Vecchia Europa sotto attacco

A conclusione di una recente trasmissione radio, ho domandato all’economista italo-americano Alberto Alesina come la “vecchia Europa” avrebbe potuto difendersi dall’attacco del nuovo e spregiudicato capitalismo asiatico, che sta invadendo il mondo con prodotti molto più economici dei nostri e mettendo in crisi non solo la nostra industria, ma perfino il nostro modello di società. La risposta è stata disarmante: “Non c’è scritto da nessuna parte che questa Europa debba mantenere anche in futuro la posizione privilegiata che ha occupato fin qui”. Per Alesina, cioè, potremmo essere in vista di una svolta epocale, di una redistribuzione del potere e della ricchezza a livello globale che non ha veri precedenti nella storia: il processo, ovviamente, non sarà istantaneo, anzi si svolgerà sull’arco di diversi decenni, un po’ come avvenne per l’Impero romano o per quello di Carlo V su cui non tramontava mai il sole. Inoltre, non sarà dovuto a eventi militari, ma solo economici e demografici. Ma per i nostri figli e nipoti questo “Declino dell’Occidente”, un secolo dopo il famoso libro di Oswald Spengler”, potrebbe essere egualmente doloroso.

Per capire meglio la minaccia che incombe su di noi, bisogna partire da una premessa: nei sessant’anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale, i popoli dell’Occidente (tra cui si sono inseriti anche i giapponesi, non a caso classificati nel Sudafrica dell’apartheid “bianchi onorari” )  hanno goduto di una situazione di privilegio che gli ha permesso di acquisire un benessere senza precedenti, non più circoscritto alle classi elevate come  nei secoli passati, ma diffuso quasi ad ogni livello, con il risultato di modificare in profondità la nostra struttura sociale.

Questa specie di rendita di posizione poggiava su una serie di fattori: 1) L’Europa  era, da sempre, la culla della civiltà, anzi di tutte le civiltà: insieme con gli Stati Uniti d’America, che sul piano culturale erano ancora, alla metà del secolo, solo una sua brillante appendice, godeva di un indiscusso quanto indiscutibile primato in tutti i campi: politico, scientifico, industriale, letterario, artistico . Era l’unico modello cui ispirarsi, il faro cui quasi naturalmente tutti erano costretti a guardare. C’era chi preferiva Adamo Smith e chi Marx, chi Tocqueville e chi Hitler, ma al fascino, spesso anche perverso, del pensiero europeo non si sottraeva nessuno, neppure nazioni di antica civiltà come la Cina, l’India o il Giappone.  Per l’America latina, nata anche lei da una costola dell’Europa, guardare alla “madre” era da sempre quasi naturale. Ma anche i nuovi Paesi dell’Asia e dell’Africa sorti sulle macerie del colonialismo avevano finito con l’adottare, all’inizio, democrazie di modello europeo, salvo ad adattarle, con il passare degli anni, ai propri usi  e costumi o addirittura a ripudiarle per regimi dittatoriali. Sebbene a contendersi l’egemonia globale fossero in realtà USA e URSS, sotto molti altri aspetti il mondo restava eurocentrico.

2) Una volta gettati alle spalle i conflitti tra nazioni che, con relativamente pochi e brevi intervalli l’avevano lacerata per tanti secoli, e in particolare nella prima metà del XX, l’Europa poteva finalmente concentrare tutte le sue energie sullo sviluppo economico, attingendo all’immenso potenziale che, in questo campo, le conferivano i suoi imprenditori, i suoi ingegneri, i suoi scienziati, i suoi artigiani (o almeno quelli che, sotto la spinta degli eventi, non erano emigrati negli Stati Uniti). Con lo stesso spirito, avviò la costruzione di un’Europa unita, cominciando proprio dal fronte economico dove era più facile superare le vecchie divisioni e rivalità.  Alle distruzioni della guerra seguirono così il miracolo tedesco, il miracolo italiano e, in fasi successive, il miracolo inglese (che si può far coincidere con le riforme della Thatcher) e quello spagnolo (seguito alla fine della dittatura di Franco). Per molti anni dopo il 1945 tutta la parte occidentale del continente fu animata da una straordinaria volontà di rinascita e da un eccezionale dinamismo che, sotto l’ombrello militare degli Stati Uniti, favorirono uno sviluppo rapido quanto equilibrato.

3) L’instaurazione del comunismo in vaste parti del mondo, per effetto della occupazione sovietica dell’Europa dell’Est e della vittoria di Mao in Cina sulle armate nazionaliste di Ciang Kaischek avevano in pratica rimosso dalla competizione globale un miliardo e mezzo di persone. Il socialismo autarchico del Pandit Nehru produsse un effetto abbastanza simile sull’altro gigante asiatico con una antica civiltà alle spalle, l’India.  Questa “ingessatura” è durata per tutto il periodo che è servito all’Europa per diventare quello che è, cioè fino alla introduzione delle “quattro modernizzazioni” da parte di Deng Xiao Ping in Asia e alla caduta del

muro di Berlino in Europa. Ma le sue conseguenze si sentono tuttora, come dimostra l’incapacità della Germania dell’Est, nonostante l’iniezione di centinaia di miliardi di Euro, di portarsi al livello di quella occidentale, o l’enorme ritardo con cui la Manciuria, un tempo culla e vetrina dell’industria di Stato cinese, segue la galoppante crescita delle regioni costiere.

Sono persuaso che, se i popoli dell’Europa occidentale hanno oggi redditi pro-capite dalle tre alle cinque volte superiori a quelli dell’Europa dell’Est, o se i giapponesi sono ancora infinitamente più ricchi dei cinesi, non è tanto perché sono più intelligenti o più industriosi, quanto perché hanno potuto operare fin dall’inizio in un sistema che più di ogni altro favorisce la creazione della ricchezza. Ogni nostra ora di lavoro, cioè, rendeva, sia all’individuo, sia al suo Paese, più di quanto la stessa ora rendesse sotto gli inefficienti e soffocanti sistemi comunisti. Forti di questa insita superiorità, abbiamo potuto regalarci, nel corso dei decenni, orari di lavoro più corti, vacanze più lunghe, pensioni più generose, ammortizzatori sociali più ricchi, sanità pubblica migliore e molte altre cose ancora, senza per questo compromettere la nostra capacità di competere sui mercati internazionali. La superiore qualità dei nostri prodotti e la nostra migliore organizzazione ci permettevano di restare al top anche se i costi di produzione continuavano a crescere, le ore lavorate a diminuire e la spinta propulsiva si andava attenuando, anche a causa di una crisi della natalità che cinquant’anni fa era arduo perfino immaginare.

Oggi, all’inizio del Terzo millennio, una parte di questa rendita di posizione è scomparsa o almeno in via di esaurimento. Il primato culturale, nel senso più ampio che abbiamo voluto dare alla parola, non è più una nostra esclusiva, perché il suo baricentro si è spostato gradualmente verso un’America che non è più in simbiosi con noi come era una volta. Una prova  abbastanza eloquente di questo arretramento è la distribuzione dei premi Nobel per medicina, chimica, fisica, economia, eccetera, che privilegia sempre più non solo americani, ma anche giapponesi, israeliani, perfino indiani a scapito degli europei. Non solo l’Italia, il cui palmarès è particolarmente negativo, ma tutto il continente ha perso terreno nei vitali settori della ricerca e della innovazione, ed è – con qualche eccezione come la piccola Finlandia – poco competitivo sul terreno delle nuove tecnologie.

Nello stesso tempo, si è molto indebolita la spinta propulsiva caratteristica della seconda metà del secolo scorso. I nostri popoli stanno, senza eccezioni, invecchiando, sia anagraficamente, sia spiritualmente. Dopo tante conquiste, dopo tanti progressi, la gente è come appagata, e se, per le circostanze che vedremo sente che benessere e sicurezza non sono più quelli degli anni d’oro, non si rimbocca le maniche come fece la generazione del dopoguerra ma reclama l’intervento dello Stato, si arrocca in difesa dei privilegi acquisiti, rifiuta la globalizzazione in tutti gli aspetti che in qualche modo vanno contro i suoi interessi. Da Capo Nord a Capo Passero, rifiuta ormai i lavori più umili e peggio retribuiti, rendendo inevitabile il ricorso alla immigrazione, ma poi si ribella contro le sue inevitabili conseguenze negative sulla scuola, sui servizi sociali, sull’ordine pubblico. Finge di accettare i discorsi dei politici più illuminati sulla necessità di dolorose riforme strutturali, ma quando qualcuno cerca di introdurle davvero, oppone un muro di gomma o addirittura si ribella nonappena cominciano a mordere. Predica la solidarietà con i più deboli, ma quando il governo francese ha tentato di abolire il ponte di Pentecoste per procurarsi un fondo sociale da destinare agli anziani, più di metà dei cittadini, di destra e di sinistra, gli si sono rivoltati contro. Si riempie la bocca sulla necessità di aiutare la parte più povera del mondo a migliorare le proprie condizioni di vita, ma poi chiude le porte ai suoi prodotti agricoli e invoca misure protezionistiche non appena le sue industrie diventano troppo competitive e minacciano i posti di lavoro nei nostri settori più maturi. Molti si lanciano in ipocrite crociate contro l’assenza, nei Paesi emergenti che cominciano anche ad essere concorrenti, di diritti sindacali, di salari adeguati, di misure a protezione dell’ambiente, dimenticandosi che anche noi, nelle fasi iniziali e intermedie dell’industrializzazione, abbiamo avuto questi problemi, e che non saremmo mai arrivati ai livelli di sviluppo attuali se avessimo voluto risolverli fin da allora. Quando certe associazioni protestano contro il ricorso al lavoro minorile, e invitano a boicottare i prodotti di quelle multinazionali che vi fanno ricorso, dimenticano che l’apporto economico dei figli è spesso essenziale per la sopravvivenza delle famiglie del Terzo mondo e autorizzano il sospetto che, più che i diritti dei piccoli, difendano in maniera surrettizia i  lavoratori del Primo da una forma di concorrenza sleale.

La fuoruscita della Cina, della Russia, dell’Europa dell’Est e di altri Paesi  dal comunismo ha seriamente aggravato i problemi dei Paesi che fino a poco tempo fa detenevano una specie di monopolio dell’efficienza. Il caso più clamoroso di energie liberate è quello della Cina, che tanti grattacapi ci sta dando proprio in questi giorni. Che i cinesi potessero diventare, per il loro DNA, grandi protagonisti dell’economia globale ed interpreti capacissimi del capitalismo moderno lo sapevamo da un pezzo, perché gli abitanti di Taiwan e di Singapore, liberi dall’oppressione comunista, ce lo avevano ampiamente dimostrato. Pur essendo pochi milioni (22 milioni e tre milioni e mezzo rispettivamente) si erano ritagliati fin dagli anni Sessanta uno spazio importante nel commercio mondiale. Quando Deng ha fatto scendere in campo anche il miliardo e 250 milioni di abitanti della Repubblica popolare ha posto le premesse per una sfida che – sul medio termine – potremo vincere solo se ne accetteremo, almeno in parte, le premesse. Nell’immediato, potremo cercare di arginarla con misure antidumping e ricorso a clausole di salvaguardia, come stanno già facendo sia gli Stati Uniti sia l’Europa appigliandosi ad alcune norme del WTO, ma i “fondamentali” sono oggi a favore non solo dei cinesi, ma anche dei vietnamiti, degli indiani, e di molti altri ancora che, liberatisi dell’eredità marxista, hanno imparato le moderne tecniche di produzione, non devono misurarsi con i costi dei modelli sociali europei e soprattutto hanno una volontà di lavorare e di progredire che noi non abbiamo più.

Il dibattito su come fronteggiare questa nuova situazione è aperto, anche se talvolta si ha l’impressione che gli avvenimenti corrano più veloci di noi. La risposta politicamente corretta è che la nostra industria si può salvare con un miglioramento dei prodotti, con un salto di qualità nello stile e nella tecnologia, con una specie di fuga non in avanti, ma all’insù, al di fuori dalla portata della concorrenza delle nuove potenze industriali. Ma, almeno in parte, si tratta di “wishful thinking”, sia perché il grosso della domanda mondiale e anche europea non è per prodotti di eccellenza, sia perché i nostri concorrenti stanno facendo grandi progressi anche in questo settore. Altri sostengono che, in realtà, il pericolo è solo transitorio, perché verrà il giorno in cui anche le industrie del Terzo mondo dovranno misurarsi con gli alti costi e le crescenti esigenze dei lavoratori che affliggono le nostre e perciò si ristabilirà una specie di equilibrio naturale: la tesi ha un suo fondamento logico, ma non tiene conto né del fatto che questo processo avrà luogo fuori dal nostro controllo, né dei tempi lunghi che richiederà, né delle enormi riserve di manodopera a buon mercato di cui il Terzo mondo che sta ora venendo alla ribalta dispone.

Il problema, posto molto sinteticamente da Alesina, è dunque il seguente: come possiamo preservare il nostro attuale tenore di vita, il nostro attuale sistema di previdenza sociale, il nostro attuale modo di lavorare superregolamentato, frutti di un cinquantennio di conquiste sociali in cui le regole del gioco erano, per le ragioni che abbiamo detto, più a nostro favore di quelle che vigono adesso? E’ meglio accettare qualche rinuncia e qualche sacrificio in più oggi per cercare di difenderci dall’assalto e mantenere gli attuali primati, o rassegnarci al fatto che domani la ricchezza mondiale debba essere più equamente distribuita e che è perciò fatale cederne una parte ai popoli emergenti, di cui i cinesi rappresentano in realtà solo l’avanguardia?

Qui non vale il manzoniano “Ai posteri l’ardua sentenza”. Qui servono da un lato una visione chiara e lungimirante, condivisa a livello europeo, di che cosa si possa e che cosa non si possa fare; dall’altro, una immediata presa di coscienza del dilemma da parte dell’opinione pubblica – oggi ancora quasi inesistente;  e, se ne siamo ancora capaci, una reazione che, al di là dei dazi, ci renda di nuovo più competitivi.

 

© Copyright 2004 Cartalibera

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *