Quanto vale la Banca d’Italia?

Come valutae le quote azionarie, oggi in mano alle banche e compagnie d’assicurazione, che l’Istituto centrale di emissione dovrebbe ritornare allo Stato ed altri Enti pubblici, sulla base della riforma approvata dal Consiglio dei Ministri alcune settimane fa?

Entro tre mesi dall’approvazione della legge sul risparmio, infatti, il governo dovrà emanare un regolamento per disciplinare il passaggio nella mano pubblica delle quote detenute dalle banche; in pratica una “ri-pubblicizzazione” della Banca d’Italia.

A mio avviso questo problema della valutazione non è da sottovalutare per i seguenti motivi:

* oggi manca la copertura finanziaria per il passaggio delle quote allo Stato;

* le valutazioni fatte sono le più diverse ed eterogenee; si va da una stima fatta dal Governo di circa un miliardo (si veda la dichiarazione del sottosegretario all’Economia, Maria Teresa Armosino, ma anche il testo approvato qualche giorno fa dal Senato) a circa 14 -23 miliardi secondo altre stime.

* le reazioni dei tecnici di Via Nazionale alle stime del Governo sono state fortemente negative, tali da mettere in seria discussione questo aspetto della riforma della Bankitalia (già alcuni esponenti della maggioranza e dell’opposizione hanno parlato di rinvio e stralcio);

* alcuni istituti bancari (es. le Casse di Risparmio) hanno già chiesto un “giusto indennizzo” per la cessione forzata delle quote; altri hanno già rivalutato le quote nei loro bilanci.

* il valore di cessione delle quote, a seconda del metodo utilizzato, potrebbe inoltre creare importanti “capital gain”, ma anche, a seconda dei casi,  pesanti minusvalenze nei conti economici delle banche . Oggi nei vari bilanci delle banche e delle assicurazioni, la valorizzazione delle loro quote è fatta con parametri diversi e non omogenei.

* l’emendamento del governo prevede che il costo, anche se non ancora quantificato, sia a carico del Fondo ammortamento titoli di Stato; quindi i costi della riforma andrebbero a pesare sul debito pubblico.

Per questi motivi questo controverso problema è importante e non facile da risolvere. Le opinioni sono molto diverse.

Ad esempio , secondo uno studio del giurista Francesco Galgano il valore delle quote sarebbe nullo in quanto le banche non hanno titolo a possederle ; l’articolo 3 dello statuto prevede che la maggioranza del capitale della banca centrale appartenga a soggetti pubblici.

Secondo il governo (sottosegretario Armosino): “ Le quote non sono vendibili e non possono essere valutate secondo criteri di mercato, ma solo sulla base dei dividendi. Quindi il valore delle quote è di circa un miliardo”. Si precisa che la valutazione è stata fatta sulla base dei dividendi e della partecipazione agli investimenti delle riserve del capitale.

Secondo invece uno studio della società Goldman Sachs, che ha formulato vari modelli di calcolo, si va da un valore minimo di 3,34 miliardi di euro a un valore massimo implicato dall’attuale valore di libro, che è pari a a 13,9 miliardi di euro.

Il Presidente dell’ABI , Maurizio Sella, dopo aver considerato l’emendamento del Governo, “un vero e proprio esproprio”, ha stimato un valore delle quote delle banche oscillante fra 14 e 23 miliardi e, addirittura, come estremi rimedi, ha ipotizzato anche un ricorso al TAR e una denuncia per incostituzionalità.

Altri importanti banchieri (Banca Intesa, Unicredito) hanno criticato l’eccessiva importanza che l’ABI avrebbe dato a questi aspetti economici della vicenda, sottovalutando invece l’importante questione dell’indipendenza di Via Nazionale. 

In definitiva, per concludere, non vorrei che questo importante, controverso, ma specifico aspetto della riforma Bankitalia diventasse un motivo per bloccare o ritardare ulteriormente la legge di riforma sul risparmio, una legge veramente urgente, in attesa da circa due anni.

Non dimentichiamo che circa 835.000 risparmiatori, spesso con i consigli spesso superficiali delle banche, hanno visto sfumare 37,5 miliardi di euro di risparmi.

Ricordiamo inoltre che negli Stati Uniti, è stata approvata la legge Sorbanes-Oxley, il 30 luglio 2002, cinque mesi dopo il fallimento della Enron.

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