Appunti per un rilancio liberale

Nei giorni 23-24-25 settembre si tiene a Viterbo un seminario di riflessione politico-culturale per predisporre le linee che il nuovo PLI dovrà offrire come proprio contributo al programma della coalizione  della  “Casa delle libertà” in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Qui di seguito si riportano alcune rilessioni, sotto forma di appunti,  per una chiara identificazione di una politica liberale, oggi.

 Ciò premesso, veniamo al dunque.

Le parole “liberale” e “riformismo”, oggi sono di moda.  Se ne parla in convegni appositamente organizzati, in tavole rotonde, sui giornali. L’anno scorso anche Forza Italia aveva organizzato a Milano un convegno sul riformismo. L’impressione che ne ho avuto è stata quella di partecipare ad un convegno socialista, sia pure di vecchio stampo craxiano. Sembrava che il riformismo italiano fosse solo e soltanto  socialista.

Non è così.

 Il Riformismo liberale italiano non ha niente da imparare da quello socialista; esso ha origini lontane.Si richiama chiaramente all’esperienza cavouriana e giolittiana,  e soprattutto alle “Lezioni di politica sociale” e “Prediche inutili” di L.Einaudi.

Anche oggi, nonostante il fallimento storico del socialismo reale, la scuola di pensiero della sinistra socialdemocratica, cosiddetta riformista, pur riconoscendo e apprezzando la libertà  e l’efficienza del mercato,  di fronte ai grandi problemi di tutti i giorni, alla fine tende a  privilegiare il collettivo sull’individuale, il “politico” sul “privato”, le prescrizioni e i vincoli dirigistici alla flessibilità e alla responsabilità.

Un motto per i riformisti liberali è sempre stato senza alcun dubbio il seguente:

uguali nelle opportunità; diversi nelle aspirazioni;  liberi nelle scelte.

 

Il grado di riformismo non si valuta e si giudica, ad esempio, come è stato scritto recentemente su un quotidiano milanese, dalla volontà  di tenere sotto controllo le aziende municipalizzate, bensì da una politica che sappia coniugare, sì,  libertà e solidarietà per le fasce più deboli, ma anche e soprattutto dalla volontà e capacità di combattere e smantellare le incrostazioni burocratiche e corporative della nostra società, di eliminare i privilegi di tante categorie protette,  in modo da introdurre sempre più  i concetti di “opportunità”, “flessibilità”, “responsabilità”,  “competizione”, “libertà di scelta”. Capisco che tutto ciò non sia facile.

 

Il governo Berlusconi, partito con un programma elettorale riformista e liberale, specie in questi ultimi tre anni, ha perso tempo, smalto e incisività, perché in molte occasioni si è impantanato in continue e deleterie mediazioni di stampo democristiano,  annacquando sempre più l’originaria volontà riformatrice.

Senza alcun dubbio Berlusconi con la sua discesa in campo politico nel ’94, aveva stravolto le regole della politica italiana, con un atteggiamento anti-politico e anti-partitico. Aveva fatto sì che intorno a sé crescesse il partito del leader che è un non-partito nel senso tradizionale del termine e non  abituato alla mediazione partitica.

 

Questa era, con i suoi pregi e i suoi limiti, la vera realtà politica berlusconiana che aveva riscosso successo. Infatti tutte le volte che Berlusconi  non è riuscito ad esprimere le sue doti di leadership carismatico ed imporsi ai suoi alleati più o meno riottosi ed è stato ingabbiato in defatiganti mediazioni con le componenti più conservatrici della maggioranza,  i risultati sono stati deludenti se non pessimi.

 

La vittoria elettorale del 2001 aveva acceso grandi speranze e creato molte aspettative per riforme liberali e liberiste. Ad onor del vero, alcuni risultati positivi sono stati raggiunti: ad esempio,  la riforma del mercato del lavoro; la riforma della scuola (in parte); maggior sicurezza e prevenzione dei reati; la patente a punti; la prima fase della riforma fiscale (“no tax area”) (purtroppo solo la prima fase); la legge obiettivo per il settore delle opere pubbliche e la partenza della realizzazione delle opere pubbliche; e soprattutto una politica estera chiaramente atlantica e filo-israeliana e non più  filo-araba o succube, come nel passato, del direttorio franco-tedesco.

 

Detto questo però, bisogna rilevare che specie negli ultimi 2 anni, è nata all’interno della stessa maggioranza governativa, una serie di vivaci e continue polemiche con AN, UDC e  Lega, di frequenti distinguo sui provvedimenti  legislativi da adottare,  di cautele, se non preoccupazioni,  elettoralistiche e particolaristiche. Da qui richieste di modifiche di assetti governativi,  richieste di rimpasti del governo, di verifica politica, di governo Berlusconi Bis. L’immagine della maggioranza  ne è uscita e ne esce male. L’elettorato moderato non ha apprezzato e non apprezza queste polemiche, ma vuole efficienza operativa e decisioni concrete. Inoltre diversi  ed importanti interventi in campo economico e finanziario sono stati bloccati o diluiti nel tempo.

 

Vediamo alcuni esempi. La riforma delle pensioni, dopo due anni e più di discussioni e approfondimenti (2002-03), è stata, in pratica, poi modificata e ammorbidita rispetto al progetto originario; emendamenti e continue mediazioni trasversali hanno annacquato  l’originaria spinta riformista di tale progetto. In sostanza, soprattutto per evitare veti politici all’interno della maggioranza governativa, la riforma previdenziale, di cui il nostro Paese aveva urgente bisogno, di fatto è già diventata un specie di mini-riforma.

 

Altro esempio:  inverno 2003-04, dopo il caso Parmalat, tutti avevano giudicato urgente procedere ad una riforma del risparmio in tempi brevi. Il governo aveva predisposto un progetto di riforma delle autorità di vigilanza finanziaria, mediante una soluzione “bi-partisan”, cioè condivisa anche dall’opposizione. L’urgenza dell’approvazione è poi stata accantonata. Ora , con il recente caso Banca d’Italia, sembra tornare d’attualità ed avere una corsia preferenziale. La strada però è ancora lunga. Il testo approvato dalla Camera presenta alcuni aspetti positivi, ma accantona o ignora alcuni problemi strutturali.

 

Tra le innovazioni positive segnaliamo: il funzionamento della “governance” societaria; il rafforzamento delle garanzie di indipendenza dei revisori dei conti , cioè di coloro che devono fornire informazioni ai mercati; predisposizione di strumenti adeguati contro l’utilizzo di società collocate nei cosiddetti paradisi fiscali, specie per fini elusivi; estensione degli obblighi di trasparenza per la vendita e la circolazione di prodotti finanziari.

Purtroppo invece,  idee innovative contenute nella prima stesura sono state notevolmente annacquate, non chiarite o addirittura accantonate: ad esempio, “governance” della Banca d’Italia; riorganizzazione delle competenze di vigilanza, cioè competenze dell’Antitrust, Banca d’Italia e Consob; concorrenza bancaria;  indeterminatezza del mandato del Governatore (durata e meccanismi di nomina); conflitti di interessi tra banca e industria.

 

Un anno fa  su “Cartalibera” scrivevamo: “Per dare fiducia all’informativa finanziaria e ai mercati, è quindi necessario porre mano, con sollecitudine,  a queste azioni specifiche di riforma sia pure settoriale. Ora non vorremmo che anche queste deleghe di provvedimenti correttivi si impantanassero in defatiganti mediazioni parlamentari e finissero di nuovo su un binario morto, nonostante il fatto che tutti, questo inverno, avessero giudicato urgente procedere ad una riforma del risparmio in tempi brevi”.Purtroppo avevamo ragione. Dov’è finita la legge sul risparmio? Non era urgentissima? Ricordiamo che negli Stati Uniti, è stata approvata la legge Sorbanes-Oxley, il 30 luglio 2002, cinque mesi dopo il fallimento della Enron.

 

L’esempio più macroscopico di vero e proprio masochismo è stato  il comportamento di AN e UDC sulla questione della riduzione delle aliquote fiscali. Certi continui distinguo e precisazioni, con chiari intenti dilatori,  hanno  sempre avuto sempre il sapore elettoralistico di breve termine, ma hanno rappresentato un grande errore sul piano economico. Anche il momento per una “scossa” all’economia era appropriato.  

Da parte della corrente di Destra Sociale di AN (Alemanno, Storace), ma non solo, (anche da parte dell’UDC),  più volte è stata chiesta una “svolta” nella politica economica del governo.  Si voleva (o si vuole) forse ritornare al passato? ad una politica assistenzialistica,  alla “ concertazione” che poi scarica i costi degli accordi sulla finanza pubblica?

 

Abbiamo sempre  compreso le richieste più che giustificate di maggiore collegialità, del cosiddetto “gabinetto di regia”, di alcune correzioni di rotta sul programma, abbiamo  compreso anche le richieste di un giusto “mix” tra efficienza e solidarietà,  tra sviluppo e garanzie, e di procedere a qualche aggiustamento sulla stessa struttura della coalizione governativa (ministri e non solo sotto-segretari). Aggiustamenti  sì, ma non terremoti.

 

Ora, se la richiesta riguarda la preparazione di un Dpef “rigoroso” e con i conti pubblici in regola ed una maggiore attenzione all’economia reale, sta bene.

Se  invece la richiesta di una “svolta” significa dare priorità ad un sostegno assistenziale delle imprese, anche pubbliche (anche le aziende“decotte” ??), ad una concertazione spinta,  all’annacquamento ulteriore della riforma previdenziale, ad un certo lassismo nel controllo della spesa pubblica,  e non più invece ad una riforma seria delle pensioni, non più liberalizzazioni  delle professioni, non più privatizzazioni e dismissioni del nostro patrimonio,  riduzione del carico fiscale sulle imprese che agevoli anche la crescita dimensionale, l’innovazione e gli investimenti,  tutto questo non ci sta bene.

 

Sarebbe una ricaduta nello statalismo assistenziale  e clientelare di tipo tradizionale, un tradimento del programma  elettorale del 2001, un programma di riformismo liberale: cioè,  liberalizzazioni; riduzione delle tasse, taglio delle spese e dei privilegi corporativi, riduzione del peso delle burocrazie pubbliche, riforma del mercato del lavoro, rilancio della competitività e dell’economia, con maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture.

 

In sostanza  non possiamo invertire completamente la rotta o annacquare o frenare continuamente le riforme.

 

Inoltre abbiamo anche notato con preoccupazione una progressiva ri-pubblicizzazione di diversi settori aziendali, specie nelle aziende multi-utility locali (energia elettrica, gas, acqua, rifiuti solidi, telecomunicazioni, ecc.).

 

Non parliamo poi degli errori tattici fatti da Berlusconi  per aver subito, prima,  il diktat di Fini e Alemanno per la fuori uscita di Tremonti dal governo, poi, per aver subito le richieste dell’UDC di nominare l’on. Buttiglione a Commissario europeo (e poi come è finita !!!) con conseguenze deleterie (mancato rinnovo a Commissario di un liberale come Mario Monti; spostamento di un uomo fidato come Frattini a Bruxelles e nomina di Fini all’importante carica di Ministro degli Esteri). Non parliamo infine delle continue promozioni di uomini di AN, UDC e Lega (Baccini; Storace; ecc,) a discapito degli uomini Forza Italia.

 

In questa situazione di confusione e di conflittualità, ci siamo sempre chiesti: la componente liberale di Forza Italia dov’è ? Cosa dice ? A questo punto , scrivevamo qualche tempo fa, “se non vogliamo finire veramente a tarallucci e vino,  i liberali di Forza Italia , se ci sono, devono battere un colpo. Non possono stare sempre zitti.”

 

Da queste considerazioni sintetiche nasce la necessità di una forza liberale autonoma e indipendente che, sia a pure all’interno della Casa della libertà, sappia promuovere e rafforzare le istanze liberali e liberiste, con funzioni di controllo, di stimolo e, se necessario,  di critica.

 

Il PLI non deve assumere posizioni incerte , quindi non aggreganti, ma deve evidenziare, in modo incisivo e vigoroso e in ogni occasione,  la sua “identità” e la sua “diversità” dai partiti alleati.

 

Per questo, personalmente,  non credo molto al partito unico.

La rottura della Margherita e di Rutelli sulla proposta di Prodi della lista unica è un po’ speculare a ciò che sta avvenendo anche nel centro-destra. Infatti anche all’interno della Casa della libertà, dopo l’iniziale entusiasmo per la proposta del partito unico o unitario di Berlusconi, cominciano a nascere i distinguo, le perplessità, le proposte di rinvio. I due poli cercano di superare le difficoltà interne invocando l’unità, ma dimenticando i programmi, le culture politiche e soprattutto l’identità.

 

D’altra parte le due coalizioni , con l’attuale sistema elettorale (il cosiddetto Mattarellum)  per vincere le elezioni, debbono estendersi fino a comprendere forze fra loro molto diverse, sotto certi aspetti, addirittura  conflittuali. Questo può servire probabilmente soltanto per vincere ma non per governare.

 

Quindi forti dubbi sorgono sulla possibilità concreta di fare un partito unico nel centro-destra, quanto meno a breve termine. Siamo quindi d’accordo con un articolo apparso qualche mese fa su “L’Opinione delle libertà” che si chiedeva: “Come si può pensare di creare, nell’arco di pochi mesi, un “partito unico” se, nell’arco di oltre dieci anni, non si è riuscito a creare nemmeno il partito di Forza Italia? Già perché la formazione azzurra versa, oggi, nelle medesime condizioni (in termini di deficit organizzativo, disarticolazione, assenza di meccanismi democraticamente selettivi) che, dal suo nascere, la caratterizzano in senso negativo implicando quella serie di limiti e di contraddizioni che hanno, progressivamente e inevitabilmente, condotto alla crisi da tempo sotto gli occhi di tutti.”

 

Per quanto riguarda infine la nuova proposta di legge elettorale proporzionale, con tutte le perplessità e i “maldipancia” specie all’interno di AN e FI e il forte ostruzionismo dell’opposizione, secondo noi questa proposta  non passerà ; la sua tomba sarà il segreto dell’urna.

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