Elezione a doppio taglio

Siamo proprio sicuri che esportare la democrazia nel mondo islamico sia una buona idea? I risultati delle elezioni politiche in Iraq, in Egitto, in Libano e soprattutto nei territori palestinesi hanno indotto molti esperti a riflettere sulla saggezza del “grande disegno” bushiano, di risolvere i problemi del Medio Oriente facendo votare i suoi cittadini. Per adesso, queste consultazioni si sono tradotte in autentici autogol per l’Occidente, e nel caso egiziano anche per il governo moderato del presidente Moubarak: ovunque, infatti, hanno portato al potere, o almeno hanno fortemente rinforzato nel ruolo di opposizione, partiti islamici più o meno fondamentalisti, ma tutti caratterizzati da una forte identità religiosa e da una notevole carica antiamericana. Nessuno dubita che se il presidente pakistano Musharraf restaurasse la democrazia, anche nel suo Paese trionferebbero i mullah ed i loro seguaci e la già precaria collaborazione con gli Stati Uniti nella caccia ai terroristi di Al Qaeda verrebbe meno. Sembra infatti assodato che nel mondo islamico i governanti filoccidentali – dallo stesso Musharraf ad Abu Mazen – siano profondamente invisi ai rispettivi popoli, e che l’aperto sostegno di Washington, come quello di cui ha goduto di recente Abu Mazen, possa trasformarsi in una specie di bacio della morte. Ma c’è di più: c’è il ragionevole timore che i partiti islamici usino la democrazia solo come un taxi per arrivare al potere e, una volta raggiunto il loro obbiettivo, la rinneghino e la aboliscano.

A sostegno di questa tesi, molti ricordano addirittura l’esempio di Hitler, che ricevette l’investitura del popolo tedesco attraverso regolari elezioni, salvo a non indirle più alla tornata successiva. Comunque, su questo punto gli esperti divergono: mentre Olivier Roy sostiene che la democrazia non è incompatibile con l’insegnamento del Corano, e che la sua introduzione nel mondo islamico servirà comunque ad accelerarne la modernizzazione, altri – Bernard Lewis in testa – sono più scettici e temono che proprio intorno al concetto di democrazia possa svilupparsi quel conflitto di civiltà che tutti dicono di volere evitare, ma che episodi come la violenta contestazione da parte del mondo islamico di una serie di vignette su Maometto apparse in un giornale danese indicano come già in atto.

La teoria sull’esportazione della democrazia è strettamente legata alla guerra contro Saddam Hussein. All’inizio, la motivazione principale era la necessità di eliminare le armi di distruzione di massa in possesso del rais e di punirlo per i suoi legami con il terrorismo internazionale. Quando, poi, le armi chimiche e biologiche, che pure Saddam aveva usato sia contro i ribelli Curdi sia nella guerra contro l’Iran, non si sono trovate (secondo il generale della sua aviazione Sada, un cristiano, furono portare in Siria con un ponte aereo alla vigilia dell’attacco anglo-americano) ed i legami tra il regime di Baghdad e Al Qaeda si rivelarono piuttosto labili, i neo-con vicini alla Casa Bianca addussero come principale movente del conflitto la necessità di eliminare dalla scena uno dei più sanguinari dittatori della nostra epoca e di creare, nel cuore del mondo arabo, uno Stato democratico che servisse da punto di riferimento per tutti gli altri.

Le vicende della neonata democrazia irachena sono ancora troppo recenti per dichiararla un successo o un fallimento, ma i travagli non mancano di certo. Alle elezioni per l’Assemblea costituente c’è stato il boicottaggio dei sunniti, che sentendosi discriminati speravano di invalidare con la loro astensione l’intero processo. Quando, poi, la Costituzione è stata approvata anche senza il loro assenso, si sono rassegnati a partecipare all’elezione del Parlamento, ma non sono riusciti ad evitare che i loro grandi avversari, gli Sciiti, vi conquistassero la maggioranza relativa e mettessero così  le basi o per uno Stato teocratico, o addirittura per una scissione dell’Iraq nelle sue tre componenti etnico-religiose. Gli americani ne sono stati costernati, ma avendo puntato tutto su queste elezioni nella loro exit-strategy hanno dovuto per forza di cose fare buon viso a cattivo gioco. Il fatto che le elezioni si siano svolte con un afflusso alle urne più che soddisfacente, nonostante il clima di terrore e di intimidazione creato da Al Qaeda, ha indubbiamente rappresentato un successo e una promettente base per il futuro. Ma sostenere che esse abbiano introdotto in Iraq una democrazia di tipo occidentale è per lo meno azzardato, visto che gli elettori hanno – in sostanza – votato secondo le tradizionali linee tribali e religiose, seguendo nella maggior parte dei casi indicazioni piovute dall’alto.

Un risultato non meno sconcertante hanno avuto le consultazioni per il nuovo Parlamento egiziano. Per quanto gli americani non abbiano alcun interesse a indebolire il presidente Moubarak, uno dei loro alleati più fedeli nella regione, hanno molto premuto su di lui perché desse alle sue elezioni, che fino a qual momento sembravano ricalcate su quelle sovietiche, un aspetto più decoroso. Serviva, cioè, che esse venissero aperte alla partecipazione di tutti, e che a tutti fosse consentito di fare propaganda alle proprie idee. Moubarak, conscio del pericolo che questo comportava in un Paese in preda a un profondo malessere sociale, ha interpretato questi consigli in maniera alquanto restrittiva, lasciando poco spazio ai suoi avversari e ostacolando anche fisicamente il loro afflusso alle urne, che infatti è stato bassissimo. Ciò nonostante i Fratelli Musulmani, la più antica organizzazione fondamentalista del mondo islamico, responsabile diretta o indiretta dell’assassinio del presidente Anwar Sadat e di alcuni dei più spettacolari attentati a turisti occidentali, hanno conquistato circa un quinto dei seggi in palio e si sono accreditati come una forza di opposizione con un profondo radicamento popolare. E’improbabile che Moubarak, che è ben conscio del pericolo che il movimento ha rappresentato e rappresenta tuttora nella storia dell’Egitto, si lascerà molto condizionare da questa forza, ma il Rais è – per ragioni di età – al suo ultimo mandato e il futuro rappresenta un’incognita. Se, per avventura, i Fratelli dovessero arrivare un giorno non lontano al potere al Cairo, l’effetto sarebbe devastante non soltanto per il Medio Oriente, ma per l’intero mondo islamico, dall’Atlantico al Pacifico.

Il pericolo che i fondamentalisti andassero al potere attraverso le elezioni si era del resto già manifestato in Algeria nel 1992, quando il Fronte islamico di salvezza, dopo essersi affermato nelle amministrative, vinse alla grande il primo turno delle elezioni politiche organizzate dal regime.

I militari intervennero, sospesero i ballottaggi e instaurarono, tra le proteste e le deplorazioni di tutti i Paesi occidentali, una dittatura che si propose di stroncare gli islamisti.  Ne seguì una guerra civile che costò al Paese da cento a centocinquantamila morti, una pesante crisi economica e un ostracismo internazionale finito soltanto con l’elezione alla presidenza della Repubblica nel 1999 di Abdelaziz Bouteflika. Oggi che nel Paese è tornata una ragionevole stabilità (anche se gli scontri tra l’esercito e gli irriducibili del FIS sono ancora abbastanza frequenti), molti si sono ricreduti sulle reazioni negative all’intervento dell’esercito. Se, infatti, il FIS e i suoi alleati fossero andati al governo ad Algeri, l’intero Maghreb sarebbe stato a rischio e i problemi che si presentano oggi nei rapporti con il mondo islamico sarebbero stati anticipati di un decennio. Invece, il golpe algerino ha permesso sia alla Tunisia, dove il presidente Ben Ali ha consolidato la sua presa sul potere mettendo tempestivamente fuori legge gli islamisti, sia al Marocco, dove il re ha a sua volta preso le sue  precauzioni, di allestire per tempo le proprie difese. Tuttavia, gli spettacolari attentati compiuti dalla galassia di Al Qaeda alla sinagoga di Djerba e a Casablanca dimostrano che il fuoco cova ancora sotto la cenere.

Purtroppo, i regimi al potere in questi Paesi non sono né molto efficienti, né molto onesti, né molto popolari, e perciò il malcontento della gente può facilmente rifluire nella forza di opposizione più radicale, che oltre a promettere un ritorno alla sharia e a costumi più austeri, appare anche più sensibile del governo alle istanze sociali e ai bisogni primari della popolazione.

E’ quanto, secondo molti analisti, sarebbe successo a Gaza e in Cisgiordania, dove le elezioni di fine gennaio hanno prodotto la schiacciante vittoria di un movimento fondamentalista, Hamas, che ha nel suo programma la distruzione dello Stato Israele e la perpetuazione della lotta armata, ma ha anche creato una vasta rete assistenziale che va dalle scuole agli ospedali, dai sussidi familiari alla distribuzione di cibo. Nessuno, naturalmente, può dire, quanti dei voti dati al movimento fondamentalista siano stati dovuti alla volontà di riaprire il conflitto con lo Stato ebraico, quanti alla voglia di punire la corruttela e l’arroganza dei dirigenti del Fatah e quanti alla semplice riconoscenza per gli aiuti ricevuti. La speranza è che questi ultimi siano la maggioranza e che pertanto i dirigenti di Hamas si rendano conto di non avere ricevuto il mandato per una nuova intifada, ma solo per migliorare la condizione di vita dei loro cittadini. Tuttavia, il fatto che un partito che si ispira al Corano, ha rapporti di stretta colleganza con gli ayatollah iraniani ed è pronto a copiarne il programma oscurantista abbia preso così fortemente piede in una Palestina considerata fino a poco tempo fa il più laico dei Paesi arabi è fonte di enorme preoccupazione.

Ma, dopo avere premuto perché le elezioni nei territori avvenissero nei tempi stabiliti, l’Occidente, America compresa, si è trovato in notevole imbarazzo nel momento in cui ha dovuto contestarne i risultati.

Che il voto nei Paesi musulmani non sia sempre un toccasana lo dimostrano anche gli ultimi sviluppi in Iran. Cinque anni fa, le elezioni per il presidente della Repubblica, che avevano visto la vittoria del moderato Khatami, avevano alimentato la speranza che potesse essere lo stesso popolo iraniano a liberarsi con la scheda dell’oppressione del clero sciita e indotto l’Occidente a seguire con Teheran una specie di politica del doppio binario. Purtroppo, quando il mandato di Khatami è scaduto, il Consiglio dei Guardiani, espressione del clero più retrivo, ha provveduto a eliminare dalla lista dei candidati chi avrebbe potuto raccogliere più consensi tra laici e moderati, con il risultato di “pilotare” verso il successo un  invasato estremista come il nuovo presidente Ahmadinejad, l’uomo che nega l’Olocausto e vorrebbe cancellare Israele dalle carte geografiche. Qui forse l’Occidente ha fatto l’ennesimo errore, nel senso di avere denunciato le interferenze degli ayatollah, dichiarato le elezioni non accettabili sul piano democratico e quindi incoraggiato gli avversari del regime a boicottarle. Il risultato ce lo abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e siamo ridotti ad affannarci per contenere le voglie nucleari che il nuovo presidente coltiva con l’apparente sostegno della popolazione.

Perfino l’esperimento democratico in Afghanistan, che pure viene considerato un successo, ha dato risultati discutibili: ha sì dato (finchè dura) un minimo di stabilità a un Paese diviso in clan ed etnie l’una contro l’altra armate, ma ha anche legittimato i signori della guerra che lo hanno portato alla rovina e che campano lautamente sulla esportazione dell’oppio con cui si produce il 90 per cento dell’eroina consumata in Europa.

Sostenere, sulla base di questi esempi, che la democrazia non si adatta alla civiltà islamica e che pertanto insistere negli sforzi per diffonderla sarebbe controproducente per la stabilità del Medio Oriente è forse eccessivo. Ma se oltre alle vicende del mondo islamico prendiamo in considerazione anche quelle dell’Africa, dove solo in pochissimi casi la democrazia di modello occidentale, lasciata in eredità dall’epoca coloniale, ha dato risultati accettabili, viene fatto di concludere che troppo spesso ci dimentichiamo che le nostre istituzioni, risultato di un processo storico millenario,  non si adattano necessariamente ad altre società che questo processo non hanno conosciuto. Il trapianto riesce tanto più traumatico (e di conseguenza pericoloso) quanto più si tenta di farlo senza avere preparato il terreno, senza avere prima diffuso e fatto accettare principi e regole in assenza delle quali il semplice esercizio elettorale non produce l’agognata democrazia, ma favorisce solo gli estremismi di turno.

Nel disegno americano, l’esportazione della democrazia dovrebbe giovare sia alle popolazioni coinvolte, perché alla fine finisce con l’imbrigliare in qualche modo anche gli estremisti, sia all’Occidente “maestro”, che si troverà a un certo punto a trattare non con autocrati che basano il loro dominio sulla forza, ma con governi più congeniali al nostro sistema e sostenuti dal consenso popolare. La teoria bushiana contrappone il cosiddetto realismo pragmatico (tanto per intendersi, quello di Kissinger, che durante la guerra fredda appoggiò anche regimi dittatoriali purchè aiutassero l’America a vincere la sfida con l’URSS) a quello etico, che è disposto anche a correre rischi nell’immediato per conseguire un risultato moralmente valido a medio o lungo termine. Per i realisti pragmatici, è senza dubbio meglio aiutare i vari Moubarak e Ben Ali a restare al potere, anche se hanno un rapporto difficile con i diritti umani, che correre il rischio di introdurre una democratizzazione che comporta un difficilissimo periodo di transizione. Per i realisti etici, libertà e democrazia rappresentano valori più importanti della stabilità e del tornaconto immediato dell’Occidente, e vanno promossi nonostante il rischio di alimentare, nel breve periodo, proprio quello scontro di civiltà che si vuole evitare. Quale dei due sistemi si adatti meglio alle circostanze attuali è una questione aperta, che però dobbiamo risolvere al più presto se non vogliamo fare la fine degli apprendisti stregoni.

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