La roulette non è “una roulette”

Giorni orsono, commentando da par suo la finale del torneo di tennis di Montecarlo e l’esito di un ‘tiebreak’, l’ottimo Rino Tommasi, nel sostenere che, alla fin fine, in quello che i francesi giustamente chiamano ‘jeu décisif’, vince il migliore e che la fortuna con tale risultato non ha molto a che fare, ha esclamato: “Non è certo come alla roulette!”, dimostrando in tal modo di non conoscere appieno quel maledetto/benedetto marchingegno.

Molti anni fa, a Campione, al termine di un’ora e mezzo di gioco particolarmente sfortunata durante la quale non avevo azzeccato neppure un ‘pieno’, rimasto con un solo ‘Luigi’ (così, ai bei tempi, si chiamava la fiche da venti franchi), non sapendo più che pesci prendere, mi rivolsi al croupier che di lì a poco avrebbe tirato la pallina, esternandogli tutta la mia disperazione.

“Lo metta sull’uno”, mi sentii rispondere.

Detto fatto, a fiato sospeso rimasi a guardare la pallina che correva e correva nella roulette fino ad infilarsi, davvero e per me incredibilmente, proprio nell’uno!

“Premier”, annunciò quel desso sorridendomi ed ammiccando nel contempo al collega che sedeva dall’altra parte del piatto.

Scoprii così che i più esperti tra ‘les employés’, quando sono ‘di mano’ da qualche colpo, se lo desiderano, possono indirizzare la pallina molto precisamente: quantomeno in un ben identificabile ‘settore’.

E’ questa la ragione per la quale, allorchè al tavolo siede un forte giocatore che in caso di vincita lascia generosissime mance, lo ‘chef’ che comanda il tavolo ordina quasi ad ogni lancio di pallina il cambio del croupier a questa bisogna addetto.

La roulette, quindi e per chi bene la conosca, non è affatto ‘una roulette’!

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