Giustizia: fare riforme è difficile

Nella campagna elettorale del 2001, la Casa delle Libertà si era impegnata per una grande ed organica riforma del sistema giudiziario, essenzialmente basata su due obiettivi di fondo:

1)       libertà della politica dal condizionamento giudiziario;

2)       indipendenza della magistratura basata sulla “terzietà” di quella giudicante.

Quindi: separazione delle carriere; no ad avanzamenti automatici di stipendi e carriere; progressione delle carriere non più legata all’anzianità ma al superamento di specifici concorsi; riduzione dei tempi dei processi; maggiore efficienza nell’organizzazione  degli uffici giudiziari; scuole di formazione ed aggiornamento; tests periodici sull’idoneità psico-attitudinale all’esercizio della professione; ecc.

Invece di partire subito con un’azione riformatrice di ampio respiro, dopo la vittoria elettorale del 2001, in questi tre anni  il governo ha preferito emanare norme spesso frammentarie ed improvvisate, alcune volte, è vero,  anche in risposta ad atti faziosi della magistratura oltranzista; ha preferito confezionare norme ad uso e consumo privatistico (vedi Legge Cirami; lodo Schifani; norme “ad personam” per cancellare reati o per ridurre i tempi di prescrizione).

L’immagine che ne è risultata non è stata positiva; l’impressione è quella di aver favorito o favorire il privilegio di qualcuno a discapito delle necessità collettive, oltre che aver avvelenato ancor di più il clima con l’opposizione.

Il governo ha dovuto spesso mediare all’interno della sua stessa maggioranza, con alleati non sempre uniti,  ed avere come contraltare non tanto l’opposizione legittima del centro-sinistra, bensì la forte corporazione giudiziaria che , in questi ultimi 15 anni, ha svolto una funzione surrogatoria con indebite invasioni politiche di campo e negli ultimi due anni addirittura con tre scioperi.

Oggi la riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario, approvata recentemente, pur essendo, a nostro avviso, insufficiente e  inadeguata, comunque non in linea con le aspettative iniziali,  è stata “bacchettata” dal Presidente Ciampi, con una serie di osservazioni critiche e con il rinvio alle Camere.

Lo stesso Berlusconi lo riconosce: “Questa riforma è all’acqua di rose; bisognerebbe fare molto di più.  Questa non è la mia riforma, fosse stato per me, avremmo dovuto procedere con una netta separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici, senza accettare tutte queste mediazioni”.

Secondo l’Associazione Nazionale Magistrati invece la suddetta riforma è “una riforma sbagliata, ingestibile, irrazionale” e per quanto riguarda la separazione delle funzioni” (non delle “carriere”) addirittura un oltraggio alla Costituzione.

Per il Presidente Ciampi il testo del governo sul nuovo ordinamento è incostituzionale in 4 punti .
Gli argomenti da modificare, secondo Ciampi, sono i seguenti:

1)       L’attribuzione al Ministro del Giustizia della fissazione delle linee di politica gudiziaria;

2)       L’ufficio per il monitoraggio dei processi;

3)       Il potere del Ministro di impugnare alcune nomine decise dal Consiglio Superiore della Magistratura;

4)       La “menomazione “ dei poteri del Csm su assunzioni, trasferimenti , promozioni e provvedimenti disciplinari.

L’opposizione ha esultato, la maggioranza ha minimizzato. Il Ministro Castelli : “Temevo peggio”.

 A nostro avviso, le osservazioni “censorie” del Presidente Ciampi sono certamente importanti, ma non fondamentali da stravolgere l’impianto e la struttura della riforma.

Le modifiche chieste però non sono semplici né marginali, come qualcuno della maggioranza governativa superficialmente  ha dichiarato, né facilmente sanabili,  anche perché i toni del messaggio presidenziale sono forti.  

Secondo il ministro Castelli il messaggio di Ciampi non tocca l’impianto della legge, tranne per il capitolo sull’organo di autogoverno della magistratura, che in questo caso richiederà molto più di un ritocco.

Sul ruolo e sulle funzioni del Csm, siamo d’accordo con questa recente dichiarazione dell’ex-consigliere laico del Csm, Mario Serio, “E’ doveroso tenere in massimo conto i rilievi del Quirinale, ma questo non significa che il Parlamento non possa intervenire emendando il vizio e disciplinando la materia oggetto dei rilievi”. Nel Caso del Csm “è giusto che eserciti tutti i poteri previsti dalla Costituzione, ma nel rispetto di regole stringenti. Prendiamo, ad esempio, la norma che istituisce l’ufficio per il monitoraggio dello svolgimento dei processi, la cosiddetta “pagella del magistrato”, il rimedio previsto dalla riforma sarà forse eccessivo e imperfetto, ma copre una lacuna perché oggi i controlli sono blandi e corporativi”.

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