Dopo la batosta elettorale

Dopo la batosta, innegabile e sonora, da Berlusconi a Casini e Fini sono tutti in affanno, tranne lo stato maggiore della Lega, pago di non aver perso voti e speranzoso di guadagnarne sotto la spinta della “devolution” voluta e imposta col ricatto della crisi.

E’ stata una sconfitta annunciata, non c’è dubbio. Forse non nella misura verificata (11 Regioni contro 2), ma certo prevedibile e prevista. Onestà intellettuale e politica, oltre che obiettività d’informazione, vogliono che la si analizzi e se ne indichino le cause. Cosa che cercheremo di fare, com’è giusto che facciano amici leali che, per cultura e stile, si tengono lontani da compiacimenti servili.

Cominciamo dall’inizio. Il trionfo del 2001 (tale fu, è pacifico) non fu accompagnato da scelte oculate. Berlusconi certamente individuò i problemi italiani: nel “contratto” che firmò in televisione di fronte a milioni di telespettatori c’erano le speranze di vecchie generazioni deluse e di nuove generazioni alla ricerca del futuro. C’erano, in quel “contratto”, le esigenze di modernità del Paese, dalle strutture alle istituzioni.

Tutte promesse che l’homo novus – è stato Massimo Teodori, liberale sicuro, a definirlo così nel Giornale – fece in verità con convinzione e sensibilità di imprenditore deciso a sconvolgere canoni e strumenti della politica tradizionale. Homo novus vero, riconosciamolo, tanto nuovo e diverso da risultare fastidioso e inaccetabile per i professionisti della politica. E però la sua ardimentosa volontà di innovazione quasi subito si sfilaccia fino ad impantanarsi gradualmente, cominciando con la sceta di uomini non altrettanto innovatori, fino a cacciarsi nelle strettoie delle velleità delle diverse componenti della coalizione.

Poteva e doveva essere il più eccellente governo della Repubblica, con la chiamata delle migliori intelligenze del Paese. Così non è stato, purtroppo. Intorno all’homo novus si allocarono mediocrità e yesmen, che con le loro compiacenze interessate hanno snervato la volontà innovatrice del leader. Lo si percepì subito, finendo per affidarsi alla speranza che l’homo nuvus non avrebbe abbandonato il timone, avrebbe imposto la rotta, puntando con fermezza verso l’orizzonte programmato.

E’ accaduto invece che ogni ministro e ogni partito ha inseguito le proprie aspirazioni, la propria politica, sicchè la coalizione s’è man mano allertata e non c’è più stata una linea comune.

E’ accaduto anche di peggio: nei dicasteri è prevalsa la gestione dell’esistente, gli interventi sono risultati quasi sempre modesti, privi di fantasia e novazione.

Si sono così “mediocrizzate” la politica economica, quella dei lavori pubblici, della sanità, s’è sfarinato il rapporto col mondo del lavoro, dell’impresa, della cultura. S’è prodotto un distacco tra paese reale e coalizione, tra interessi e bisogni del paese e Governo.

E’ vero, sono venuti gli attentati alle due torri di New York e al Pentagono a sconvolgere gli equilibri politici ed economici del mondo, determinando incertezze in ogni settore. Con gli interventi in Afghanistan e in Iraq s’è prodotta una nuova più grave divisione del mondo. E’ pur vero che in Italia è mancata la capacità di affrontare l’inquietante contingenza con politiche nuove, quasi totalmente assenti, fantasia scientifica e intelligenza politica.

Il risultato è inequivocabile, si direbbe categorico: è peggiorata la qualità della vita dei cittadini. Il caso più imponente è l’impoverimento del ceto medio, gruppo sociale ormai più possente del proletariato del primo Novecento . Il ceto medio è stato nell’ultimo secolo, elemento di equilibrio socio-politico, su di esso hanno fatto affidamento le forze moderate. Nel Nord-Europa e soprattutto in Nord-America è stato fattore di modernizzazione e di stabilità sociale. In Italia nel secondo Novecento ha garantito sicurezza politica ai governi di centro, da De Gasperi in poi. E’ stato certamente anche la forza sociale propulsiva del successo di Berlusconi.

Non c’è dubbio, il ceto medio poteva diventare la massa rivoluzionaria della nuova politica, ma la delusione l’ha avvilito, l’ha spinto nell’angolo dell’insoddisfazione e dell’astensione, fino a coltivare la voglia di punire l’idolo delle proprie speranze inappagate. E’ cresciuta la folla dei delusi, dei frustrati, degli incolleriti: medici in attesa di una politica sanitaria che non è venuta; insegnanti che s’aspettano qualcosa di più e d’immediato di una riforma scolastica che pochi hanno capito; il mondo universitario esacerbato; inveleniti gli imprenditori. A torto o a ragione, questi sono stati e sono i sentimenti e gli stati d’animo diffusi.

Facciamo qualche esempio, poniamoci qualche domanda. E’ politica sanitaria il divieto del fumo, per giusto che sia? Oltre i medici, anche i cittadini si aspettavano qualcosa di più avvertibile a garanzia della propria salute. E quanto ci vorrà per verificare la validità della riforma della scuola della Moratti? Non vive forse una stagione negativa l’Università? Quali risultati ha dato finora la politica dei lavori pubblici? In quattro anni non si è prodotto un assetto funzionale dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, non s’è risolto il problema dei collegamenti Milano-Brescia-Mestre-Venezia. Sono ritardi inspiegabili. Come mai, invece, in tre anni è stato possibile realizzare la nuova Fiera di Milano, che risulta la più grande e la più moderna del mondo?

Va ascritta alla perdita di fiducia anche una politica ideologicamente confusa, attribuibile in gran parte alle diverse radici e alle inconseguenze delle componenti della coalizione di governo: il solidarismo dei cattolici dell’Udc, lo statalismo e il dirigismo di AN, lo scombinato e pasticciato federalismo, fatto a volte di accenti vetero-nazionalistici, persino razzistici, della Lega.

Ma grandi responsabilità vanno attribuite a Forza Italia, partito-non patrito in verità, che non ha saputo realizzare né gestire quella sintesi, pensata e auspicata da Berlusconi, di liberalismo aperto e sensibile ai valori cristiani e persino socialdemocratici, sbandando spesso irrazionalmente e soprattutto umiliando le istanze liberali, che dovevano essere l’asse portante della politica nuova.

Da qui sono nati lo sconforto e l’allontanamento di fette consistenti di elettorato. Dopo quattro anni di errori e incertezze, hanno finito per vincere, come qualcuno ha detto, più i demeriti della Casa delle libertà che le capacità e le proposte del centro-sinistra, coalizione anch’essa agitata da contraddizioni, tenuta unita solo dall’antiberlusconismo.

Dice Cossiga in una delle sue autointerviste mascherate con lo pseudomino di Franco Mauri su Libero ”Chi ha perso? Ha perso Berlusconi, questo è certo. Chi ha vinto? Chi ha voluto battere Silvio Berlusconi. Il resto è secondario”. E aggiunge: “Non ha vinto ancora nulla, perché tra incerto postcomunismo diessino, Margherita e Cavallino prodiano, rifondazionismo e altruismo verde, nessuna concreta proposta politica è stata ancora formulata se non quella di vincere”. Insomma, conclude, “hanno vinto gli antiberlusconiani, non ha vinto nulla”.

Riconosciamolo, c’è del razionale in questo scoppiettante ed enigmatico argomentare del Picconatore.

E ora? Ora le decisioni spettano al Cavaliere. E’ lui che deve avere il coraggio di decidere. E’ lui che ha avviato la grande avventura, che ha visto arruolamenti volontari come poche volte nella storia politica del Novecento; è lui che ha portato Casini, giovane promettente della DC bolognese, fin quasi sulla soglia del Quirinale, e Gianfranco Fini, pupillo di Almirante, ai ricevimenti di Buckingham Palace; è sempre lui che, affidandogli le riforme istituzionali, ha promosso “ope legis” Bossi statista. E’ da lui, dunque, che è giusto aspettarsi proposte e progetti nuovi, guidando una coraggiosa e virile campagna di riscossa per la riconquista delle posizioni perdute e il recupero della fiducia smarrita.

Un anno per una simile rimonta non è certo molto, ma, se come dice Cossiga, è solo il “nulla” che ha vinto, si può e si deve provare a riempire questo “nulla” di concretezza, di sicurezza e affidabilità. Andare ad elezioni anticipate è un errore sicuro.

Almeno una metà di italiani spera che Berlusconi resista, che provi a recuperare quanto ha perduto. E’ quella metà che, come Panebianco afferma in un suo recente articolo sul Corriere, crede che di meriti, nonostante tutto, l’homo novus ne abbia. Sarebbe l’ultimo e più grave errore deluderli in finale di partita. Farebbe davvero uscire definitivamente dalla storia il berlusconismo.

 

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