Le piccole donne della Viacard

Signor direttore,

mi rivolgo a lei per denunciare un’incredibile forma di sfruttamento della quale sono venuto a conoscenza da pochi giorni.

Premetto che ho già segnalato il tutto alla magistratura, alla polizia e ai carabinieri e che sono stato preso per matto.

Ho trovato assolutamente comprensibile tale atteggiamento delle autorità costituite nei miei riguardi stante l’apparente follia della mia denuncia, ma mi sarei almeno aspettato una qualche indagine prima dell’archiviazione. Tant’é!

Spero, ora, nella sua comprensione per rendere pubblico quanto, da tempo e impunemente, accade e la invito a prendere, se ritiene, l’iniziativa di un inchiesta del suo autorevole giornale per arrivare con la dovuta sollecitudine al fondo della questione.

Mi scuso della prolissità, ma, prima di giungere al concreto, la dovrò tediare con la narrazione degli antefatti.

Dunque: tutto cominciò qualche mese fa, allorchè, a causa del mio lavoro, iniziai a percorrere assai più frequentemente di prima l’autostrada Varese/Milano.

Come la maggior parte degli utenti abituali, mi munii della Viacard e presi ad usare i caselli adattati al pagamento automatico.

Trascorse due o tre settimane, mi accadde di ospitare in macchina un amico (del quale, lei capirà, al momento non posso farle il nome, ma che – la prego di credermi sulla parola – è persona assai degna e conosciuta) e, giunto al casello ed infilata la tessera nella apposita fessura, sentii, come al solito, la voce preregistrata di una gentile signora che mi indirizzava il suo “Arrivederci”.

Nulla di strano, naturalmente, ma, non so come, la vocina sembrava diversa dal solito: Più bassa, forse anche più rauca.

Scherzando, nel riporre la Viacard, rivolto al mio passeggero, mi venne fatto di dire: “Guarda un po’, deve essere ammalata. Ha giù la voce”:

Con grande stupore, mi sentii rispondere: “Te ne sei accorto, eh? Beh, è facile. In questa stagione…”, con la massima naturalezza e senza la minima intonazione da presa in giro.

Mi voltai, comunque, sorridendo nell’attesa di qualche altra battuta e sperando di coglierne un sogghigno, ma niente: guardava fisso la strada davanti a noi.

E’ difficile cavarsela – lo converrà – in casi come questo: o si beffava di me o era pazzo come un cavallo.

Mancando, peraltro, molti chilometri alla nostra meta, pensai fosse opportuno dargli spago per vedere dove si andava a finire (a costo di passare per uno sciocco), pronto, peraltro, a complimentarmi per la sua capacità di recitazione nel caso la faccenda, come speravo, volgesse al riso.

Macchè! Con mia grande meraviglia, venne fuori che quel tale riteneva davvero che in ogni casello automatico dell’autostrada si nascondesse una donna il cui lavoro consisteva fino a qualche anno fa nell’augurare un “buon viaggio, guidate con prudenza” ed ora soltanto nell’indirizzare agli utenti un bell’arrivederci!

Innervosito dallo scherzo troppo a lungo protratto, gli dissi di piantarla.

“Va bene: Visto che non mi credi, non parliamone più”, fu la risposta. “Però, stanotte, alle quattro precise fatti trovare sul ciglio dell’autostrada, quello di sinistra tornando da Milano, al casello di Cavaria. Vedrai con i tuoi occhi che non sono pazzo”.

Nel mentre parlava, avevo cercato di ricordarmi se per caso non fossimo al primo di aprile e non stesse appioppandomi una specie di ‘pesce’ di enorme portata, ma non era così.

Mi dispiaceva, ma doveva essere totalmente fuori di senno.

Per il resto del viaggio non gli rivolsi più la parola: che restasse lì a friggere.

Quella stessa sera, a casa, dimentico dell’accaduto, stavo tranquillamente sfogliando una rivista quand’ecco suonare il telefono. Era lui.

“Allora; ti passo a prendere io stanotte alle tre e un quarto così abbiamo tutto il tempo che ci occorre”.

Come ci si libera di un folle? Risposi “Va bene” e appesi la cornetta.

Mia moglie, che aveva ascoltato, volle sapere tutto e, insieme, ci siamo fatti quattro belle risate.

Avrà già capito, direttore carissimo, che alle tre e un quarto precise di quella benedetta notte fummo svegliati da una perentoria scampanellata.

Non intendeva mollare per nessuna ragione. Era pronto a portarmi nel luogo indicato.

Che fare? Sfinito, decisi di seguirlo per porre termine a quella incredibile storia.

Indossato il cappotto sopra il pigiama e salutata mia moglie con un gesto che voleva rappresentarle la mia rassegnata sopportazione degli accadimenti in corso, mi avviai con lui.

Silenzio assoluto durante il breve tragitto. Quasi nessuno, naturalmente, a quell’ora, in autostrada.

Parcheggiata la macchina in corsia d’emergenza all’incirca un cinquecento metri prima del casello in questione, ci avviammo lungo il ciglio fino quasi a raggiungere il punto in cui sorge la costruzione dove di giorno sono poste in vendita le tessere Viacard.

Lo seguivo annoiato e infreddolito: “Ma guarda un po’ cosa mi tocca fare!”

Alla fino, imitandolo, mi acquattai dietro la siepe, a circa venti metri di distanza dall’ultimo casello automatico esterno della fila.

Mi sentivo molto, molto ridicolo!

Nel buio non totale, a causa delle luci proprie del casello stesso, gli davo ogni tanto un’occhiata. Non che mi combinasse qualche brutto scherzo.

Niente: teneva gli occhi fissi guardando verso una  specie di ringhiera.

Alle quattro precise, una donna di piccolissime proporzioni, anche se non certamente una nana, parve uscire da sotto terra (ho scoperto in seguito che la ringhiera della quale ho parlato copre l’accesso ad una scala che conduce ad un corridoio collocato sotto i caselli che unisce tra loro).

Il mio amico, sempre in silenzio, me la indicò con un dito ed un gesto, quasi a dirmi: “Hai visto?”

A questo punto, mi sono tirato in piedi e sono andato incontro a quella donna. Tanto valeva parlarle. Probabilmente, era una semplicissima impiegata.

Per farla breve, spaventatissima per la mia improvvisa apparizione e pregandomi di non dire nulla a nessuno, la poveretta, sia pure dopo molte insistenze, mi ha spiegato come stanno le cose.

Signor direttore, la società che gestisce le autostrade ha alle proprie dipendenze un certo numero (non so quante) di ‘lillipuziane’ – considerata la loro altezza, non saprei in quale mai altro modo definirle – che usa introdurre all’interno dei caselli automatici e che sono obbligate a turni di lavoro massacranti (il cambio ha luogo esclusivamente di notte), in un ambiente malsano, chiuso ed estremamente ristretto perfino per loro, con una paga, mi creda, da fame. Solo da qualche anno, hanno ottenuto di parlare di meno (in quelle condizioni il risparmio anche di un singolo fiato è importantissimo) ed è in ragione di ciò che non augurano più il buon viaggio e neppure invitano a guidare con prudenza.

Penso sia necessario porre rimedio a questa situazione di sfruttamento alla quale risultano sottoposte persone evidentemente scelte tra le più deboli (alla minuscola statura corrisponde un carattere timoroso di tutto).

Confido nella pubblicazione di questa mia denuncia e nella autorevolezza sua e del quotidiano che tanto bene dirige.

La prego, dia il massimo possibile risalto a queste mie parole e, mi creda, non sono matto.

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