I genitori del Parini

Le scuole superiori milanesi sono attraversate da una nuova ondata di violenza che colpisce gli insegnanti e gli studenti. Una piccola minoranza di facinorosi si è macchiata di gravi atti nei confronti delle persone e delle strutture scolastiche. Il liceo Parini di Milano è stato uno dei teatri di queste gesta.

La sanzione da parte dell’istituzione scolastica è stata in verità modesta (siamo di fronte a reati): brevi sospensioni. Tuttavia i responsabili non la accettano. La lettera dei loro genitori, che ha avuto adeguate risposte sullo stesso Corriere da parte di altri genitori, insegnanti e dalla stessa redazione, mostra come evidentemente le colpe non siano solo dei figli. Ecco il testo della vergognosa missiva.

“Siamo un gruppo di genitori del Parini, alcuni meravigliati, alcuni indignati, ma tutti preoccupati per l’orientamento espresso dalla direzione scolastica e per gli esiti che esso ha prodotto: le “sospensioni” di alcuni studenti.

La percezione che abbiamo è che si stia consumando un’ingiustizia diretta a colpire gli studenti più “visibili”, quelli più impegnati ed esposti in quanto appartenenti a un collettivo studentesco.

Qualcuno, tra i genitori, pensa che la scuola sia un luogo per studiare “e basta!”, qualcun altro pensa che la scuola debba essere estranea a tutto ciò che non è contemplato nell’offerta formativa: noi riteniamo che la scuola sia uno dei tanti ambienti nei quali confluiscono idee e bisogni, forme di socialità e partecipazione, anche diversi da quelli degli adulti, che i ragazzi imparano a esprimere e a governare. Anche se non tutti e non sempre condividiamo le scelte di merito e di metodo che vengono compiute dagli studenti, riteniamo che esse siano frutto di un processo di crescita e di maturazione che li spinge alla ricerca di forme di studio e di partecipazione che, esulando dalle impostazioni tradizionali, li portano a “sperimentare” stili diversi di comunicazione e approfondimento, che si realizzano attraverso cogestioni, autogestioni, occupazioni, condivisioni e aperture alla città e alla società civile. Ebbene, in questi giorni ci sembra che si voglia consumare un tentativo di rivincita e di condanna, non di giustizia, nei confronti di chi si è reso artefice e partecipe di queste forme diverse, colpendo direttamente quella parte di studenti che ne hanno stimolato la nascita. Non si giustificherebbe altrimenti la sproporzione con cui si è giunti a infliggere sospensioni anche di 12 giorni a che si è ritenuto responsabile di aver partecipato a un picchetto, oppure 5 e 3 giorni a studentesse che si sono attardate a scuola o che hanno preteso di incontrare i riferimenti istituzionali a cui fare le loro rimostranze, tutte responsabilità condivise nella “autodenuncia” sottoscritta da più di cento studenti. Appare evidente che l’obiettivo non sia di colpire singoli comportamenti, ma un insieme di persone accomunate dalla loro partecipazione a un collettivo studentesco. L’art. 4 del Dpr 249/98, trattando della “disciplina” in ambito scolastico, dispone che “i provvedimenti disciplinari hanno finalità educativa e tendono al rafforzamento del senso di responsabilità e al ripristino di rapporti corretti all’interno della comunità scolastica”. Se la scuola deve educare alla crescita e all’assunzione di responsabilità, chiediamo che anche la dirigenza scolastica ne dia prova dando segnali di civiltà e giustizia e non di “fermezza” isolata e sterile. Vorremmo quindi cogliere il principio a cui si ispira l’articolo citato: ”Le sanzioni sono sempre temporanee, proporzionate alla infrazione disciplinare e ispirate, per quanto possibile, al principio della riparazione del danno”. Le sanzioni applicate in questi giorni procedono invece in direzione opposta: chiediamo quindi che siano prontamente revocate.”

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