Alitalia: vendiamola a dipendenti e sindacati

Immaginatevi l’armatore del “Titanic” che, a collisione già avvenuta, appende un cartello “Vendesi” alla polena della nave. Questa è la situazione di Alitalia oggi, e se dalle banche d’affari incaricate di trovare possibili compratori non è arrivato un coro di pernacchie, è solo perché si sa benissimo che siamo appena all’inizio di un teatrino che può avere mille sviluppi possibili, escluso però quello di una effettiva privatizzazione della società. Vediamo un po’ i protagonisti di questa recita.

Cominciamo dall’ odiato Cimoli, l’uomo dalla liquidazione d’oro e dallo stipendio di platino. Gli spettatori più attenti avranno notato come il Cimoli stesso, nell’arco di poche settimane, sia sparito dalla lista dei cattivi per ritornare ad essere un tecnico di alto livello. Dopo mesi in cui sindacati, politici progressisti e media allineati l’avevano indicato come il principale responsabile dello sfascio della compagnia aerea, improvvisamente, dopo un colloquio “chiarificatore” con il Governo, è tornato saldissimo in sella a gestire l’operazione che deve cercare di far rinascere la società dalle sue ceneri. La ragione è banale: Cimoli resta perché, a fronte di un licenziamento, avrebbe avuto gioco facile a dimostrare di essere stato solo un passacarte, essendo da sempre i veri padroni di Alitalia i partiti da un lato, ed i sindacati dall’altro, e né a lui né al Governo conviene che qualcuno espliciti oggi questa semplice verità. Le cause del tracollo della compagnia aerea sono troppo ben conosciute da tutti, per non sapere che non sarà mai possibile risanarla senza eliminare l’influenza di partiti e sindacati, e poiché questi il potere non vogliono cederlo, il risanamento è impossibile.

Vediamo ora il ruolo giocato da sindacati e dipendenti. Il loro modo di agire, che spinge la compagnia verso un inevitabile fallimento, sembra folle e irrazionale, ma in realtà segue un calcolo ben preciso. Sembra inimmaginabile che una società sull’orlo del fallimento scioperi quattro-cinque volte al mese, con le otto sigle scatenate per rendere la vita impossibile ai passeggeri, ed i dipendenti beatamente e beotamente tranquilli, come l’orchestrina appunto del Titanic. In realtà, l’obiettivo di tanta conflittualità è tanto miope quanto razionale.  Sindacati e dipendenti sanno benissimo di avere dei privilegi ingiustificati ed insostenibili: retribuzioni doppie rispetto alla concorrenza, orari lavorativi ridotti e condizioni agevolate da mille punti di vista, senza parlare di un organico strabordante (oltre 20.000 dipendenti!) che comprende, notoriamente, alcune centinaia di stipendiati che non fanno assolutamente nulla, o nulla comunque di legato alle attività della società. I dipendenti sanno che appena si dovesse realmente risanare la società, privatizzarla o fonderla, tutte queste condizioni privilegiate sparirebbero, ed il loro gioco è, cinicamente ma non irrazionalmente, di far durare la festa il più possibile. Tanto Pantalone paga, come ha sempre pagato, pensano, e un anno, due anni, cinque anni in più sono tutto grasso che cola. Per questo non faranno nulla per agevolare o accelerare il risanamento della società: gli esuberi prima o poi ci saranno, le terziarizzazioni del personale pure, la perdita di privilegi assurdi come quello di mantenere la sede lavorativa a Roma anche quando si opera su Malpensa anche, ma se si spaventano gli investitori, se si fa vedere al Governo che nessuna trattativa è possibile, la pacchia ancora per un po’ durerà….

In questo contesto, il Governo cerca solo qualcuno cui lasciare il cerino in mano, ma appena si cita il problema della “salvaguardia dei livelli occupazionali”, o della convivenza forzata tra Fiumicino e Malpensa, ovviamente tutti scappano. Una soluzione noi per la verità l’avremmo, ed è quella suggerita già diversi anni fa da David Friedman, figlio non degenere del premio Nobel Milton Friedman, per risanare tutte le aziende in crisi occupazionale, quando il sindacato si oppone al risanamento: lo Stato venda le sue azioni a dipendenti e Sindacati, e facciano loro. Diventando padroni di se stessi, impegnino le loro risorse (supponiamo che ai sindacati non manchino beni da ipotecate a saldo delle quote) su un progetto credibile: finalmente dipendenti, padroni e clienti/passeggeri saranno tutti dalla stessa parte. E se dovesse finalmente fallire, almeno a pagare saranno i responsabili e non i risparmiatori.

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