Europa: il referendum inutile

Si o no alla Costituzione Europea? Il referendum francese costringe a semplificazioni, e a scelte di campo, paradossali e pericolose, senza per questo portare ad un chiarimento del dibattito sul complesso tema della unificazione europea.

C’è un solo cittadino, in Europa, che può dirsi entusiasta del modello politico scelto dalla UE? Di squilibrati ne conosciamo parecchi, ma fino a questo punto nessuno. C’è viceversa qualcuno che veramente ritiene utile bloccare il processo di integrazione europea? Forse ce ne sono, visto che essere “contro” è sempre comodo, ma sicuramente non hanno il volto di un liberale.

Perché dunque il referendum è paradossale e pericoloso? Perché dicendo “si” si legittimano anche gli aspetti, e sono molti, inquietanti ed inaccettabili della politica comune, mentre dicendo “no” si manderebbe in cortocircuito un sistema che invece, nel bene e nel male e tra mille inefficienze, è opportuno che continui a svilupparsi.

Nella costituzione europea (meglio scriverla col minuscolo, perché non è una Costituzione, cioè una carta dei diritti dei cittadini, ma è un regolamento burocratico del funzionamento delle istituzioni), vi è infatti un’anima liberale intrappolata da un pesante corpo dirigista e socialista, e con un si o con un no si prendono o si mollano entrambi.

Il nostro cuore liberale non è insensibile ai richiami del no: il no alla folle PAC, la politica agricola comune, che spreca risorse immense e impedisce più equi, e convenienti, scambi con le nazioni del terzo mondo (i tifosi del commercio equo e solidale non hanno ancora capito, al contrario dei governanti dei paesi poveri, Lula in testa, che il suo nome è “mercato”); il no ai trasferimenti di enormi risorse per progetti di impostazione dirigistica e assistenziale, in funzione del peso dei paesi che di volta in volta si alleano; il no ad una proliferazione di normativa inutile, irritante e dannosa (le ultime sono che la UE ci ha salvato dal pericolo delle zuccheriere, vietandole nei locali pubblici a favore delle più igieniche bustine, e da quello, che ci lasciava insonni, del gozzo, obbligando i ristoranti a mettere in tavola il sale iodurato assieme al sale normale). Il no alle lobby che condizionano pesantemente la già eccessiva produzione normativa. Il no, in definitiva, ad una visione di Bruxelles come il “buon grande fratello” che, lontanissimo dal controllo dei cittadini e delle istituzioni locali, regola la vita di tutti in funzione di scelte di una burocrazia che pare sempre più autoreferenziale.

Ma se il cuore dice “no”, la testa liberale dice anche “si”: si alla continua eliminazione di barriere alla circolazione di persone, merci e capitali (vedi le vergognose resistenze italiane alla riforma delle libere professioni); si all’allargamento a nuovi paesi (cum grano salis), senza paura del “dumping sociale”, che è una invenzione di sindacati e corporazioni; si all’antitrust (che pure ogni tanto sbaglia bersaglio) per liberalizzare mercati oggi prigionieri di monopoli quasi sempre pubblici; si al divieto di aiuti di stato alle imprese; si al ruolo, per quanto sgradito al nostro governo, di guardiano della spesa pubblica e di sacerdote del pareggio di bilancio; si, infine e con molti dubbi, ad un ruolo più attivo e da protagonista nella politica estera comune, terreno nel quale si rischiano meschine figure ma fuori dal quale sarebbe umiliante chiamarsi.

Quindi, se dovessimo dire “quale Europa”, avremmo tanti no da far valere; ma se dobbiamo dire si o no all’ Europa, non abbiamo alternative al si. 

 

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