Pensieri rischiosi: guerra e previdenza sociale

Una relazione diretta tra guerre e assistenza e previdenza sociale è stata da tempo riconosciuta dagli analisti della storia moderna.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ed ancor più dopo la Prima, i reduci e le famiglie dei caduti si erano meritati sul campo il diritto ad un minimo di protezioni per il futuro e ad una sorta di indennità per aver sacrificato anni preziosi o addirittura vite alla Patria, invece che costruire un solido avvenire economico per le famiglie.

Come ben chiarisce Ernst Nolte nel suo ultimo saggio sulle troppo trascurate vicende della Repubblica di Weimar (Ed. Marinotti, 2006), quanto sopra vale per tutti i paesi d’Europa, sconfitti e vincitori di tutte le guerre. Tant’è che in Italia, come noto, le prime politiche seriamente assistenziali e previdenziali si devono ad un regime dittatoriale ed illiberale come quello fascista.

Terminata l’età lavorativa delle generazioni che avevano combattuto o anche solo sofferto le Guerre in Europa, però, le ampie garanzie sociali negli anni stabilite a loro favore sono rimaste, e sono anzi state ampliate, soprattutto in forza di ideologie. E non solo di quelle a sfondo più squisitamente socialista o comunista, bensì anche di quelle legate ad un più o meno corretto senso della carità cristiana.

Ma si è perso qualcosa: si è persa una parte importante del valore retributivo che sottostava alle logiche assistenziali o previdenziali alla loro origine: unicuique suum tribuere, a ciascuno si riconosca il diritto secondo merito, recita l’antico precetto giuridico romano.

Oggi assistenza e previdenza sono acriticamente ritenute conseguenza del solo fatto di lavorare e versare contributi, peraltro senza neppure una proporzionale relazione tra quanto si versa e quanto si otterrà alla fine del percorso lavorativo. E il contributo che il lavoratore deve alla Società, alla Patria (in senso lato), agli altri concittadini che pure contribuiscono a garantirgli protezione tanto nell’immediato quanto nel futuro?

Ancora sulla relazione tra guerra e coscienza sociale, D.W. Winnicott, uno dei padri della psichiatria infantile, nel suo “La famiglia e lo sviluppo dell’individuo” (Roma, Armando Ed., 1970) notava come le generazioni che avevano vissuto una guerra avessero un più pronunciato senso delle sfide della vita ed un più solido senso di responsabilità. Quasi che fossero grate di esistere e consce di dovere qualcosa in cambio: tipico retaggio di una adolescenza sanamente costellata di qualche asperità e di un minimo di senso di precarietà.

Oggi legittimamente viviamo come una conquista il fatto di garantire alle nuove generazioni la Pace, anche a costo di negare i conflitti economici in atto, i disastri ambientali incombenti, il fatto che il terrorismo internazionale ha in corso contro di noi una vera e propria guerra.

Crescono generazioni che non hanno visto battaglie su valori collettivi o per la sopravvivenza collettiva e che maturano un senso della sfida solo unilaterale ed egoistico. Per tanti, forse ormai troppi, è conveniente trascurare il senso della retribuzione del merito e del fatto che la giusta ricompensa sociale deve conseguire ad un altrettanto doveroso contributo sociale reso da chi lavora con la qualità della sua opera.

Non si tratta di denaro. Si tratta di passione, diligenza, prudenza e responsabilità: equi e necessari corrispettivi della libertà, che tutti pretendiamo nel quotidiano operato altrui e pochi cercano di mettere nel proprio.

Alti livelli di previdenza ed assistenza sociale non sono affatto diritti acquisiti ed inalienabili. Sono invece il frutto dello sforzo e dell’impegno comune a fare meglio e di più anche affinché il “sistema nazione” nel suo complesso vinca le sfide di una economia sempre più complessa e competitiva.

Se il sistema non funziona o non fiorisce, si possono approvare decine di leggi per ampliare le garanzie assistenziali e previdenziali, ma nessuno riuscirà a pagarle. Se ogni singolo non si sente impegnato nel dare diligenza ed efficienza, cioè nel fare anzitutto il suo dovere alla faccia dei tanti furbi che lo evitano, il sistema resta poco produttivo ed incapace di rispondere ai gravi oneri che una politica irresponsabile gli pone.

Per  questo  non ci piace  e ci opprime  la  politica  finanziaria dell’attuale  Governo:  perché appare  costantemente  volta  a punire  e  reprimere  coi  pesi  fiscali  e  con  gli  adempimenti amministrativi gli slanci di coloro che  in questo Paese ancora hanno voglia di creare e profondere ricchezza ed efficienza e non premia nemmeno coloro che, giorno dopo giorno, restano formiche in un sistema di cicale.

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