Missione Unifil: paravento per permettere ad Hezbollah di riarmarsi?

Purtroppo come era prevedibile i soldati italiani in Libano, come tutto il contingente ONU, hanno le mani legate. Nonostante le declamazioni retoriche espresse da Prodi e D’Alema al momento dell’invio del nostro contingente, come forza di pace, la decisione era stata presa in modo abbastanza ambiguo, con regole incerte, anzi senza regole di ingaggio precise e circostanziate.

La forza internazionale ha avuto praticamente l’ordine politico di osservare impotente le violazioni quotidiane della risoluzione 1701 dell’Onu e, secondo noi, la preparazione per un nuovo conflitto. Infatti i caschi blu  non sono autorizzati a perquisire i veicoli, le abitazioni; non riescono a mettere neppure un posto di blocco, perché in questo modo potrebbero fermare qualche carico sospetto; le informazioni che Israele trasferisce ai comandi della forza internazionale rimangono lettera morta.

In sostanza si comportano come dei semplici osservatori dell’Onu come era prima, già fin dal ’48.

La restituzione dei soldati israeliani rapiti (era una condizione per il ritiro israeliano) non è ancora avvenuta.

Nel frattempo, contro tutti gli impegni presi dalle Nazioni Unite, arrivano dalla Siria e dall’Iran armi, missili e tecnologie per i miliziani sciiti del Libano (gli Hezbollah). La rete di tunnel e bunker nel Libano meridionale, a sud del fiume Litani, è in corso di ricostruzione. Le truppe Unifil non hanno finora mosso un dito per ostacolare questo evidente riarmo. A questo punto cosa ci stanno a fare i nostri soldati in Libano?

La situazione comincia a diventare estremamente pericolosa. Lo stesso generale francese Alain Pellegrini, comandante della missione Unifil, (leggiamo dalla stampa) sostiene che il Libano potrebbe riesplodere per diversi motivi: “attacchi contro Israele; proseguimento dei voli di ricognizione sul Libano degli aerei di Gerusalemme; instabilità politica del Paese dei cedri con i settori filosiriani che sfidano apertamente il governo di Fouad Siniora; tensioni provenienti dai campi profughi palestinesi non molto distanti dalla zona controllata dagli italiani”.

Cosa faremo quando, molto probabilmente, si ricomincerà a sparare?

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