La politica energetica in Italia

Sono attualmente in discussione al Senato due disegni di legge (AS. n 786 e 691) relativi a provvedimenti nel settore energetico ambientale che prefigurano quella che potrebbe essere la politica energetica dell’Italia per il futuro. Forse i politici non hanno chiaro che il sistema energetico ha una grande inerzia e che le scelte che si fanno ora possono ripercuotersi per un periodo molto lungo (parecchie decine d’anni). E’ quindi importante fare scelte molto attente e lungimiranti. Inoltre è importante  che le direttive non cambino ad ogni legislatura perché mettono in gravi difficoltà tutti gli operatori del settore, giustamente preoccupati della continuità e affidabilità dei loro investimenti.

Dai disegni di legge si può individuare quali sono i principi ispiratori: 1- un esasperato allarmismo ambientale, specialmente in relazione ai cambiamenti climatici globali, quindi un’adesione incondizionata non solo al protocollo di Kyoto, ma anche a misure molto più restrittive che potrebbero emergere in un prossimo futuro; 2-  una fiducia senza riserve sulla potenzialità delle energie rinnovabili, in particolare solare fotovoltaico, eolico e biocarburanti.

Nel passato l’Italia ha fatto scelte, nel campo dell’energia elettrica, che ora quasi tutti riconoscono disastrose perché responsabili delle tariffe più alte d’Europa rendendo problematica la sopravvivenza per le nostre industrie energivore. Eppure si rincara la dose e si rischia di avviare il Paese su una strada ancora peggiore, con la certezza di fare ulteriormente crescere il divario fra i costi dell’energia elettrica tra noi e paesi concorrenti con ripercussioni negative sulla nostra competitività e di rischiare anche l’affidabilità della fornitura di questo bene.

Il problema dei cambiamenti climatici è molto complesso e il collegamento tra fabbisogni energetici e riscaldamento globale è ancora soggetto a tanti dubbi, ma l’impostazione che ora si vuol dare, dà per scontato questo legame e propone per il nostro Paese l’adesione a ogni rafforzamento dei vincoli ambientali tipo protocollo di Kyoto, ormai dai più riconosciuto  inutile ai fini ambientali, ma dannoso per l’economia.

Vi è il preconcetto che il problema energetico possa risolversi con l’uso delle energie rinnovabili e con il risparmio energetico. E’ scontata l’importanza di promuovere il risparmio e ogni forma di miglior efficienza, purchè sempre accompagnati da un’attenta analisi economica, ma non si può sperare in miracoli: riduzioni del fabbisogno energetico annuo, a pari PIL, del 2% sono, come tutto il mondo dimostra, ottimi risultati. Può essere valido incentivare alcune forme di energia rinnovabili, anche per usi termici, che sono già alla soglia della competitività, per fare in modo che si inneschi un processo virtuoso che le faccia decollare, ma incentivare insensatamente forme di energie rinnovabili che non hanno alcuna potenzialità e prospettiva -eclatante il caso del solare fotovoltaico- non consente la soluzione del problema e comporta spreco di pubblico denaro. A giustificazione si cita spesso il caso della Germania, che andrebbe però analizzato molto attentamente: in Germania la produzione di energia elettrica è per il 53% fatta con il carbone, il 30% con il nucleare, mentre l’eolico, che ha una potenza installata (18,5GW) poco inferiore al nucleare  (20,4GW), produce solo il 4% del totale e ha creato problemi alla rete elettrica tanto gravi da dover fermare il funzionamento per molti mesi di diversi aerogeneratori e fare costosi interventi sulla rete prima di poterli riavviare. Anche  il fotovoltaico darà in Germania contributi energetici irrilevanti, malgrado i forti incentivi, ma almeno l’industria tedesca di tale settore può trarne forte vantaggio. Nessuna previsione seria anche a lungo termine (incluse quelle dell’Agenzia Internazionale dell’Energia-IEA) prevede che il fotovoltaico possa contribuire in modo sostanziale al fabbisogno energetico dell’umanità.

In Italia in ogni caso la situazione è ben diversa e più sfavorevole. La maggior parte della produzione elettrica è fatta con il gas, il combustibile ormai più costoso, mentre la potenzialità dell’eolico è molto limitata: uno studio dell’Enel prevedeva un massimo pari a meno del 2% del fabbisogno. Il contributo del solare fotovoltaico non può che essere irrilevante,  a ciò si aggiunge che non abbiamo una significativa produzione nazionale di celle fotovoltaiche e saremo quindi costretti a comperarle dall’estero.

Puntare su queste fonti significa emarginare l’Italia dallo sviluppo, rischiare la delocalizzazione di diverse industrie in paesi con minori restrizioni ambientali  e, in un mercato europeo veramente liberalizzato, ridurla a terra di conquista per i produttori europei più accorti.

Ernesto Pedrocchi

Ordinario di Energetica al Politecnico di Milano

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