Quando la liberalizzazione dei servizi pubblici locali?

In più occasioni su Cartalibera (si veda ad esempio: “No al neo-socialismo municipale” del 4/02/2006) abbiamo denunciato con forza la preoccupante tendenza in atto presso Amministrazioni pubbliche locali che in questi ultimi anni hanno visto una progressiva “ri-pubblicizzazione” di diversi settori aziendali, nelle aziende multi-utility locali (energia elettrica; gas; acqua; rifiuti solidi; telecomunicazioni; edilizia residenziale; trasporto pubblico locale; ecc.), cioè la creazione di piccole Iri regionali, provinciali, comunali.

Mentre lo Stato centrale diventa sempre più leggero con le privatizzazioni, in periferia l’intervento pubblico diventa sempre più pesante.

Molti parlano di “meno Stato”, nella realtà invece  gli enti locali vanno in direzione opposta, cioè verso una sempre maggiore espansione della proprietà pubblica.

Non è però solo un problema di privatizzazione delle aziende comunali, ma anche e soprattutto un problema di liberalizzazione  dei servizi (cioè l’esistenza di una molteplicità di operatori).

Purtroppo invece la realtà sta peggiorando a vista d’occhio.

Da una indagine di Confservizi sui bilanci 2005 su tutto il territorio nazionale (pubblicata nei giorni scorsi su “Il Sole-24 Ore”), dal 2001 al 2005 (in cinque anni) le partecipazioni degli enti locali attive nei servizi pubblici locali sono aumentate del 120%: nel 2001 erano 405, mentre nel 2005 sono addirittura 891.

Nonostante l’obbligo di aprire il capitale ad altri soggetti (legge Bassanini –bis  n.127/1997), il 72,7% delle società è ancora interamente in mano all’ente locale di riferimento e nelle società miste la proprietà pubblica continua ad essere maggioritaria (64,6%).

Salvo alcune eccezioni positive (come le ex-municipalizzate quotate in Borsa), moltissime di queste aziende pubbliche sono inefficienti, scarsamente economiche e redditizie, con costi elevati e qualità scadente, contraddistinte da risultati negativi e preoccupanti indebitamenti.

Questo è soprattutto vero nel Centro-Sud.

Addirittura 174 società partecipate mostrano un indice ROI negativo (rapporto tra risultato operativo e capitale investito che segnala l’efficienza economica della gestione); queste società sono in gran parte localizzate nel Mezzogiorno.

Addirittura nello stesso  settore energetico (normalmente positivo), secondo i responsabili di Confservizi, “le dispersioni in rete viaggiano attorno al 30%, ma nel Mezzogiorno arrivano al 40% e nelle realtà più arretrate toccano anche il 60%”.

I settori più negativi sono l’edilizia residenziale pubblica e le aziende del trasporto pubblico locale e soprattutto le società di modeste dimensioni e le società cosiddette mono-attività.
I risultati operativi di queste aziende sono fortemente negativi, di anno in anno  sempre peggio, a fronte di costi del personale che continuano a crescere.

Qualcuno giustamente si domanda  (Franco Locatelli su “Il Sole-24 Ore”): “Perché la liberalizzazione vale per i servizi pubblici nazionali ma non si applica nei servizi pubblici locali? E perché a livello centrale i servizi di rilevanza economica (gas e luce anzitutto) vengono gestiti in regime di competizione e invece a livello locale dominano feudi, tesoretti e monopoli municipali?  Perché non permettere ai cittadini e alle imprese di scegliere anche a livello locale a quale gestore del gas o dell’elettricità o di altri servizi affidarsi? E, nel caso di mercati dove può essere più economicamente conveniente il monopolio, perché non scegliere il gestore attraverso una trasparente gara competitiva che consenta  all’ente locale di affidare il servizio a chi promette di svolgerlo meglio e al prezzo più basso?”.

Il Ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie locali, Linda Lanzillotta, in queste ultime settimane, ha messo a punto un disegno di legge che ha come obbiettivo l’introduzione di maggior concorrenza nei servizi forniti ai cittadini dagli enti locali, e in particolare dai comuni. Ci sarebbero anche incentivi per i Comuni che promuovono la fusione di aziende pubbliche di dimensioni inadeguate.

Però è di questi ultimissimi giorni la notizia di emendamenti proposti dall’Associazione Nazionale dei Comuni (ANCI) e dalla sinistra radicale (vedi: Rifondazione Comunista), emendamenti tra l’altro già accettati dallo stesso Ministro. Questo è un chiaro segno di arretramento e preoccupante cedimento alla sinistra radicale e ai no-global.

Questi emendamenti riguardano ad esempio alcuni argomenti: non c’è più l’obbligatorietà di mettere a gara i servizi, ma si è deciso di rinviare a decreti legislativi con possibilità di affidamenti diversi;  il decreto inoltre non comprende gli acquedotti e le società di gestione idrica e quindi, di fatto, si torna alla pubblicizzazione integrale dei servizi idrici (non saranno ammesse le gestioni private). 

In conclusione: non dimentichiamo che queste aziende di servizi pubblici locali rappresentano importanti centri di potere politico, clientelare ed elettorale non facilmente riformabili.

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