Niente scuola materna per i figli dei ricchi

Il Comune di Milano ha stabilito che le famiglie che vogliono iscrivere i propri figli alle scuole materne comunali devono presentare l’ISEE (“indicatore di situazione economica equivalente”). Tra i documenti da presentare figurano: il saldo al 31 dicembre 2004 dei depositi e dei conti correnti bancari e postali, la valorizzazione dei titoli posseduti (titoli di Stato, azioni, obbligazioni, ecc.), la denominazione della propria banca, con codice ABI e CAB, la rendita catastale dell’abitazione principale e di eventuali atre case in proprietà e terreni posseduti, il capitale residuo di mutui e, se l’abitazione è in affitto, copia dell’ultimo contratto di affitto registrato. Il tutto dovrà infine essere certificato dall’INPS o dai CAF (centri di assistenza fiscale) normalmente istituiti dai sindacati.

L’ISEE altro non è che il famoso “redditometro”, introdotto dal centrosinistra nel 1998 per altri scopi e scarsamente utilizzato nei fatti per la complessità e per il pesante grado di intrusione nei “fatti propri” dei cittadini.

Per recuperare tutta quella mole di dati le mamme milanesi dovranno perdere parecchio tempo o ricorrere all’aiuto di un commercialista.. Quello che stupisce di più, però, è che questi dati siano richiesti per poter usufruire di un servizio pubblico gratuito: l’iscrizione alla scuola materna. Chi non li presenterà si vedrà relegato in fondo alle graduatorie e quindi, di fatto, non avrà molte chances di vedere i propri figli ammessi.

Dietro a questa abnorme invasione nella vita privata dei cittadini (credo che nessuno si senta tranquillo nel fornire alle Amministrazioni Pubbliche dati così riservati) stanno principi fortemente illiberali. Cioè l’idea che i ricchi non abbiano diritto di usufruire dei servizi pubblici.

In altre parole, non basta pagare le tasse per avere gli stessi diritti degli altri cittadini. Chi paga più tasse (perché guadagna di più) non ha comunque diritto a questi servizi, tanto ha i soldi per pagarsi servizi privati!

A nostro parere è una logica aberrante, che stravolge l’essenza stessa della cittadinanza. E fa percepire come pura ingiustizia pagare le tasse da parte dei cittadini discriminati (se devo pagarmi i servizi pubblici, perché dovrei pagare le tasse?).

Ci dispiace molto che il “padre” di questa iniziativa non sia un rivoluzionario bolscevico, ma un Assessore di Forza Italia, Bruno Simini, che in passato si è invece distinto per la ragionevolezza e la serietà con cui ha affrontato i problemi delle famiglie, aumentando il numero delle classi nelle scuole materne (spesso combattendo contro le rigidità degli insegnanti), facendo accordi con imprese per l’apertura di nidi aziendali, migliorando la qualità delle mense. Questa volta Simini ha sbagliato. Da persona intelligente quale è, lo riconosca e torni suoi passi.

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