere quasi i giocatori), cominciai a frequentare il Franco Ossola di Masnago ai tempi del ‘Grande Varese’ del mitico commendator Giovanni Borghi, la cui passione e le cui disponibilità avevano trasformato la città in una specie di Eldorado dello sport in genere, e non solo del calcio.

Da simpatizzante della compagine bosina (il cuore, comunque, restava laziale), mi è capitato di togliermi qualche bella soddisfazione. Una vittoria a San Siro contro il Milan e una travolgente cavalcata a fronte di una Juve spazzata via per cinque a zero i risultati di maggior prestigio in un lungo periodo di fulgore quando a Varese giocavano nientemeno che Anastasi, Bettega, Carmignani, Combin e, sul finire di una splendida carriera, Picchi.

Tutto bene – ove si escluda il fatto che, invariabilmente, ogni qual volta il Cagliari arrivava a Masnago, il nostro conterraneo Gigi Riva segnasse gol a raffica nella porta che dà verso il Campo dei Fiori e il Sacro Monte, le due montagne che sovrastano la città –  fin quando, colpevole un maggio assolato, mio padre ed io, chissà perchè, decidemmo di seguire i biancorossi in trasferta, in quel di Vicenza.

Arrivati a destinazione, nel mentre parcheggiavamo la macchina in un viottolo vicino al Menti, un gruppetto di facinorosi, vista la targa che ci classificava come ‘nemici’, si avvicinò con evidenti cattive intenzioni.

Il momento che seguì fu veramente difficile: dileggi, insulti e poi i primi spintoni.

Di gendarmi, naturalmente, neanche l’ombra e la situazione sembrava destinata a peggiorare malgrado cercassimo con parole che ritenevamo acconce e con uno stirato sorriso sulle labbra di far diminuire la tensione.

A quel punto, quasi sorgendo dal nulla come un classico ‘deus ex machina’, dal fondo della via si fece avanti un uomo enorme, elegantemente vestito (ricordo, come me lo vedessi davanti oggi, la sua bella giacca blu e i calzoni beige che sembravano essere appena usciti dalla tintoria).

Quel vero ercole si avvicinò con la massima calma, si collocò tra noi e la piccola folla di scalmanati che ci fronteggiava e chiese tranquillamente cosa mai stesse accadendo.

La sua improvvisa apparizione e, soprattutto, la vista della sua mole calmarono immediatamente gli animi degli esagitati vicentini e, in breve, la strada verso lo stadio fu libera.

Allora, l’omone si presentò. “Sono Musina, Luigi Musina” e nella sua voce echeggiava un orgoglio smisurato, l’orgoglio di chi pensa che tutti debbano necessariamente conoscere il suo nome.

Per mia fortuna, da sempre sono un grande appassionato di pugilato e ricordavo come, anni prima, proprio un certo Luigi Musina fosse stato campione europeo dei pesi medio massimi e avesse combattuto a grande livello anche in America.

Sarebbe  stato davvero spiacevole  se alla pronuncia,  così sicura, del nostro  salvatore  dei  suoi  dati, ci fossimo rivelati assolutamente ignari della sua personalità.

Lo ringraziai vivamente e, in due parole, cercai di rappresentarlo a mio padre.

Poi, Musina ci accompagnò (vorrei dire, ci scortò) fino all’ingresso dello stadio.

Il resto della giornata – per inciso, il Varese perse quella partita – trascorse tranquillamente.

Da quel momento, ho evitato accuratamente di seguire il calcio dagli spalti e quanto accade, purtroppo, assai di frequente, mi conferma che ho fatto bene!

Ridotto alla poltrona e alla tv, sono arrivato a sognare un mondo senza calcio!

Può darsi che presto, data la disastrosa situazione economica di gran parte delle società e gli imbrogli posti in essere che vanno certamente ben al di là di quanto venuto a galla con lo scandalo che ha portato alla retrocessione della Juventus in serie B, questo sogno si avveri.

Così non fosse, è possibile sperare che qualcuno concordi con me quando osservo che il football è motivo di gravi discordie campanilistiche, di liti, di zuffe, di pestaggi, demolizioni di treni, pullman e grill e, perfino, di omicidi; propone ai giovani quali esempi da imitare deboli atleti il cui livello culturale medio non si distingue da quello delle masse; distribuisce a tutti gli operatori compensi inimmaginabili ed immeritati; obbliga tutti noi a sostenere spese di notevole entità per il pagamento degli straordinari che ogni domenica, sui campi, sono chiamati a svolgere migliaia e migliaia di tutori dell’ordine; occupa spazi televisivi sempre più vasti che potrebbero essere utilmente usati per cercare di dare una migliore formazione culturale alla gente; fa emergere sempre il peggio che si annida in noi anche in tv visto il livello dei personaggi che affollano i diversi programmi nei quali si commenta l’andamento delle partite purtroppo non più solo domenicali; riduce quelli che dovrebbero essere semplici cronisti ad accesissimi tifosi per cui, per esempio, si giustifica ogni errore compiuto e qualsivoglia fallo commesso dai giocatori della nazionale e si condanna  qualsiasi, molte volte giusta, decisione arbitrale contraria; fa pensare (gravissimo!) che nello sport conti solamente vincere, ragione per la quale il tifoso considera ridicolo chi, di contro, preferisca giustamente lo spettacolo di buon livello al risultato ottenuto ad ogni costo e con qualsiasi mezzo;  provoca spese pazze da parte degli spettatori (e peggio per loro!) ma anche gravi disagi a chi di calcio non vuol saperne nulla (si pensi al traffico domenicale); distoglie l’attenzione generale dagli sport cosiddetti ‘minori’, assai più meritevoli e, certamente, maggiormente educativi?

Il calcio, per concludere, è gioco nel quale è possibile vinca il peggiore come ben sapeva quel vecchio marpione di Nereo Rocco, il quale, sentendosi dire, al termine di una intervista radiofonica e prima che il suo Padova catenacciaro scendesse in campo, “Vinca il migliore”, subito rispose “Speriamo di no!”

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