Il Patto di Stabilità Interno per gli Enti Locali: poco efficace

In un precedente articolo abbiamo parlato della necessità di una seria liberalizzazione dei servizi pubblici locali, oggi parliamo della spesa pubblica e del debito, sempre,  degli Enti locali decentrati, due argomenti che sono e devono essere prioritari per qualsiasi governo.

La spesa pubblica decentrata degli Enti Locali, rappresenta circa il 30% della spesa pubblica complessiva. Ciò che preoccupa, soprattutto, è il suo trend di continua crescita.

Come è noto le scelte di politica di bilancio hanno due tipologie di vincoli:

a)     vincoli esterni (le regole e i parametri dell’accordo di Maastricht)

b)    vincoli interni ( le modifiche riguardanti i ruoli e i rapporti tra i diversi livelli di governo, specie dopo l’approvazione del Titolo V° da parte dell’ultimo Governo Amato).

Nel 1999 era stato approvato il cosiddetto Patto di Stabilità Interno con lo scopo di responsabilizzare maggiormente gli Enti locali al rispetto degli impegni presi in sede europea.

Il sistema di regole di questo Patto, alla luce dell’esperienza di questi ultimi anni, si è di fatto dimostrato assolutamente non efficace, con vincoli praticamente “deboli”.

Infatti, come risulta da una recente ricerca del Centro Studi della Confindustria,  i risultati sono stati i seguenti: dal 1999 al 2005 le spese degli Enti locali sono aumentate del 39%, ma il trasferimento di funzioni dal centro alla periferia non ha consentito una riduzione delle spese per il Governo centrale ed infatti le spese delle Amministrazioni Centrali sono aumentate, nello stesso periodo, del 15,6%.

Le Amministrazioni locali hanno sempre più finanziato le loro spese in disavanzo e quindi l’incidenza del debito delle Amministrazioni locali sul PIL è aumentata, anzi quasi raddoppiata (aumento del 2,8 punti percentuali), sempre dal 2000 al 2005, mentre per le Amministrazioni centrali c’è stata una riduzione di 5 punti percentuali.

Il debito locale è quasi triplicato dal 1999 (+ 266%) con una dinamica completamente diversa  rispetto alle altre Pubbliche Amministrazioni.

Qualcuno a proposito del federalismo fiscale ha parlato di un’arma a doppio taglio: è vero, esso indubbiamente presenta delle significative potenzialità, ma è anche una fonte di preoccupanti distorsioni.

Le entrate a livello locale sono aumentate rispetto al gettito totale delle Amministrazioni pubbliche: + 26,5% fra il 2000 e il 2005.

La stessa composizione delle coperture delle spese con entrate proprie è diversa a seconda delle regioni del Paese: l’incidenza percentuale è del 64,1% nel Nord del Paese,  del 56,2% nel Centro-Italia e del 31,6% nel Sud.

Queste percentuali dimostrano, come sottolinea giustamente il sopracitato rapporto della Confindustria,  che per alcune Regioni risulta più conveniente accrescere la spesa  pubblica mediante il ricorso al deficit di bilancio piuttosto che aumentare le entrate proprie. In questo modo le Regioni con base imponibile più bassa della media riescono ad esportare il proprio carico fiscale.

Gli Enti locali hanno ricercato nuove fonti di finanziamento diverse  da quelle tributarie e quindi si sono inseriti e allargati in settori di attività economiche e di erogazione di servizi (elettricità; gas; autostrade; ecc). Quindi non solo nella erogazione di servizi pubblici in senso lato ( anagrafe; polizia locale; biblioteche; assistenza sociale; asili nido; centri per anziani), ma anche in gestioni dirette di attività economiche (società partecipate e controllate).  Non per niente si è spesso parlato di piccole IRI regionali, provinciali e comunali.

La nuova Legge Finanziaria 2007 ha introdotto nuove regole ed obiettivi del Patto di Stabilità Interno al fine di regolare i rapporti istituzionali tra il centro e la periferia.

Ai Comuni si è chiesto un miglioramento dei saldi e in cambio il governo ha permesso la possibilità di aumentare le addizionali Irpef, di istituire tributi di scopo e una gestione autonoma del catasto.

Ciò ha comportato un aggravamento fiscale sui redditi personali che praticamente annulla le poche agevolazioni fiscali decise centralmente, specie per i redditi di fascia bassa.

Sono stati introdotti anche meccanismi sanzionatori per gli Enti Locali che non rispettano i vincoli del Patto (es. riduzione dei trasferimenti erariali spettanti;  divieto di assunzione di personale;  sistemi diversi per le Regioni ), ma, a nostro avviso, sono vincoli non adeguati, definiti con criteri incerti e quindi difficilmente applicabili.

Il sistema di monitoraggio sugli enti locali risulta inoltre molto intricato. Sullo stesso “Il Sole -24 ore” (29 gennaio 2007) leggiamo: “La moltiplicazione degli adempimenti non deriva solo dalla creazione di nuovi organismi incaricati di vigilare sull’andamento dei conti comunali e provinciali, ma anche da un intervento normativo che rischia di determinare forti problemi di sovrapposizione”.

In sostanza vanno rafforzate la struttura e le regole del Patto di Stabilità Interno in modo da predisporre più efficienti ed efficaci controlli sulla formazione dei disavanzi e del debito nonché  pretendere una maggiore responsabilizzazione dei livelli decentrati di governo.

Come si legge nel rapporto del Centro Studi della Confindustria, “il disavanzo dovrebbe rimanere a carico di chi lo ha causato e non più ripianato dallo Stato dopo alcuni anni, come avviene attualmente”.

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