L’anno (di Borsa) che verrà

L’anno scorso, dal convegno di fine anno dell’AIAF ( Associazione Italiana Analisti Finanziari), emerse un messaggio di ottimismo con una previsione di crescita attesa tra il 5 e il 10 % per i mercati azionari dei paesi sviluppati.

Ed in effetti tale previsione è stata rispettata, con l’indice Eurostoxx50      (che comprende i principali 50 titoli azionari di Eurolandia) cresciuto di circa il 6% e con l’indice S&P500 statunitense in crescita dell’8% (anche se per gli investitori occidentali la crescita del S&P è stata vanificata dalla discesa del dollaro).

E già da questi brevi dati, emergono alcuni punti che vale la pena di sottolineare.

Il primo è che se è vero che c’è una naturale correlazione tra i listini azionari di tutto il mondo, è anche vero che la allocazione geografica ha la sua importanza: tra il +17% messo a segno dalla borsa di Madrid e il – 4.5% ( al netto della svalutazione del dollaro) del Dow Jones c’è una non lieve differenza…

Il secondo è che le fluttuazioni del cambio incidono sempre più non solo nel determinare le performance dei portafogli, ma anche e soprattutto negli equilibri economici internazionali.

Un esempio? Il dollaro.

Poco più di due mesi fa ebbi modo di osservare, in un’intervista sul  Sole 24 Ore, che – a prescindere da chi avrebbe vinto le elezioni americane – i nodi sarebbero comunque venuti al pettine sotto la forma dei cosiddetti “deficit gemelli”: il deficit pubblico (se gli USA fossero legati dal Patto di Maastricht sarebbero fuori dai limiti!) e il deficit commerciale con l’estero. E in particolar modo paventavo come una probabile ulteriore svalutazione  del dollaro nei confronti della divisa unica, avrebbe potuto costituire la Spada di Damocle sugli equilibri economici internazionali. Non è bello passare per Cassandra, ma in soli 2 mesi il biglietto verde è passato da un rapporto di 1,23 vs euro ad 1,36…

Se si pensa che poco più di due anni fa la quotazione dollaro-euro era giunta a 0,80, ecco che la rivalutazione dell’Euro (rectius: la svalutazione del dollaro) è stata di oltre il 60%!

Ebbene, tale svalutazione, forte e repentina, ha delle implicazioni che non tutti considerano: se è vero che la discesa del $ ha–certamente- danneggiato la ripresa economica di Eurolandia ed in particolare la competitività delle sue aziende esportatrici, è anche vero che, paradossalmente, non ha recato un particolare vantaggio neanche agli stessi USA; infatti le economie maggiormente concorrenziali con gli Stati Uniti, e cioè quelle asiatiche ed in primis la Cina, hanno delle valute strettamente ancorate al dollaro e quindi la svalutazione del biglietto verde non è servita gran chè a riequilibrare la bilancia commerciale USA. A meno che…

… a meno che non arrivi la tante volte auspicata rivalutazione della valuta cinese, il reminbi, finora fermamente osteggiata dalle autorità cinesi, ma che potrebbe avvenire a 2005 inoltrato. Se ciò accadesse sarebbe logico attendersi anche un  riequilibrio del cambio dollaro-euro su livelli più graditi alle aziende europee.

Il reminbi: chi era costui? E’ buffo pensare come le economie nazionali, un tempo protette da dazi doganali al limite dell’autarchia, siano ormai diventate dei vasi Torricelliani, così collegate da dover dipendere (anche) dalle fluttuazioni della semi-sconosciuta valuta Cinese. Eppure è così, con buona pace di tutti i no-global del mondo.

Ma torniamo alle analisi.

Il tema predominante è quello della crescita economica. La crescita del PIL, sia in Europa che in Italia, c’è stata, anche se a tassi inferiori rispetto a  quanto programmato dai governi un anno fa; e non v’è dubbio che tassi di sviluppo attorno all’1% non permettono ai sistemi di svilupparsi e di creare ricchezza.

Anche quest’anno, pur con un lieve rallentamento della crescita USA, registreremo un diverso tasso di sviluppo tra le due sponde dell’Atlantico: una crescita attorno al 3.5% del PIL statunitense trova concordi gli analisti, mentre Eurolandia dovrà accontentarsi dell’1,5- 2%.

Un altro tema, forse il  più “gettonato” dell’anno scorso, è stato il petrolio.

Qui il discorso si fa più complesso: siamo passati in pochi anni da 15 a 55$ al barile, anche se, nelle ultime settimane, i prezzi si sono ridimensionati, grazie ad un lieve incremento dell’offerta (e prima o poi anche il petrolio iracheno tornerà in circolo) e ad una minore tensione sul lato della domanda dove la Cina, pur alle prese con una trasformazione epocale, ha smesso di muoversi come il classico elefante nella cristalleria…

Anche se alcune ottimistiche previsioni danno il prezzo del barile in assestamento fino a 35$, sarà comunque opportuno dimenticarsi, per l’orizzonte prevedibile, i vecchi prezzi di fine anni novanta.

Ma se i giornali parlano tanto del petrolio, e giustamente, è in realtà l’intero settore delle materie prime ad essere in ebollizione; si pensi all’acciaio o al rame, raddoppiato di prezzo in due anni e allo stesso, affascinante ma un po’ dimenticato oro, che nel 2002 valeva 250 dollari l’oncia e oggi sfiora i 450. Ebbene, le previsioni di lungo periodo sono per un ulteriore rivalutazione di tutto il comparto.

E veniamo ai tassi di interesse.

Essi costituiscono l’ingrediente essenziale per qualunque analisi economica, e ciò perché il denaro rappresenta la principale materia prima di qualunque azienda, a qualunque settore merceologico essa appartenga.

Ebbene, il costo del denaro è visto in rialzo, anche se con velocità e modalità differenti tra USA ed Eurolandia.

La FED americana, con il pragmatismo da tutti riconosciutole e sotto la regia attenta di Greenspan, ha avuto la capacità di abbassare il costo del denaro fino all’1% per reagire alla crisi economica e geo-politica di inizio millennio. Adesso che, da quasi due anni, l’economia statunitense è ripartita con tassi di sviluppo di tutto rispetto, la stessa FED ha inaugurato una politica di misurato ma sistematico rialzo dei tassi di interesse a breve, passati negli ultimi dodici mesi dall’1% al 2,25%.

Tale politica è destinata a continuare anche per  il 2005.

Tutt’affatto diverso (ancora una volta) il discorso al di qua dell’Atlantico: la Banca Centrale Europea ha nel suo DNA il dovere di lottare contro l’inflazione, di conseguenza di abbassare i tassi di interesse per dare una spinta alla ripresa economica non se ne parla neanche. Anzi, c’è la possibilità che un’ulteriore serie di rialzi dei tassi USA possa produrre un aumento del costo del denaro anche da noi il che non farebbe un gran bene alle economie della vecchia e un po’ malconcia Europa, dove la “STAbilità” garantita dal famoso Patto inizia con le stesse lettere di “STAgnazione”…

Ma allora  cosa fare dei propri soldi? Se l’oro è raddoppiato di prezzo in due anni, se il ricordo dei crolli delle Borse e degli scandali finanziari è ancora vivissimo, se i BOT non ripagano neanche dell’inflazione ed i prezzi delle case sono alle stelle, che fare?

Proviamo, sommessamente, a dare lo stesso suggerimento dato, con qualche profitto, un anno fa.

Le borse potranno dare dei ritorni positivi anche quest’anno, con risultati, magari, ad una cifra sola ma positivi e con rendimenti superiori a quelli del comparto obbligazionario.

Con due raccomandazioni:

1) Ci sarà comunque molta volatilità sui mercati finanziari e quindi non “addormentatevi” sui vostri portafogli, ma seguiteli da vicino e sappiate anche accontentarvi.

2) I mercati finanziari sono diventati sempre più difficili e complessi, dunque non fidatevi troppo del “fai-da-te” e non esitate a chiedere consulenze serie ai professionisti che si sono dimostrati meritevoli della vostra fiducia.

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