La politica al femminile

Hillary corre per la Casa Bianca. Il cognome è quasi superfluo. Sia che si usi quello del marito sia che si usi il doppio cognome.  Per tutti lei rimane Hillary. La prima donna che corre per diventare presidente degli Stati Uniti d’America. Bel traguardo. Anche in caso di sconfitta.

Le femministe sono divise: chi esulta, chi la critica perché la considera “un uomo in gonnella”. Ma perché tirare in ballo le femministe? Non sono mai stata femminista. Ero e resto dell’avviso che una donna, come un uomo del resto, va giudicata per quel che vale. Per la sua intelligenza, per le sue idee. E la Clinton è una donna in gamba, indipendentemente dalle sue tesi politiche più o meno condivisibili.

Se da un lato fa piacere vedere che i tempi sono maturi per la corsa di una donna alla Casa Bianca non fa altrettanto piacere guardarsi intorno in Italia. Certo, rappresentanti  ne abbiamo – poche si dirà in confronto ad altri paesi- ma pur sempre presenti alla Camera e al Senato. Non è l’esiguità del numero ad  infastidirmi. Sono molte le ragioni per cui sono poche le donne in politica. E non sto qui ad analizzarle. Dispiace solo che nessuna sieda, per esempio, al ministero degli esteri. La Merkel in Germania è cancelliere, la Royal in Francia corre per le presidenziali, tanto per citarne alcune. Ciò detto è chiaro che mi riferisco a donne valide. Anche noi abbiamo Letizia Moratti, la prima donna sindaco di Milano, ne è un valido esempio.

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