Super Euro e crisi economica

L’Euro ha raggiunto il cambio di 1,33 con il dollaro. Secondo diverse previsioni, nel 2005 il dollaro si potrà svalutare di un altro 10%.

Qualcuno ha cercato di dare la colpa alla politica americana, ma sbaglia. Certamente la politica economica americana ha le sue responsabilità e nessuno vuole ignorarle o giustificarle, ma  le colpe dei problemi europei sono piuttosto nostre, di Bruxelles, di Francoforte e dei governi europei.

C’è un deficit corrente Usa che riversa sul resto del mondo centinaia di miliardi di dollari, flusso che si è andato via via  ingrossando nel tempo, in particolare dal 1997 ad oggi.

La bilancia commerciale USA è in rosso, perchè gli Stati Uniti importano molto e questo è un indice che l’economia interna e i consumi vanno bene. L’economia Usa è stata sostenuta da politiche monetarie e fiscali espansionistiche, quindi la crescita è continuata e continua, anche se al prezzo di enormi squilibri nel bilancio pubblico e nei conti con l’estero.

In Europa invece la situazione è completamente diversa, anche perchè da alcuni anni non c’è crescita. Anche i dati del terzo trimestre dell’anno del PIL (prodotto interno lordo) ne sono una ulteriore conferma.

E’ vero che l’Italia ha registrato un aumento dello 0,4% dovuto all’export rispetto al terzo trimestre del 2003, mentre Germania e Francia si sono fermate allo 0,1%, però non dimentichiamo che, su base annua, il nostro Paese resta indietro agli altri Paesi europei.

La crescita di Eurolandia nel corso di tutto il 2004 è prevista all’1,9%, mentre l’Italia si ferma . all’1,2%.

Inoltre per il 2005 potrebbero esserci dei problemi di minore crescita dovuti al caro-petrolio e all’ulteriore apprezzamento dell’euro.

Carenze infrastrutturali e forte concorrenza cinese e asiatica condizionano negativamente la nostra produzione industriale.

Qualcuno recentemente ha scritto : “Se la Commissione Prodi, dato la debolezza congiunturale, avesse meno insistito sul tetto del 3% del deficit sul PIL e la BCE avesse abbassato il suo tasso al livello di quello della Federal Reserve, ora l’euro sarebbe meno caro, il PIL europeo crescerebbe di più, la domanda in Europa sarebbe più vigorosa, gli americani esporterebbero di più verso di noi. Il cambio di 1,30 non è colpa degli americani, ma della politica fiscale e monetaria della Commissione Europea e della BCE.”

A metà novembre scorso  c’è stato un  confronto tra i ministri finanziari dell’Eurogruppo e dell’Ecofin su “un intervento” dei banchieri di Francoforte, ma senza alcun risultato.

D’altra parte capisco le difficoltà  che si possono incontrare nel trovare una posizione comune tra i 25 ministri della UE.

Con il recente summit di Francoforte della Bce  non è cambiato nulla; chi si aspettava o sperava in qualche segnale per smuovere  e rilanciare l’economia europea, è rimasto deluso.

A questo punto i governi europei non possono rimanere fermi.

In un momento in cui, nonostante l’impennata  del costo del petrolio e di altre materie prime, i prezzi al minuto sono abbastanza stabili e l’inflazione è sotto controllo, mantenere una politica di bilancio restrittiva e una politica monetaria altrettanto restrittiva, significa sostenere  l’euro alto e mantenere una crescita economica europea  bassa, mentre il resto del mondo cresce in modo significativo.

Qualcuno ha parlato di “mal di Francoforte e di Maastricht”.

In sostanza l’espansione in Europa è frenata dalla politica monetaria della Bce e dall’interpretazione rigida del patto di stabilità.

Per questo è necessario una rilettura del Patto di stabilità di Maastricht, non per cambiarne i parametri, ma per renderlo più flessibile.

Il Patto non deve concentrarsi solo sulla stabilità ma anche sulla crescita  e quindi sull’occupazione.

Su questa impostazione si notano già importanti convergenze tra il nostro Paese e la Francia, Germania, Spagna.  Bene ha fatto quindi il Presidente Berlusconi a farsi promotore di una rilettura del Patto che molti in Europea considerano troppo rigido.

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