Vite parallele: Canfora e Irving

David Irving è uno storico inglese famoso non per i suoi titoli accademici (non ne ha) ma perché ha cercato di dimostrare che Hitler non sapeva della “soluzione finale” (quel dispettoso di Himmler non gliene avrebbe parlato fino al 1943, forse perché sapeva dell’affetto del Fuhrer per gli ebrei), e che le camere a gas non esistevano, o se esistevano si sono limitate a far fuori 300.000 prigionieri (una bazzecola comunque) e non i 6 milioni segnalati dalla storiografia ufficiale.

Luciano Canfora è uno storico italiano, che essendo comunista non ha avuto problemi nel crearsi anche titoli accademici, e che in una recente opera ha sostenuto che Stalin tutto sommato non era poi così male (qualche decina di milioni di morti valgono bene una modernizzazione), che la spartizione della Polonia tra bolscevichi e nazisti è stata “mitizzata”, e che la Germania postbellica non è poi così lontana da quella nazista.

Un vero liberale, di fronte a questi personaggi, sopprime a malincuore l’idea di andarli a prendere a calci nel sedere, sospira pensando al prezzo che la libertà di pensiero deve pagare a se stessa, e se viene a sapere che la libertà di espressione dei due figuri è minacciata non è comunque contento.

La libertà di espressione dei due figuri sembra in effetti essere stata minacciata.

Irving è stato arrestato in Austria perché in due conferenze, una decina di anni fa, ha ribadito qualcuna delle sue sciocchezze. Canfora si è visto invece strappare sotto il naso dall’editore tedesco la traduzione della sua ultima opera, nella quale appunto evidenziava le succitate tesi: troppe baggianate, e troppo faziose, io non te le pubblico.

Per un liberale, l’arresto di Irving è inaccettabile, ed è ancor più grave perchè, come diceva Talleyrand “è peggio di un crimine, è un errore”. Dà pubblicità a chi non la merita, trasforma in vittima un simpatizzante di carnefici. Chissà perché, tuttavia, nella stampa “liberal” nessuno si è scandalizzato: in fondo il loro motto è una leggera rielaborazione della citazione di Voltaire: “poiché non condivido quello che dici, farò di tutto perché tu non possa dirlo”.

Sempre per un liberale, il rifiuto dell’editore tedesco di pubblicare l’opera di Canfora non è in alcun modo una censura, ma solo l’esercizio di un diritto contrattualmente previsto (e se al nostro gliene viene una penale, la usi per brindare alle vittime delle fosse di Katyn, che nel libro non cita). E ovviamente la stampa “liberal” si è in questo caso scandalizzata: manco si trattasse della Lecciso, il Corriere della Sera ha dedicato alla questione una pagina “culturale” per ben quattro consecutive giornate, mentre la “Repubblica” (mica poteva farsi sorpassare a sinistra) ha addirittura affidato a Canfora la supervisione di un ciclo di opere storiche dedicato ai bambini.

Non stupisce l’esistenza di uno storico ancora ferocemente attaccato ai miti dell’ideologia comunista: ce ne sono per la verità parecchi, e ci vuole un po’ di tutto per fare il mondo. Ma come si fa a dare torto a Berlusconi, quando dice che i comunisti nell’animo non sono cambiati anche se hanno cambiato scarpe, sigle e aggettivi, se dal fronte progressista nessuno si è permesso di dire che non comprerà più quel quotidiano se i suoi soldi serviranno anche a retribuire un apologeta del terrore staliniano?

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