Dell’incredulità sospesa

Scrivendo, girando un film, perfino parlando con gli amici e comunque ogni qual volta si racconti qualcosa, il minimo che ci si possa aspettare da parte dei lettori, degli spettatori o, in genere, degli ascoltatori è quel particolare tipo di complicità che va sotto il nome di “sospensione consapevole dell’incredulità”. Teorizzata da Samuel Taylor Coleridge a proposito della poesia, la “sospensione” è destinata a scattare in tutte le occasioni nella quali il narratore, in qualche modo, esagera.

“Sì, è vero. Te la sto raccontando un po’ grossa”, sembrano dire, ammiccando, lo scrittore o il regista, “Ma tu prendila per buona e vedrai che la mia storia ti piacerà”.

Convinto che così sempre accada, capita che nel corso di qualche conferenza mi lasci andare e dica qualcosa di poco plausubile pretendendo appunto la complicità dei presenti.

Novantanove volte su cento, tutto bene: la gente sorride in quel particolarissimo, accondiscendente modo.

Una volta su cento, una gentile signora (mai un uomo!) alza la mano.

Ha la faccia un po’ triste, da circostanza.

E’ dispiaciuta – si vede benissimo – ma chiede spiegazioni.

Di colpo, la magia viene a cessare.

Per quanto di poi dica o faccia, qualsiasi cosa mi inventi, la “sospensione consapevole dell’incredulità” svanisce e nessuno dei presenti è disposto a darmi ancora retta.

Parlano tra loro, si distraggono…

Quel dito alzato che ho cercato invano di ignorare mi ha smascherato e non vale più la pena che qualcuno mi stia ad ascoltare!

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