Brevi note sulla politica estera americana

Semplificando come è necessario fare in un articolo, quattro, fondamentalmente, sono le linee guida della politica estera americana.

Ciascuna di esse si rifà al pensiero ed agli atteggiamenti in proposito di un diverso ed importantissimo uomo politico.

Per cominciare, quella detta degli ‘Hamiltoniani’ deriva da Alexander Hamilton (primo segretario al Tesoro e fondatore della Banca di New York poi nazionale oltre che validissimo sostenitore del federalismo) e considera fondamentale l’alleanza tra governo e grande capitale.

La seconda, dei ‘Wilsoniani’, si rifà a Wodroow Wilson, presidente USA dal 1913 al 1921 e, fra l’altro, ideatore della Società delle Nazioni. I suoi seguaci ritengono che gli Stati Uniti abbiano un dovere morale ed un importante interesse nazionale nel diffondere i valori democratici e sociali americani nel mondo.

I ‘Jeffersoniani’, è questa la terza tendenza e si richiama a Thomas Jefferson (capo dello Stato dal 1801 al 1809, massimo estensore della Dichiarazione d’Indipendenza e poi, una volta in carica, strenuo difensori dei diritti individuali dei cittadini), sostengono, invece, che la politica estera americana dovrebbe preoccuparsi meno di diffondere la democrazia all’estero e più di salvaguardarla in patria.

Infine, quarta posizione che prende il nome da Andrew Jackson (alla Casa Bianca dal 1829 al 1837 e primo presidente espresso dai democratici), i ‘Jacksoniani’ ritengono che l’obiettivo più importante per il governo statunitense, sia in politica estera che in politica interna, dovrebbe essere la sicurezza fisica e il benessere economico del popolo americano.

Poiché, come è ovvio, le quattro linee guida or ora succintamente illustrate convivono, con il prevalere dell’una sulle altre, nella storia degli Stati Uniti si sono avuti momenti nei quali l’isolazionismo o l’interventismo hanno prevalso con le conseguenze del caso.

Guardando all’oggi e alla politica ideata (si pensi alla individuazione dei cosiddetti ‘Stati canaglia’) e messa in atto con le guerre dapprima all’Afghanistan e quindi all’Iraq, da George Walker Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, qualche osservatore si è rammentato di una quinta, in parte differente linea d’azione (antesignana della ‘wilsoniana’ che appare al confronto decisamente meno visionaria e più concreta) verso l’estero, quella un tempo nota come la teoria ‘del destino manifesto’ che ebbe una qualche rilevanza verso la metà dell’Ottocento.

Ideata e proposta dal giornalista e polemista di precedente fede jacksoniana John O’Sullivan, affermava che appunto ‘destino manifesto’ e incontrovertibile degli Stati Uniti d’America fosse quello di portare alle genti e agli Stati dell’intero mondo la democrazia.

Celiando in proposito (ma, non troppo), si potrebbe ricordare come e in qual modo abbiano esportato in punta di armi la democrazia in giro per il globo terracqueo i ben più concreti inglesi attraverso un celebre aneddoto: Sir Charles Napier, primo governatore britannico del Punjab, da poco insediato, decise di combattere il ‘sati’ e cioè l’antica tradizione locale che prevedeva che le vedove fossero bruciate vive sulla pira funeraria del compianto marito.

I capi gli dissero che si trattava di un rito la cui origine si perdeva nella notte dei tempi e che, di conseguenza, non era proponibile un suo abbandono.

Per tutta risposta, Napier fece erigere una forca nei pressi di una pira, dicendo: “Rispetto le vostre usanze. Continuate, prego. Sappiate che è nostra usanza, tuttavia, impiccare coloro che bruciano vive le vedove”.

Tornando a noi, scarsa, da sempre, la considerazione che gli Stati e gli studiosi europei hanno avuto nei confronti della politica estera americana e ciò principalmente per le seguenti ragioni:

Nella tradizione americana (e non in quella europea) i problemi economici sono fondamentali: è il successo economico che crea le basi finanziarie per il potere di una nazione.

Gli europei sono eurocentrici e per loro il Vecchio Continente è il teatro principale della politica mondiale. Gli americani guardano necessariamente invece a tutto il mondo.

Gli europei hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una visione della politica estera che si potrebbe definire ‘d’autore’ e pensano che sia il prodotto di un unico grande maestro: Bismarck, Metternich, Kissinger…

La politica estera americana è, di contro, quasi sempre un lavoro di gruppo (non di un singolo) nel mentre il segretario di Stato deve tener conto nell’operare del fatto che oltre a lui sulla scena coagiscono un’infinità di altre componenti: i singoli Stati confederati, i grandi capitali, i ministri economici…

Ricordiamoci di tutto ciò ogni qual volta l’azione di questo o quel presidente, di questo o quel segretario di Stato urti contro il nostro abituale modo di vedere e si appalesi per conseguenza ai nostri sguardi come ‘politicamente’ del tutto scorretta.

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