La Cina è vicina (al collasso?)

Checchè ne dicano i protezionisti di casa nostra, dobbiamo solo essere grati alla Cina per il rapido, tumultuoso sviluppo di cui è stata capace. Grati anche in un’ottica umanitaria, perché le riforme economiche cinesi hanno fatto contro la fame del mondo, negli ultimi anni, dieci volte di più che tutti i piani umanitari di impronta assistenziale messi assieme.

Ma rispetto alla Cina vi sono due questioni importanti che meritano di essere segnalate e analizzate in ottica liberale.

La prima riguarda la affidabilità del modello di sviluppo cinese. Poche voci preoccupate sono sommerse da un brusio di fondo, indaffarato e ottimista, che sulla continua crescita cinese continua a scommettere. Le contraddizioni, come quelle eclatanti nel campo dei diritti umani, vengono sì riconosciute ma, si dice, “da cosa nasce cosa”: una volta avviate le liberalizzazioni, queste non potranno che proseguire ed estendersi a tutti i campi della società.

L’ottimismo e la fiducia nella forza creatrice della libertà sono salutari, ma non possono essere cieche: e se si aprono bene gli occhi, c’è da preoccuparsi.

La crescita di una sana società ed economia liberale, infatti, è legata a molti fattori, ma se dovessimo sceglierne uno, in base alla migliore dottrina liberale di questi ultimi decenni, molti di noi probabilmente direbbero “la definizione e la tutela dei diritti di proprietà”. Sono questi a dare lo stimolo, in primis, e a regolare e permettere lo sviluppo, in seguito, dei commerci, del mercato, e di quella cultura giuridica ed economica che ne permette la vita: dove i contratti sono chiari, anche i diritti sono chiari, e la società può crescere in modo armonioso al riparo da incertezze, arbitrii e lentezze.

In Cina invece i diritti di proprietà sono a dir poco ambigui, una vera società civile indipendente dal potere politico tuttora non esiste, tribunali ed istituzioni a tutela dei cittadini ancora tutti da creare. I privati operano in una sorta di “concessione” da parte dello Stato, e non possono realmente disporre in autonomia delle loro aziende e proprietà: il potere di intromissione dei funzionari di partito nella vita delle aziende private è elevatissimo, come pure il conseguente livello di corruzione. Dove questa ambiguità è più palese e pericolosa, come noto, è nel sistema creditizio, che è di fatto ancora totalmente nelle mani dello Stato,  ed è oggi in uno sorta di “bancarotta virtuale” che non può emergere proprio per la mancanza di trasparenza del sistema, ma che è nota agli analisti finanziari di tutto il mondo: basti pensare che dei crediti concessi dalle banche cinesi quelli inesigibili sono stimati attorno al 30%.

Un dissesto finanziario di ampie proporzioni, inevitabile di fronte alla crisi del sistema bancario, farebbe emergere tutti i problemi legati a questo modello di “capitalismo illiberale”: in primis quello della cosiddetta “Corporate Governance”. Ricucci e gli altri “furbetti del quartierino”, in Cina vincerebbero l’Oscar di Bilancio, un paese dove è impossibile conoscere i veri proprietari delle grandi aziende, leggere i loro bilanci, avere notizie su chi realmente le gestisce, ecc.. Le joint-ventures occidentali si sono moltiplicate, non senza difficoltà, in tempi di sviluppo a doppia cifra: vedremo come sopravvivranno se e quando le banche dovranno chiudere i rubinetti, i crediti essere recuperati forzosamente, i consigli d’amministrazione misti trovarsi in situazione di forte conflitto. La mancanza di regole, di codici e di consuetudini commerciali è un problema enorme; ed il fatto che uno dei consulenti recuperati in Occidente per la riforma del Codice Civile sia nientemeno che Ottavio Diliberto ci lascia molto perplessi sulla proverbiale saggezza cinese. Il mercato è, in fondo, un sistema informativo costruito sulle libere transazioni di chi vi opera: se queste transazioni non saranno rese molto più trasparenti e libere di quanto sono adesso sarà impossibile costruire un efficiente meccanismo che regoli prezzi, salari, offerta di prodotti, di credito.

Il grande problema è che è impossibile cominciare ad attribuire diritti certi di proprietà e di gestione dei propri affari privati, tenendo in piedi un regime poliziesco, militarista e fondato sul Partito Unico e su una ideologia, per quanto annacquata, che si ispira al comunismo. Non è possibile, non funziona, non funzionerà. Ci vorrà dunque una lungimiranza ed una cultura molto diverse da quelle mostrate finora per trasformare, fosse pure in tempi lunghi, la Cina in un paese libero: ogni paragone con il Giappone è fuori luogo, perché non solo il Giappone aveva iniziato a occidentalizzarsi un secolo prima della caduta dell’ Impero, ma soprattutto, a differenza della Cina, non aveva distrutto quelle forme tradizionali intermedie di comunità (la famiglia, il villaggio, le comunità professionali) che sono elemento ad un tempo trainante ed equilibratore in tempi di liberalizzazioni e modernizzazioni.

Il primo punto da sottolineare, per un liberale, è dunque che la crescita cinese è ad alto rischio. Il secondo è che, se grossi problemi ci saranno, e io temo che ci saranno, con tutte le drammatiche conseguenze sociali che possiamo immaginare, già possiamo prevedere gli ululati rabbiosi dei progressisti nostrani contro il “capitalismo selvaggio”. Potete scommetterci, la colpa non verrà data a Mao Zedong, ma a Margaret Thatcher. Non ad una dittatura sempre ottusa, e per molti decenni folle e criminale, ma ad una ideologia liberale malamente applicata, che pure per quel poco che lo è stata ha già fatto per i cinesi più di quanto le tante “rivoluzioni culturali” “lunghe marce” e “grandi balzi in avanti” hanno provato a fare in sessanta anni. Già si dice che è colpa del “capitalismo selvaggio” se milioni di disperati fuggono da campagne che non danno neanche da sopravvivere per affollare le città dove l’economia  fiorisce, o se bambini in tenera età vivono in stanze buie lavorando quattordici ore al giorno. La colpa è, evidentemente, dei capitalisti, non di chi li ha resi così disperati da preferire questo povero destino a quello che il regime aveva loro assegnato in un paese dove la stragrande maggioranza della popolazione vive ancora in miseria priva di diritti, dignità e libertà.

1 comment for “La Cina è vicina (al collasso?)

  1. 20 novembre 2011 at 13:46

    Caro Diliberto, leggo con stupore questa mattina su Repubblica a pag.4 nell’articolo a firma di Filippo Ceccarelli che Lei come Al.Pecoraro e Cicciolina godrete dei vitalizi.
    Resto davvero stupito che uno come Lei, comunista che ama definirsi tale,forse dimentica quel modo di comportarsi che all’epoca del compianto compagno Enrico Berlinguer si definiva come etico e allora il termine “etico” aveva un suo significato preciso.
    Vorrei che uno come Lei, gentile professore, riuscisse a rinunciare al suo vitalizio, che pure le spetta a norma di legge, perché è una indecenza nei confronti di coloro che hanno lavorato onestamente e duramente per una vita sana per poi ritrovarsi non con un vitalizio anche reversibile, ma solo una pensione che non sempre può essere definita congrua.
    In attesa di un suo gesto da uomo intellettualmente onesto la ringrazio.
    Gian Franco Mascoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *