Giustizia: qualcosa non funziona

Da qualche tempo a questa parte certe sentenze giudiziarie stupiscono non poco.

Noi siamo sempre stati liberali e garantisti e abbiamo sempre contrastato atteggiamenti e comportamenti giustizialisti e forcaioli, tanto per intenderci alla Di Pietro, abbiamo sempre stigmatizzato anche una certa giustizia politicizzata.

Oggi però qualcosa non funziona nella giustizia italiana: certe sentenze ci lasciano francamente molto perplessi.

Alcuni recenti esempi.

Un primo caso è di qualche mese fa, tra l’altro già segnalato su Cartalibera: in pratica,  un “annullamento” di un  provvedimento di espulsione  di un centinaio di nomadi, entrati illegalmente nel nostro Paese e che avevano occupato abusivamente un edificio semi-abbandonato.

L’espulsione da parte delle forze dell’ordine era avvenuta dopo diverse tergiversazioni e ritardi, nonostante le numerose richieste d’intervento da parte dei vicini di abitazione, ormai esasperati da una situazione di illegalità e di micro-criminalità. La motivazione di questo annullamento è stata la seguente: La Convenzione europea dei diritti dell’uomo vieta le espulsioni collettive di stranieri.  Un provvedimento di espulsione quindi deve essere adottato sempre individualmente.

Dalla sentenza si legge: dato che “i ricorrenti sono stati tutti colti nella medesima operazione di sgombero di un’unica area”, che “trattasi tutti di cittadini romeni appartenenti al popolo Rom” e che “tutti sono stati poi destinatari di un provvedimento di espulsione uguale nella sua formulazione per tutti”, quindi: “stante l’unicità di luogo, tempo e motivazione dei decreti” si tratta “ di un’espulsione collettiva che resta nella sostanza, anche se i provvedimenti di espulsione sono stati stilati in numero pari ad ogni soggetto e intestati singolarmente ad ognuno”. Risultato: i clandestini possono tornare, anzi forse sono già tornati clandestinamente. A nostro avviso, tutto questo è un po’ un’assurdità.

In sostanza il bizantinismo curialesco di certi giudici, utilizzando  cavilli giuridici, di fatto, blocca le azioni del governo e delle autorità locali, tese ad evitare che l’Italia diventi un Paese-colabrodo.

Un secondo caso, che ha  suscitato scalpore anche all’estero, è la decisione del gip Clementina Forleo che ha stabilito che quello che stavano organizzando alcuni islamici, compreso reclutare combattenti per la guerra in Irak e fornire loro appoggio logistico, andava considerato guerriglia e non terrorismo.

Prove solidissime, raccolte tra l’altro da uno Stato civile come la Norvegia e dalla polizia tedesca, dimostravano invece che questi fondamentalisti islamici facevano parte di una “cellula” che dall’Italia inviava volontari con soldi e documenti falsi in strutture di addestramento paramilitare in Irak.

Questa sentenza, ormai famosa, è stata pubblicata sul sito internet di Al Jazeera e il  nome Clementina Forleo è stato addirittura invocato da un fondamentalista marocchino, sotto processo a Rabat dopo essere stato detenuto nella base Usa di Guantanamo.

Il settimanale “Tempi” si domanda: “Quanti altri casi come questo ci sono nel nostro Paese? Su 188 arresti per terrorismo internazionale fino ad ora si è arrivati ad una sola condanna definitiva.  E c’è poi una zona indistinta, di personaggi che pur essendo stati condannati in Italia negli anni novanta e pur avendo accuse pesanti in altri paesi hanno ricevuto da noi il permesso di soggiorno se non lo status di rifugiati politici. E frequentano liberamente le moschee dove secondo l’antiterrorismo è possibile incontrare gli aspiranti combattenti del “jihad”, la guerra santa islamica. Almeno duecento sono partiti da Milano negli ultimi anni per la Bosnia, l’Afghanistan, e ora l’Irak.  A Guantanamo ci sono undici fondamentalisti catturati in Afghanistan che fino al 2001 risiedevano in Italia”.

Un terzo caso è recentissimo: è meno importante, ma comunque sempre significativo, e riguarda il processo sul centro di Linate che sorveglia il traffico aereo nel Nord Italia.

Il Tribunale di Milano ha assolto 61 uomini radar assenteisti dal lavoro. Erano stati accusati di aver abbandonato il posto di lavoro dopo aver preso servizio: alcuni erano andati a giocare a calcetto, altri a far shopping presso un vicino centro commerciale, altri, pur essendo in turno di notte, erano a casa a dormire; alcuni colleghi timbravano per loro il cartellino di presenza..

Il PM, dopo aver denunciato “la superficialità di controllo dei propri dipendenti da parte dell’Enav e l’eccessiva sindacalizzazione della sala radar”, – questo malcostume era di dominio pubblico-, ha poi chiesto pene comprese tra i 6 e i 19 mesi per 36 controllori di volo e l’assoluzione per altri 25, oltre alla interdizione per tre anni dai pubblici uffici. Invece sono stati tutti assolti. C’è stata sì una preoccupante carenza o incapacità di controllo amministrativo e di azioni disciplinari da parte dell’ente pubblico, ma la decisione di completa assoluzione per tutti ci lascia molto perplessi.

 

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