Segolene, mon douleur

Donne in politica, il più stantio “evergreen” dei luoghi comuni del politicamente corretto. Non basta avere una donna a capo della più ignobile amministrazione comunale italiana (RR Iervolino), o vedere una ex-Presidente della Camera in perenne tenuta sado-maso (Irene Pivetti); non basta neppure lo spettacolo di tre donne, della stessa corrente dello stesso partito, che si insultano in modo pesante parlando di droghe leggere (Turco, Serafini, Finocchiaro), e nemmeno la edificante performance di kung-fu (Mussolini e Belillo) in diretta TV. Tutto questo non basta a rendere evidente l’ovvio, e cioè che le donne non sono, statisticamente, né peggio né meglio degli uomini, come amministratrici, tanto che per una Poli Bortone che risana Lecce vi è, nello stesso schieramento, una Di Bello che manda in bancarotta Taranto. L’abominevole ritornello, che in politica “donna è bello”, ad ogni nuova occasione rispunta banale e onnipresente come i servizi sullo shopping natalizio.  Con l’arrivo di Segolène Royal, siamo daccapo, e questa volta è pure peggio. La Segolenizzazione della politica è un chiaro esempio della decadenza della politica stessa: quando il messaggio è “votatemi perché sono donna”, il significato è appunto che la politica non ha più nulla da dire. Irriverente e sacrilego è il paragone con Margaret Thatcher: la Thatcher non diceva “ votate una donna”, diceva “votate un leader che cambierà faccia al paese facendo queste riforme”. La sua agenda era chiara,  e gli elettori votavano una idea di paese, insieme ad una persona forte e coerente, credibilmente in grado di mantenere le promesse.

I moralisti progressisti lamentano che la politica è ridotta a sola immagine, e poi si sciolgono di fronte ad un personaggio che, dietro ai sorrisi ed ai tailleur, non ha nulla, se non un eccezionale ufficio di pubbliche relazioni e la perfetta comprensione del funzionamento dei meccanismi mediatici. Non un programma, non una ideologia, nemmeno una personale visione delle cose: solo la pretesa di essere, in quanto donna, “diversa”. Poco conta che in Francia vi sia già stato un Primo Ministro donna e socialista (M. Aubry), prestissimo liquidata da Mitterrand ed oggi ricordato come forse il peggiore del dopoguerra e poco conta che, altro che “diversa”, debba la propria carriera al fatto di essere la “donna del capo”, il segretario PS Hollande.  Perché questo è il paradosso di molte primedonne in politica: invece di “Cherchez la femme”, occorre “Cherchez l’homme”. Dai tempi di Indira Gandhi, Evita Peron e Nilde Iotti, fino ad oggi con Segolène ed Hillary Clinton, le donne simbolo del potere femminile hanno fatto carriera sulle spalle dei loro uomini: non è un caso che le poche donne che si sono veramente fatte da sé in politica, da M. Thatcher ad Angela Merkel a Condi Rice, stiano spesso a destra, e del femminismo non sanno che farsene.

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