No al neo-socialismo municipale

In questi ultimi tempi, da più parti è stata denunciata la preoccupante tendenza in atto presso diverse  amministrazioni pubbliche locali che vede una progressiva “ri-pubblicizzazione” di diversi settori aziendali, nelle aziende multi-utility locali (energia elettrica, gas, acqua, rifiuti solidi, telecomunicazioni, ecc.), cioè la creazione di piccole Iri regionali, provinciali, comunali.

Mentre lo Stato centrale diventa sempre più leggero con le privatizzazioni, in periferia l’intervento pubblico diventa sempre più pesante.

Molti parlano di “meno Stato”, nella realtà invece  gli enti locali vanno in direzione opposta, cioè verso una sempre maggiore espansione della proprietà pubblica.

Ci sono 20 regioni, 120 provincie, migliaia di comuni che gestiscono aziende e in alcuni casi pretendono di fare i finanzieri.

Occupano spazi economici che potrebbero essere lasciati invece alla libertà di scambi sul mercato di capitali, sono di ostacolo al libero andamento del mercato e pertanto della crescita del Paese.

L’esempio più significativo e recente è l’acquisto da parte della Provincia di Milano delle quote di Gavio nella Serravalle, tra l’altro in modo poco trasparente e a caro prezzo,  ma non è il solo esempio; basti vedere l’attivismo delle aziende municipalizzate di diverse regioni del nostro Paese.

Alcuni progetti di privatizzazione sono stati bloccati ; vedi il caso dell’Acquedotto Pugliese, bloccato dalla nuova Giunta di sinistra (Vendola).

Ex-municipalizzate si aggregano, si fondono, crescono, ma rimangono comunque e concretamente sotto il controllo pubblico. In alcuni casi, nonostante l’entrata di capitali privati, la proprietà o la quota maggioritaria rimane nelle mani di Comuni o delle Regioni.

Spesso, per ragioni di clientela elettorale, si mantengono in vita anche società in forte perdita.

Qualcuno, riferendosi al federalismo, ha detto: “Le istanze di autonomia, invece di stimolare la voglia di fare a livello locale, hanno rafforzato le posizioni pubbliche dominanti esistenti, confermato i vecchi monopoli e alimentato la propensione ad allargarli”.

La mappa delle aziende e banche controllate da Comuni, Provincie e regioni è molto estesa, esageratamente estesa, anche in realtà dal colore politico diverso. E’ “bi-partisan”.

Oltre a questa denuncia politica, cosa possiamo fare?

Secondo noi, bisogna far pesare su questi Enti locali il “vincolo di bilancio”,  cioè, ad esempio, tagliare i trasferimenti a quelle Regioni e a quei Comuni che non hanno ceduto o non vogliono cedere il controllo di municipalizzate e di banche.

E il Comune di Milano?

Ci sono state le privatizzazioni dell’AEM (parziale), della Centrale del latte e delle Farmacie Comunali.

In questi ultimi anni con l’amministrazione di centro-destra, un concreto cambiamento di strategia c’è stato, (anche se a nostro avviso ancora parziale e insufficiente), mediante l’elaborazione di un programma straordinario di acquisizione di risorse nuove e alternative e di profonda innovazione nella macchina burocratica comunale (privatizzazioni parziali o totali di aziende comunali; programmi consistenti di alienazioni patrimoniali; l’utilizzo dell’istituto della concessione per la progettazione, realizzazione ed anche la gestione di determinate opere pubbliche; il trasferimento del finanziamento delle opere pubbliche alle imprese costruttrici; utilizzo di tecniche di “project financing”, cioè finanziamenti “per progetto”; ecc.).

L’Amministrazione Comunale deve quindi continuare con questa politica  e definire  chiaramente il proprio ruolo  che sempre meno deve essere quello di gestione centralizzata di attività e sempre  più quello di promozione, di indirizzo e coordinamento nonché di creazione di infrastrutture e servizi per la promozione e lo sviluppo.

Ente “regolatore” e non “gestore”.  In sostanza la futura Giunta di Milano deve ispirarsi sempre più al principio della “sussidiarietà”.

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