Piergiorgio Welby: non parliamo di eutanasia

Piergiorgio Welby scuote le nostre coscienze. E non va strumentalizzato, come fanno i radicali che lottano per l’eutanasia. Perché non si tratta di eutanasia. Piergiorgio Welby chiede che sia staccata la macchina che lo mantiene in vita. Non chiede di essere ucciso, chiede di essere lasciato morire. La differenza è sottile. Ma c’è. Welby respira perché è attaccato alla macchina, altrimenti morirebbe. L’articolo 32 della nostra Costituzione sancisce già la possibilità di rifiutare le cure se considerate accanimento terapeutico. Unica condizione che il cittadino sia in piena lucidità mentale. Piergiorgio Welby chiede di esercitare un suo diritto. Ed è lucido. Con la sua richiesta Welby ci pone di fronte alla morte, all’accettazione della morte. In una società come la nostra, nella quale si tende a rimuovere la morte, la richiesta di Piergiorgio Welby ci confonde. Si invoca allora l’eutanasia, si ricorre ad un’ istruttoria da parte del Consiglio Superiore della Sanità per decidere se si tratta davvero di accanimento terapeutico, si cerca di capire. Certo, se si staccasse la spina Piergiorgio Welby morirebbe per asfissia: i sedativi gli risparmierebbero atroci sofferenze ma ne accelererebbero la morte. Comunque non sarebbe eutanasia.

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