Come ridurre il rapporto Debito pubblico e PIL

Il debito pubblico e’ dato dal valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle Amministrazioni Pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali e istituti previdenziali pubblici) e quindi  rappresentate dall’insieme dei titoli di Stato (Bot, Cct, Bpt, ecc.) e dai finanziamenti ottenuti da banche e altre istituzioni creditizie.

Il nostro debito pubblico nazionale è molto elevato, pari a circa 107% del PIL (inferiore solo alla Grecia in Europa): nel 2005,  il debito totale ammontava  a 1.510.826 M di euro rispetto a 1.417.241 M euro di PIL.

Nel 1981 lo Stato italiano  aveva un rapporto Debito pubblico/PIL di solo il 60%. Da allora e’ iniziata una crescita vertiginosa fino al 124% del 1996. Poi e’ iniziata una lenta discesa ma senza miglioramenti significativi. Negli ultimi anni oscilla tra il 104% e il 107%.

In un nostro precedente articolo (vedi “Cartalibera” del 26/04/2006) scrivevamo che la vera minaccia della nostra situazione economica è rappresentata appunto dal debito pubblico.

Non per nulla il Prof. S.Trento, direttore del Centro Studi della Confindustria scrive : “Il debito  non è che il valore attuale delle maggiori imposte future da pagare. La presenza di un alto debito crea negli agenti economici l’aspettativa di essere maggiormente tassati in futuro per ripagare il debito accumulatosi nel tempo.”

La situazione debitoria è enorme, accumulata soprattutto negli anni ’80 e primi anni ’90. I governi di centro-sinistra prima e il governo di centro-destra poi, non sono riusciti a ridurla. La stessa Finanziaria 2007 di Prodi ha puntato molto sull’imposizione fiscale, ma ha anche previsto un sostanziale aumento della spesa pubblica.

I settori  più critici sono essenzialmente: pensioni; sanità; pubblico impiego; enti locali.

L’andamento del rapporto Debito / PIL è determinato da quattro fattori:

1)     tasso di crescita del PIL

2)     livello del debito derivante dai periodi precedenti

3)     spesa per interessi

4)     avanzo primario (differenza tra entrate e uscite correnti, al netto degli interessi).

Come si può quindi affrontare il problema del debito?

Secondo noi il Governo (qualsiasi governo di destra o sinistra) può agire essenzialmente sul quarto fattore (avanzo primario), riducendo la spesa pubblica oppure aumentando le imposte.

Certamente può avere voce in capitolo anche sul tasso di crescita del PIL, ma non in modo eclatante e risolutivo; può il governo sì adottare una politica espansiva al posto di una restrittiva, con incentivi di vario genere, però in una economia globalizzata quello che conta sono:  le scelte degli operatori economici (imprenditori; consumatori), le loro aspettative per il futuro, i loro comportamenti, nonché la crescita economica o meno dei Paesi esteri vicini.

La crescita o la recessione in Europa o negli Usa ha una influenza diretta anche nel nostro Paese.

Il Governo invece ha poco o nessuno potere di influenza sulla spesa per interessi. Questa spesa infatti è determinata da due elementi: i tassi di rendimento dei titoli di Stato e lo stock del debito pregresso.

Il Governo, oggi con l’accentramento della politica monetaria presso la Banca Centrale Europea (BCE), non ha più potere sui tassi di rendimento, ma solo sull’ammontare del debito.

Le diverse variazioni dei tassi BCE hanno una influenza diretta sui rendimenti dei titoli di Stato italiani e quindi, implicitamente, sulla spesa per interessi.

Oggi lo stock del debito pubblico è enorme.

I titoli di Stato sul totale Debito pubblico italiano rappresentavano l’86% nel 1999, nel 2005 rappresentavano l’80,5%, nel marzo 2006  l’80%.

Negli ultimi 20 anni inoltre la composizione si è profondamente modificata: è diminuito il peso dei BOT (Buoni ordinari del Tesoro, a breve termine) e dei CCT (Certificati  di Credito del Tesoro, a medio termine), mentre è aumentato il peso dei BTP (Buoni del Tesoro poliennali, titoli a medio-lungo termine).

Da un interessante recente quaderno di ricerca del Centro Studi della Confindustria, rileviamo che nel febbraio 2006:

  • il peso dei BTP era del 62,1% rispetto al 21,5% del 1992 e dell’8% dei primi anni ’80.
  • Il peso dei BOT era il 10,2% nel 2006 rispetto al 29,1% del 1992  e del 60,3% del 1982.
  • Il peso dei CCT era il 16,3% nel 2006 rispetto al 37,5% del 1992 e del 52,2% del 1987.

Quindi dai dati sopra citati si può rilevare un aumento della vita media del debito: 6,6 anni nel 2006 rispetto a  1,13 anni del 1982.

Inoltre possiamo rilevare anche una modifica della composizione dei titoli a tasso variabile e dei titoli a tasso fisso.

Per i titoli a tasso variabile c’è stata una riduzione: dal 62% del 1993 al 34% del 2005, con un corrispondente aumento del peso dei titoli a tasso fisso.

Naturalmente anche i rendimenti sono cambiati: ad esempio il rendimento:

  • sui BOT è passato dal 12,4% del 1990 al 2,1% del 2005;
  • sui BTP è passato dal 13,8% del 1990 al 3,1% del 2005.

Il rendimento medio sui titoli è sceso al minimo del 2,5% nel 2005. però dalla fine del 2005 i rendimenti sono tornati a crescere anche per il corrispondente aumento del tasso ufficiale della BCE.

L’incidenza degli interessi passivi sul PIL è, nel 2006, del 4,56%. A questo punto non dobbiamo dimenticare che ogni punto di rialzo del tasso BCE comporta un aumento degli interessi passivi di 4,8 miliardi di euro.

Dato che nel corso del 2006 il tasso BCE è praticamente aumentato di 1,25 punti percentuali, nell’anno 2007 avremo quindi un aumento di interessi passivi di circa 6 miliardi di euro, quindi con un totale di 73 miliardi di euro.

Se avessimo una composizione del debito come nel passato (cioè un maggior peso di BOT e CCT), il rendimento medio dell’ammontare dei titoli sarebbe più basso e quindi avremmo minori interessi passivi. Invece la situazione è cambiata.

Inoltre dobbiamo considerare che siamo in un periodo di tassi BCE crescenti. Questo significa che, a parità di politica di bilancio del Governo, si avrà un ulteriore aumento del deficit pubblico.

Negli anni 2001-2005, a causa di una politica non particolarmente restrittiva da parte della BCE, gli interessi passivi in percentuale sul PIL erano diminuiti, a differenza di altre voci di spesa, e quindi, in pratica, hanno dato un contributo positivo al rispetto dei parametri europei.

La situazione per il prossimo futuro, oggi,  è un po’ diversa.

In sostanza se vogliamo perseguire la riduzione del rapporto Debito/PIL dobbiamo, oltre a far crescere il PIL,  puntare in concreto su aumenti significativi di avanzi primari annuali. Ciò richiede, se non vogliamo incrementare la pressione fiscale (già elevata) tagli significativi alla spesa pubblica, ulteriori dismissioni, privatizzazioni e liberalizzazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *