Grazie Marx, Stalin e Mao

Grazie Marx, grazie Stalin e soprattutto grazie Mao. In bocca a chi è sempre stato anticomunista, questo tributo può sembrare delirante. Ma, alla luce di quanto sta succedendo oggi nel mondo, è doveroso da parte di ogni abitante dell’Europa occidentale. Se, infatti, i regimi comunisti non avessero impedito, durante la seconda metà del Novecento, la crescita economica di quasi due miliardi di persone, dai russi ai cinesi, dai polacchi ai bulgari, dai cechi ai vietnamiti, i Paesi dell’Unione non sarebbero probabilmente riusciti ad occupare così a lungo i vertici della classifica mondiale del benessere. O, almeno, avrebbero dovuto attrezzarsi meglio, faticare molto di più, e concedersi molto meno per conquistare e mantenere questo primato.

Se i popoli dell’Europa occidentale hanno oggi redditi pro-capite dalle tre alle cinque volte superiori a quelli dell’Europa dell’Est, o se i giapponesi sono ancora infinitamente più ricchi dei cinesi, non è tanto perché sono più intelligenti o più industriosi, quanto perché hanno potuto operare fin dall’inizio in un sistema che favorisce la creazione della ricchezza. Ogni nostra ora di lavoro, cioè, rendeva, sia all’individuo, sia al suo Paese, più di quanto la stessa ora rendesse sotto gli inefficienti e soffocanti sistemi comunisti. Forti di questa insita superiorità, abbiamo potuto regalarci, nel corso dei decenni, orari di lavoro più corti, vacanze più lunghe, pensioni più generose, ammortizzatori sociali più ricchi, sanità pubblica migliore e molte altre cose ancora, senza per questo compromettere la nostra capacità di competere sui mercati internazionali. La superiore qualità dei nostri prodotti e la nostra migliore organizzazione ci permettevano di restare al top anche se i costi di produzione continuavano a crescere e le ore lavorate a diminuire.

Con la caduta del muro e la liberalizzazione dell’economia cinese, questa rendita di posizione ha cominciato gradualmente a venir meno. Dopo avere liquidato l’eredità del comunismo e adottato politiche fiscali reaganiane, i Paesi dell’Est europeo hanno preso a correre molto più veloci di quelli dell’Europa occidentale e a sostituirsi a loro in molte produzioni. Le delocalizzazioni sono diventate la regola non solo per le industrie italiane, ma anche per quelle tedesche, francesi, svedesi, perché le maestranze orientali, ansiose di recuperare il terreno perduto a causa del comunismo, permettono di ottenere i medesimi risultati a costi sensibilmente inferiori. Quando i Paesi dell’ex patto di Varsavia avranno completato la loro conversione, e disporranno anche di maggiori capitali e più diffuse capacità imprenditoriali, la concorrenza che ci faranno sarà ancora più incisiva, seppure limitata dalla relativa modestia delle loro popolazioni..

Ma il caso più clamoroso di energie liberate è quello della Cina, che tanti grattacapi ci sta dando proprio in questi giorni. Che i cinesi potessero diventare, per il loro DNA, protagonisti dell’economia globale ed interpreti capacissimi del capitalismo moderno lo sapevamo da un pezzo, perché gli abitanti di Taiwan e di Singapore, liberi dall’oppressione comunista, ce lo avevano ampiamente dimostrato. Pur essendo pochi milioni (22 milioni e tre milioni e mezzo rispettivamente) si sono ritagliati fin dagli anni Sessanta uno spazio importante nel commercio mondiale. Quando Deng, con il decreto delle quattro modernizzazioni, ha permesso anche al miliardo e 250 milioni di abitanti della Repubblica popolare di scendere in campo, ha posto le premesse per una rivoluzione epocale. Ci sono voluti oltre vent’anni, quasi tutti contrassegnati da una crescita dell’8-9 per cento, ma anche da molti problemi di trasformazione, perché essa manifestasse la sua immensa forza d’urto (e non è ancora finita, perché essa si avvale per ora dell’opera di solo un terzo della popolazione, con gli altri due terzi di riserva). Potremo cercare di arginarla, per qualche tempo, con misure antidumping e ricorso a clausole di salvaguardia, ma i “fondamentali” sono oggi a favore dei cinesi, che si sono liberati dell’eredità di Mao, non devono misurarsi con i costi dei modelli europei e hanno una spinta propulsiva che noi non abbiamo più.

Durante una recente trasmissione radio, ho domandato all’economista italo-americano Alberto Alesina come la “vecchia Europa” avrebbe potuto difendersi dall’attacco del nuovo e spregiudicato capitalismo dei Paesi ex comunisti. La risposta è stata disarmante: “Non c’è scritto da nessuna parte che questa Europa debba mantenere anche in futuro la posizione che ha occupato fin qui”. Ormai privi dell’ombrello che ci offrivano Marx, Stalin e Mao, saremo costretti a inventarci qualcosa di nuovo. 

 

© Copyright 2004 Cartalibera

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *