Riformiamo Confindustria

Confindustria è una associazione “democratica”  di imprese, dove il suo Presidente dovrebbe rappresentare in modo equo le loro istanze, compatibili con il miglioramento di vita dei cittadini e le casse dello stato. E senza fiancheggiare alcun partito.  Ai miei tempi, delibere ufficiali dicevano che Confindustria doveva essere “apartitica”.

Io, che nel sistema confindustriale ho lavorato, gratuitamente, per quasi trent’anni, ho però quasi sempre notato che erano taluni poteri forti che gestivano Confindustria e i giornali dell’entourage per fiancheggiare chi, in politica, prometteva di scambiare qualcosa con quegli stessi poteri. E’ per tale ragione che all’epoca decisi di entrare direttamente in politica, schierandomi con la migliore area liberale disponibile sul mercato dei partiti. Prima con la coalizione Liberali-Repubblicani-Segni per la candidatura a sindaco di Milano,  poi contribuendo a Forza Italia. Con coerenza alla linea apartitica, mi dimisi fin dal primo giorno da Presidente del Comitato Medindustria di Confindustria e dalla Vicepresidenza di Assolombarda.  Ne ricevetti in cambio, da tali “poteri”, una fronda pesante. E tali poteri furono fra i fortemente attivi nella caduta del primo Governo Berlusconi.

Non era questo che voleva la stragrande maggioranza delle piccole e medie industrie, e che, stando ai sondaggi pubblicati dallo stesso Sole 24 ore, vogliono ora. Il grande problema è che la democratica Confindustria ha meccanismi e cultura tali da impedire ancora in gran parte che le Piccole e soprattutto Medie imprese  pesino nella politica che esprime il suo Presidente. E non è sufficiente scorrere i nomi del  Direttivo e della Presidenza. Anche lì i voti si “pesano”  e non si contano. Ma, malgrado tutto, sono sempre associato e, come associato, posso e devo dire la mia.

Nell’ultima lettera scritta a Montezemolo, Bracco e Squinzi, miei presidenti associativi di riferimento,  ho continuato a ricordare i problemi della pressione fiscale, degli orari e della flessibilità dei rapporti  di lavoro, della libera concorrenza e dell’elevato costo del sistema confindustriale, della necessità che 300 milioni di Europei imparino qualcosa dai 6 miliardi di cittadini del resto del mondo, che ci stanno portando via importanti quote del lavoro mondiale.  Con voglia di combattere e fiducia in un futuro liberale di questa nazione, ho da poco investito 100 milioni di euro  per costruire, in Lombardia, il più grande e produttivo stabilimento al mondo del settore. Mentre altri esponenti di Confindustria disinvestono in Italia e costruiscono in altri paesi.

Una Confindustria non si reinventa, ma la si può riformare e può esprimere dei migliori orientamenti di politica economica. E lo dovrà fare in quanto sono ormai numerose le aziende che se ne vanno (nella associazione delle vernici, piccoli e grandi gruppi hanno rassegnato le dimissioni) e  Confapi continua a crescere. Va bene che si affermino sul mercato altre associazioni e altri sindacati. Anche lì la concorrenza con adeguate regole antitrust non può che fare bene a tutti.

Ma,  almeno per quanto mi riguarda e al momento, il mio è un semplice dibattito all’interno della mia associazione per farle cambiare orientamento. Vorrei vedere dei risultati. Per contribuire ad una miglior politica economica liberale, ho recentemente accettato di ritornare a lavorare in Forza Italia, nei suoi vertici con la responsabilità nazionale di un importante Dipartimento economico.

Concludo con l’auspicio che i vertici confindustriali rappresentino  meglio anche le istanze di larga parte dell’industria italiana e che sostengano con più forza l’impegno di Bombassei nel suo durissimo incarico.

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