Dieci anni di pignolerie

I BERSAGLI IN ORDINE ALFABETICO:

CORRADO AUGIAS, ENZO BIAGI, GIORGIO BOCCA, ANDREA CAMILLERI, CLAUDIO CARABBA, ENNIO CARETTO, GIANNI CLERICI,

FURIO COLOMBO, FRANCO CORDERO, MASSIMO D’ALEMA,

LUCIANO DE CRESCENZO, ANTONIO D’ORRICO, UMBERTO ECO,

ALAIN ELKANN, ORIANA FALLACI, VITTORIO FELTRI,

VALENTINA FORTICHIARI, PAOLO FRANCHI, LUCA GOLDONI,

PAOLO GRANZOTTO, ALDO GRASSO, LUDOVICO INCISA DI CAMERANA,

TULLIO KEZICH, CLAUDIO MAGRIS, CURZIO MALTESE,

ENRICO MENTANA, PAOLO MEREGHETTI, FRANCESCO MERLO,

PAOLO MIELI, ETTORE MO, MAURIZIO MOLINARI, INDRO MONTANELLI,

MORANDO MORANDINI, GIANNI MURA, GIULIO NASCIMBENI,

RICHARD NEWBURY, PIERO OTTONE, GIANFRANCO PASQUINO,

MARIO PIRANI, BENIAMINO PLACIDO, MAURIZIO PORRO,

GIANNI RIOTTA, MARIA LAURA RODOTA’,

SERGIO ROMANO, ALBERTO RONCHEY, GIANNI RONDOLINO,

SALMAN RUSHDIE, GIOVANNI SARTORI, EUGENIO SCALFARI,

MICHELE SERRA, BARBARA SPINELLI, MASSIMO TEODORI,

TIZIANO TERZANI, ARMANDO TORNO, GIORGIO TOSATTI,

WALTER VELTRONI, LUCIO VILLARI,GIULIANO ZINCONE, VITTORIO ZUCCONI

LA PREFAZIONE DI LUCA GOLDONI

Questa prefazione al libro di  Mauro ha un’origine abbastanza strana .

Una decina d’anni fa, il Corriere della Sera pubblicò una mia rievocazione dello storico match combattuto nella primavera del 1971 a New York da Cassius Clay e Joe Frazier.

Titolo del  mio lungo racconto era ‘Un alieno al Madison’.

E infatti, semidigiuno di boxe, avevo rivolto il mio sguardo alla sterminata platea. Esempio: “Lo spettacolo più traumatizzante era quello del four hundred negro  (n.d.a., ‘negro’ in quegli anni non era ancora politicamente scorretto): incredibili boys con pantaloni di astrakan, panama di visone e brillante sulla cravatta che si sono arricchiti vendendo pomate per stirare i capelli crespi; inverosimili girls color ebano, ma bionde out of the bottle, ammantate di ermellino e con appeso al collo un rock di Tiffany”. E così via in un colorito affresco di costume.

Bene. Qualche giorno dopo l’uscita del mio racconto lessi sul Foglio una  ‘Pignoleria’ di Mauro della Porta Raffo che mi sfotteva perché “non sapevo neppure che il detentore del titolo mondiale dei massimi era Frazier e di conseguenza Clay era lo sfidante”.

Fu come ricevere un diretto al fegato.

Certo non era una svista da poco, ma chi se ne frega se, nel contesto di quel racconto sulla cornice del match, avevo scritto sfidato invece di sfidante.

Replicai con un corsivo risentito sul Corriere osservando che l’aver infierito sul sottoscritto – autodefinitosi ‘alieno’ della boxe – aveva un sapore vagamente maramaldesco.

Comunque, requiem per l’incidente.

Passarono degli anni, dimenticai la stoccata e il suo autore.

Fino al giugno del 2002 quando un giovane colto e gentile mi telefonò da Varese: “Vorremmo presentare ‘Il sopravvissuto’ alla Rocca di Orino, un luogo che è una delizia.

Se lei è d’accordo, per introdurre il  libro avremmo pensato a Mauro della Porta Raffo”.

Feci un salto sulla poltrona.

Spiegai che la scelta mi lasciava molto perplesso e rapidamente accennai all’antefatto.

Replicò di aver già parlato con Mauro: il libro gli era piaciuto e volentieri mi avrebbe intervistato.

Subodorando una trappola infernale, mi feci dare il numero del nostro e gli telefonai pressappoco in questi termini: “Sono pronto a vedere stroncato il  mio libro sul Foglio ma, porti pazienza, non mi seduce l’idea che lei lo stronchi subito in un’anteprima”.

Della Porta si mise a ridere .

Disse che non era un Mau Mau e se aveva accettato di presentare il libro era perché  aveva sinceramente apprezzato la mia versione in tempi moderni del ‘Fu Mattia Pascal’.

Mi convinse.

Domenica sera 30 giugno, dinanzi a una platea che aveva scarpinato per un quarto d’ora sul ripido sentiero verso la Rocca di Orino, Mauro ed io, senza un minimo di preparazione, improvvisammo un vivace duetto.

La cosa ebbe molto successo, al punto che qualcuno dei presenti ci propose di replicarlo in altre località della penisola.

Da allora siamo quasi diventati una Ditta e ci troviamo spesso al nord e al sud, ci telefoniamo, ci scambiamo di frequente e-mail (non i detestabili messaggini), abbiamo persino scritto un libro a quattro mani (‘La prima squadra non si scorda mai’, finalista al Bancarella).

Inevitabile rafforzarsi nella convinzione che le amicizie più solide nascano talvolta da un duro scontro iniziale.

So che, se un giorno mai dovessi scambiare Einstein con Eisenstein, Mauro magari mi farebbe una telefonata  afflitta – “santo cielo, stai un po’attento” – ma non mi inchioderebbe un’altra volta nelle sue ‘Pignolerie’.

E mi convinco sempre più che il suo segreto – oltre una memoria semplicemente scandalosa – è quello di non coltivare troppe conoscenze. Siccome è gentile e leale non saprebbe più contro chi dirigere i suoi pamphlet.

Una memoria indecente, dicevo.

Mi viene in mente quel racconto di Borges sul giovane perseguitato da tutti i ricordi del suo passato: date, parole, latrati, colori, sapori, numero di foglie di una quercia, forma delle nuvole.

Quando gli ho chiesto se non si sente schiacciato da questa mole di nozioni  planetarie, Mauro mi ha risposto che esse giacciono in una specie di sterminato archivio.

Soltanto la lettura di uno strafalcione gli provoca una specie di extrasistole e subito dal bazar che ha in testa arriva preciso l’imput per lo sfottò.

E non credo che ci sia sadismo nei suoi distruttivi epigrammi.

Soltanto un compiaciuto complesso di superiorità.

Quando siamo insieme in macchina o al caffè, lo tratto come un juke box: premo dei tasti e ascolto.

Parlo poco, raramente ho qualcosa da eccepire.

A meno che il discorso non scivoli in politica dove le nostre idee non coincidono neanche un po’.

Ma basta saperlo per svicolare.

Personalmente mi sembrerebbe di buttar via tempo prezioso.

Come se mi mettessi a discutere sulle armi di distruzione di massa, che so, con Claudio Abbado.

Come paragone non c’è male.

Prendi su e porta a casa.

P.S. Rileggendomi, caro Mauro, mi sorge un dubbio. La citazione di Borges è corretta? Mi sembra di sì. In caso contrario – siamo d’accordo – supera l’extrasistole e correggi senza pubblicare.

TESTIMONIANZE

ANTONIO DI BELLA direttore del tg 3 Rai

La storia del giornalismo italiano e’ divisa in due parti: prima e dopo l’arrivo del ‘Gran Pignolo’.

Lo spartiacque e’ il 1996 anno in cui e’ apparsa per la prima volta la rubrica di Mauro della Porta Raffo.

Fino ad allora era consentito scrivere con una certa leggerezza, soprattutto di politica estera. Da allora ogni riga che riguardi tutto, ma in particolare la storia americana, va verificata in maniera superscrupolosa.

Per rimanere in campo anglosassone, il ‘Gran Pignolo’ svolge (gratis) quello che si effettua abitualmente nei grandi organi di informazione americani. Chi scrive per la rivista New Yorker ad esempio sa che ogni affermazione, dato o riferimento fattuale che inserirà ‘nel suo articolo subirà una rigorosa verifica da un ‘controllo verità’ interno.

In Italia qualche sporadico esperimento di questo tipo naufragò subito, affondato dalla suscettibilità della categoria.

E’ un vizio italico: supponenza e inemendabilità.

Da corrispondente in America avevo trovato un mazzo di carte con i nomi di tutti i presidenti americani e mi impegnavo a mandarne a memoria l’esatta successione fra l’ilarita’ dei colleghi italiani.

Che importa essere accurati – mi sfottevano – su fatti così distanti dall’Italia?

Ecco che a vendicare tutti noi, avversari troppe volte sconfitti dell’approssimazione, arriva il ‘Gran Pignolo’.

Non neghiamolo, c’e’ un gusto sottile nel vedere colleghi insigni bacchettati sulle dita da Mauro, anche se il prezzo è tremare di angoscia ogni volta che si scrive un pezzo che ‘lui’ potrebbe esaminare pubblicamente.

Chi non lo conosce personalmente non si faccia però trarre in inganno dalle apparenze.

Il ‘Gran Pignolo’ non è, come potrebbe sembrare, un pedante e livoroso compulsatore di libri polverosi (e ce ne sono in giro molti).

Posso testimoniare il contrario: il suo amore per la precisione e la qualita’ va di pari passo con la sua passione per la vita, l’ironia e le amicizie.

Chi non ci crede non ha che da passare al bar centrale di Varese, chiedere qualcosa a chi ha conosciuto Mauro negli ultimi trent’anni.

Magari da giovane quando giocava a carte con Piero Chiara invece di andare a scuola.

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