Liberalizzazione degli ordini professionali

Qualche mese fa  (2 novembre ’04), su Cartalibera, sono apparsi due corsivi riguardanti la liberalizzazione delle licenze dei taxi e la riforma degli ordini professionali.

Entrambi i corsivi rientrano in quell’impegno culturale e politico tipico di questo giornale on line, luogo, come è scritto nella stessa “home page”, di elaborazione di opinioni liberali, suggeritore di idee e proposte che non sono sempre presenti nel dibattito e soprattutto nelle soluzioni individuate. 

Per questo dobbiamo tornare a parlare di riforma degli ordini professionali, perché tutto è purtroppo ancora fermo.

Da anni, se non da decenni, si parla di riforma “imminente “ degli ordini (notai, farmacisti, professionisti, giornalisti, ecc), poi tutto si ferma.

Le “lobbies” e la vecchia cultura corporativa hanno avuto sempre il sopravvento, sia con governi di centro sinistra che di centro destra.

I Governi hanno sempre cercato il consenso e hanno paura della lobby delle professioni. Quindi poca concorrenzialità.

A Lisbona, nel marzo del 2000,  i Governi europei hanno lanciato una strategia per il cosiddetto  mercato dei servizi con l’ambizioso obiettivo di far diventare l’Unione Europea  il leader mondiale della “knowledge economy” entro il 2010.

Quindi tutta la politica, le iniziative e gli atti della Commissione Europea, di questi anni,  in particolare per merito dei Commissari Bolkestein e Monti, hanno fatto riferimento all’Accordo di Lisbona.

I nodi problematici sollevati sono numerosi: la diffusione delle informazioni riguardanti la natura e le competenze; l’abolizione dei divieti alla pubblicità; la possibilità di costituire anche società di capitale, pur con regole  a garanzia della soggettività della prestazione; la revisione delle tariffe professionali; formazione permanente e sistemi di certificazione; attestati di competenza; un codice etico europeo e il controllo deontologico; ecc.. In sostanza libera concorrenza e libero mercato.

Questa forte propensione di liberalizzazione dei mercati che arriva da Bruxelles, oggi, dopo gli scandali Enron, Parmalat, Cirio, deve tener conto anche dell’esigenza di regole a difesa dell’interesse generale, a difesa del consumatore (o cliente), della promozione del concetto di “governance”.

Certamente i processi di riforma non possono essere imposti, ma vanno concordati e poi realizzati.

Invece, se ne parla da anni e poi niente.

La stessa proposta di riforma Vietti è poco liberalizzatrice  rispetto alle direttive della UE e alle situazioni già esistenti in diversi Paesi europei. Ora il Ministro Castelli ha preso in mano la questione, qualcuno dice, “scippando”  Michele Vietti.

Il Presidente Berlusconi all’annuale convegno dello Studio Ambrosetti svoltosi  a Cernobbio  il 4 settembre scorso, dichiarava: “Entro un mese ci sarà la riforma delle professioni”.

Dopo un mese esatto, il “Corriere Lavoro”dell’ 8/10/04 , acido,  puntualmente annotava: “Il mese è passato e della riforma dell’ordinamento e di liberalizzazione non vi è traccia. Sembrava impossibile, infatti, ai più che a Silvio Berlusconi potesse riuscire in 30 giorni quello che a nessun altro governo, di centro-destra e centro-sinistra, non è riuscito in 30 anni”.

Oggi, quasi fine febbraio ‘05, leggiamo sulla stampa che la riforma degli ordini è nel piano del governo: “Il governo vuol portare  a casa la riforma degli ordini professionali e del diritto fallimentare entro la fine della legislatura. E per assicurare il risultato ed accelerare i tempi, visto che le relative proposte di legge sono ferme da lunghi mesi in Parlamento, si appresta a introdurre due deleghe specifiche nel decreto legge sulla competitività”.

Gli Ordini hanno 1,7 milioni di iscritti.  Le iscrizioni sono, in pratica,  obbligatorie; quindi un po’ un controsenso rispetto alla libera concorrenza e al libero mercato.

Concordo in pieno con quanto ha scritto, qualche tempo fa,  Geminello Alvi sul ”Corriere Economia”: “Gli ordini non vanno aboliti,  sarebbe arbitrio. Ma ricondotti alla loro sana natura di associazioni liberali su base volontaria. Infatti, soppressa quella norma assurda che implica l’iscrizione obbligatoria, si sgonfierebbero come prevedeva Einaudi. Si creerebbero associazioni più agili.

Ognuna magari con una sua certificazione di qualità registrata in sede europea e mutue diverse. Insomma è ormai tempo che ad ordini, sindacati e associazioni si smetta di riconoscere uno statuto politico. Le sopravvivenze neocorporative che prevalsero nel dopoguerra, non hanno oggi più gran senso neanche per i professionisti”.

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