Seguir virtute e conoscenza

–  I  –

Intro (don’t skip!)

A parole, i liberali sono tutti in fermento.

Sentono che in Italia è ora di costituire una forza liberale, perché altri che dicono di averla in essere, in realtà sono altro.

A parole.

Nei fatti si contano almeno tre gruppi liberali con velleità da partito (PLI, Riformatori Liberali – Salmoni e Radicali – Rosa nel Pugno) ed un soggetto consimile ma un po’ “agnostico” (PRI).

Poi c’è la galassia dei movimentini e delle associazioni “para”politiche. Infine ci sono quelli che hanno istituito pubblicazioni: la volta celeste in una notte limpida è meno luminosa… ma almeno quella (forse) risponde ad un Grande Progetto.

L’unico progetto che i Liberali hanno visto in Italia negli ultimi dodici anni è stato quello di Forza Italia, cui hanno partecipato in tanti e tanti sono affezionati, tanto da perdonargli le infinite manchevolezze che quotidianamente dimostra. Che non sia un “Partito Liberale di massa” ognun lo dice, che cosa sia realmente nessun lo sa. Quanta politica liberale sia riuscito ad esprimere in un lustro di maggioranza pletorica lo possono giudicare tutti.

Per la verità, c’è stato anche un altro “progetto”: quello dei Radicali Italiani. Per dieci anni hanno caparbiamente difeso una posizione “terzista” e idee che per metodo e scopi erano tanto liberali, da collidere sistematicamente con quelle degli altri. Certo, il buon Marco Pannella ha il suo carattere e potrebbe stare orgogliosamente nel canto infernale dell’Ugolino dantesco. Una cosa è sicura, però, e chi ha camminato a fianco dei Radicali negli ultimi diec’anni lo può testimoniare: sono stati massacrati a livello mediatico. Ogni iniziativa assunta è stata seviziata e repressa con i più biechi metodi da peronismo di bassa lega (chi si ricorda la definizione di “comunista” data da Silvio Berlusconi al referendum sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, per disincentivare il voto, salvo poi non farne nulla quando ebbe la maggioranza). Questo rilievo gioca anche nella attuale fase dei Liberali.

A parole, dunque, i liberali sono tutti in fermento. Ma poi nella realtà nessuno rinuncia ai suoi vizietti personali fatti di invidie, egoismi, distinguo, antichi rancori e quant’altro. Anche questo é sotto gli occhi di chiunque.

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 –  II  –

Avere o essere?

(ossia, dei vari presunti partiti liberali, et similia)

Partiamo da me, ad esempio.

Ho la carica di segretario regionale del PLI per la Lombardia, ma sono il segretario lombardo del PLI? E qual’è il contenuto sostanziale di siffatto ruolo?

In matematica si sa che qualunque numero, moltiplicato per zero, dà ancora zero.

Il PLI non fa alcuna differenza: essere il segretario regionale di un non-partito significa essere nessuno. Solo che il PLI in Lombardia non è zero, ma comincia ad essere sul serio un’aggregazione convinta e convincente. In Lombardia. Punto.

Perché noi stiamo facendo. Noi abbiamo scritto ai giornali, anche nazionali, ed abbiamo scritto alle testate locali, e dedichiamo all’opera politica ore importanti della nostra giornata e delle nostre notti. Noi stiamo tentando seriamente e lealmente di riunire due realtà diverse ma entrambe liberali come il PLI e Destra Liberale/Liberali per l’Italia in un unico movimento. Noi.

Quindi, sì. Io non solo ho la carica di segretario regionale, ma lo sono anche. E ne vado fiero.

Ma sono pronto a fare un passo indietro, se ciò fosse necessario per riunire altre forze in un unico movimento.

Il PLI oggi è in queste condizioni? Evidentemente no.

E il segretario nazionale è il segretario nazionale di un partito? Sommessamente dico: no. Ne ha la carica, ma non lo è nei fatti. E sia chiaro che questo dico, solo per provocare e certo per criticare, ma non per offendere o giudicare.

Il PLI non compare sulle testate nazionali. Non ha ancora ipotizzato, nemmeno per sbaglio, un documento programmatico nazionale (noi in Regione Lombardia ce lo siamo fabbricati col contributo di tutti). Non sembra avere un metodo organizzativo nitido.

Il PLI sta apparendo solo sull’Opinione, nei cui uffici ha la sede operativa, e solo per raccontare che non sa con chi andare alle politiche.

Questo è il PLI oggi.

Ma gli altri due o tre non sono meglio. Anzi per molti versi lasciano intuire terribili deja vu.

I Riformatori Liberali sono un movimento a forte caratterizzazione mediatica. Neanche erano nati, che già bucavano i fogli di tutt’Italia ai massimi livelli. Neanche erano organizzati, che già avevano un sito internet degno della migliore tradizione radicale e virtuale. Neanche sono costituiti e già dicono che avranno seggi (alias, rifugi) sicuri in Forza Italia.

Chiedo ai tanti uomini e donne liberi (di giudizio e sensi) e liberali, che saranno riusciti a leggermi fin qui: sembra questa l’edizione di un nuovo partito liberale, vero e possente, o una manovra di recupero mediatico dei voti liberali delusi da Forza Italia?

Chiedo ai responsabili dei cosiddetti Salmoni: perché hanno eluso qualsiasi approccio o ipotesi di collaborazione a livello nazionale con il PLI, mentre va loro bene di trattare con il PLI a livello locale?

L’amico Marco Taradash, che ho il piacere e il privilegio di ascoltare ogni sabato nella rassegna stampa di Radio Radicale, tornerà a fare il deputato di Forza Italia con lo spirito battagliero e liberale che lo aveva contraddistinto fino al momento della sua esclusione? O forse ha dovuto fare atto di sottomissione (politica) per riavere la promessa di un seggio sicuro alle prossime politiche?

Mi spiace ma, dai segni che danno, per ora non riconosco nei Salmoni i tratti di un vero Partito Liberale. E ancora mi sorge una domanda: possiamo permetterci di attendere che loro dimostrino quello che valgono una volta eletti, per cominciare a costruire un partito liberale serio ed energico?

I Radicali, dal canto loro, sono ormai finiti dove la loro storia doveva condurli. Anche nei simboli: hanno ripreso a chiamarsi “compagni” l’un con l’altro e, al di là delle grandi (e normalmente condivisibili) battaglie libertarie, hanno rinunciato all’afflato liberista che li aveva mossi dopo il 1994 e si sono confusi con una degnissima forza… socialista. Dapprincipio mi si chiedeva, da parte di tanti amici cui mi univano le origini liberali, perché avessi cominciato a votare radicale, invece che Forza Italia (dove magari essi erano felicemente confluiti). Rispondevo: “io non mi sono mosso da dov’ero: sono i radicali che si sono spostati sulle nostre posizioni. Li voterò finché staranno su queste posizioni, poi dovremo trovare un’altra soluzione”. Tre anni fa ho anche fatto la tessera di Radicali Italiani, che non rinnoverò per il 2006: i radicali si sono spostati e credo che noi liberali dovremo continuare a fare battaglie civili importanti con loro, ma non possiamo più riconoscerci nell’area politica in cui si sono ricollocati. Auguri a loro!

I Repubblicani hanno una organizzazione tanto forte quanto autoreferenziale: passano gli anni a consumare le forze che avevano ai tempi d’oro di Spadolini e La Malfa (Ugo). Ma non si caratterizzano certo per slancio creativo: tanto meno nell’ambito liberale cui appartengono i più tra i loro elettori. Ho voluto citarli in questa breve disamina, perché comunque manifestano atteggiamenti politici contigui a quelli dei liberali ma, anche loro mentre a livello locale cercano di coagire con altri (e col PLI in particolare), a livello nazionale restano ben gelosi delle posizioni in essere: proprio non sono interessati a rischiare di perdere tutto ciò per avviare la costituzione di un soggetto comune.

In sintesi, ad eccezione del PLI tutti i movimenti di natura partitica, che potrebbero lanciare un soggetto politico unico, hanno già posizioni politiche più o meno solide ed incompatibili con la scelta di dedicarsi ad un progetto nuovo. Allo stato, inoltre, nessuno – sempre ad eccezione del PLI – sembra in condizione di garantire per il futuro la dedizione necessaria alla costruzione di un forte movimento liberale.

Tutti vogliono avere (o meglio, “tenere”) quello che hanno e nessuno vuole “essere” movimento libero e liberale… ad eccezione del PLI, ma – a quanto pare – solo perché ancora “non ha”.

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–  III  –

Essere o non essere?

(ossia, dell’attuale Partito Liberale Italiano)

Qui comincia la parte in cui il sottoscritto si beccherà del velleitario, del sognatore, dell’idealista. Insomma… dello sciocco (e magari qualcuno userà parole più intense, riferibili ai cosiddetti “gioielli di famiglia”, se non le ha già usate leggendo quanto esposto sin qui).

Invece vorrei fare un ragionamento politico e, se possibile, essenzialmente pragmatico.

La mia (consolidata) sensazione è che il PLI affermi – a parole – di volersi porre alla guida di un movimento che voglia “essere” il futuro movimento-partito liberale per l’Italia. Ma stia facendo esattamente il contrario. Con tutti questi (sparuti) tatticismi volti ad entrare in liste o aggregazioni spurie per le prossime politiche, il PLI manifesta solo un vano desiderio di “avere”.

Perseguendo questa logica, il PLI ha ottenuto il seguente, brillante risultato:

  • tutti i soggetti politici coi quali avrebbe potuto dialogare senza snaturarsi lo hanno emarginato e lo cercano solo quando, per le amministrative, hanno bisogno del suo rapporto col territorio (ove a loro manca);
  • sta dando la sensazione di essere disposto a tutto, persino a fare crocchio con democristiani, socialisti e “simil”democristiani autonomisti, pur di negarsi l’evidenza dell’esclusione dai giochi;
  • sta deludendo le aspettative degli iscritti che vorrebbero invece vederlo orgogliosamente votato alla autonoma (anche se per ora non premiante) affermazione del suo essere.

Deve prendersi atto del fatto che la politica dell’appoggio incondizionato al centro-destra non paga, perché non garantisce niente a nessuno: nemmeno, per dirla tutta, la “poltrona” ai dirigenti nazionali (che peraltro hanno detto più volte di non esservi interessati “a tutti i costi”).

Deve inoltre prendersi atto che la base degli iscritti e simpatizzanti non accetta alleanze scriteriate, ritenendole snaturanti e perfino mortificanti.

Deve essere chiaro che ai liberali in Italia, oggi come oggi è rimasto solo l’orgoglio! Solo dando voce all’orgoglio liberale il PLI può dare un senso alla sua esistenza. Sennò resta un partito come tutti gli altri, senza i vantaggi di tutti gli altri, quindi senza attrattiva per il pubblico ancora disponibile (e questo è calcolo, non idealismo).

A questo punto deve porsi il problema di come si fa a dar voce all’orgoglio liberale.

Come si fa ad essere partito liberale italiano sul serio?

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–  IV  –

 Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

(ossia, una scommessa di 365 giorni per il 2006: ANDIAMO DA SOLI alle politiche)

 Una delle accuse più insulse, ma anche più efficaci (l’invidia è sempre di moda), rivolte al PLI attuale è quella di servire solo a Stefano De Luca e soci per tornare in parlamento.

E’ insulsa, perché vorrei capire chi possa criticare uno che si adopera per l’azione politica per anni, perché spera di tornare in Parlamento.

E’ efficace perché scatena le gelosie di troppi e tiene lontani tanti possibili alleati e confluenti.

Va resa vana.

Come? Rinunciando ad alleanze insane, sgradite alla base e comunque solo opportunistiche per le prossime politiche.

Se nessuno diviene deputato a priori per scambio, allora tutti possono sperare di essere premiati dal loro attivismo e soprattutto tutti possono sentirsi alla pari.

Disinnescata quella accusa, si può pensare di costruire un movimento più unitario e condiviso. Come?

L’attuale direttivo nazionale non è riuscito a creare un movimento nazionale. In molti abbiamo notato una grave autoreferenzialità e nessuna capacità di incidere sulla struttura del partito e sul mondo dell’informazione. Tutti coloro che non hanno costruito nulla devono essere sostituiti, poiché al momento del bisogno (elettorale) non daranno nulla.

Un posto in direzione nazionale deve essere offerto a tutti coloro che, facendo confluire interi movimenti, dimostrino di portare nel PLI decine di attivisti veri. Non mi interessa per nulla sentir parlare ai convegni del PLI chi poi va a costituirsi in nuovo PSDI. Mi interessa che quelle assise non vengano disertate dagli amici di LiberalCafé o del Nuovo PLI o di Destra Liberale.

Elemento essenziale di tutto questo deve essere un Ufficio di Segreteria più ampio e condiviso, che dedichi il suo tempo a creare la coesione della base, stimolandone l’operatività. Compito primario della segreteria nazionale non può essere, oggi, quello di cercare le sinergie elettorali con movimenti che non sono interessati, ma con i movimenti liberali che, senza il PLI, esistono ancor meno del PLI.

Le elezioni politiche del 2006, da questo punto di vista, possono servire per fare al PLI – nel suo piccolo e coi pochi fondi disponibili – quella pubblicità che per altri versi viene negata al PLI un po’ da tutti. Da questo punto di vista, la voce della “base” del PLI è nitida nel senso di tentare di raccogliere le firme per andar da soli e non per rassemblements non condivisi. Ed è chiaro che una raccolta di firme potrebbe dare al PLI una certa evidenza pubblica: forse più di quanta ne darebbe una campagna elettorale svolta nella confusione con altri soggetti.

Se tutto questo ha un senso, allora bisogna dare immediatamente un segnale forte a tutti i possibili interlocutori, iniziando dal Consiglio Nazionale del 12 gennaio 2006.

Deve immediatamente raccogliersi una Convenzione dei Liberali, per l’inizio di febbraio, da gestire in collaborazione paritaria con tutti gli altri possibili movimenti liberali. Lo sfruttamento dello strumento informatico è essenziale. Il tempo dell’Ufficio di Segreteria va dirottato su questo umile lavoro di raccolta, senza presunzioni.

E si provi a considerare anche l’idea che alle amministrative nei principali capoluoghi si vada da soli, magari addirittura con candidato sindaco autonomo (Stefano De Luca candidato a sindaco di Roma?).

Solo dopo un anno di intenso lavoro, svolto in questi termini di serena e deliberata autonomia, il PLI potrà voltarsi indietro a misurare la strada che ha percorso (sul serio) e forse scoprirà che nel frattempo tanti che oggi ci trattano con spocchia, hanno subìto le conseguenze della loro presunzioni. Ma per ora, a troppi tra noi, il PLI appare paralizzato.

Come tanti altri, chi scrive vive del suo lavoro e fa politica per spirito di servizio (sennò non starebbe in questo PLI). Rubare tempo alla famiglia ed al lavoro per un’idea ha senso solo in un’ottica contrattuale, cioè se lo sforzo è condiviso e suddiviso tra tutti equamente. Allora noi vogliamo sapere costantemente, con adeguate comunicazioni anche informatiche, cosa fa la Segreteria, quanto tempo dedica al PLI e come glie lo dedica. Cosa fa la direzione nazionale e quanto tempo ogni membro dedichi all’attività operativa e con quali finalità. Sono tutte informazioni che ad oggi ci sono precluse e lasciano emergere una pietosa inazione organizzativa del PLI.

E’ un vecchio modo di fare politica che non risponde né ai nostri bisogni né ai nostri scopi e deve cambiare immediatamente.

Abbiamo solo 365 giorni per cambiare sistema e pelle ed essere pronti alla vera sfida del futuro politico di questa Italia: quella di un quadro politico di nuovo proporzionalista e forse privato degli equilibri degli ultimi dieci anni!

Chi scommette con noi?

Buon anno a tutti.

Gigi Paganelli

(Segretario regionale del PLI per la Lombardia)

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