Lo stato dell’Unione

Il trionfalismo con cui, nel giugno scorso, fu accolta l’approvazione della nuova Costituzione europea da parte dei capi di Stato e di governo è stato, probabilmente, prematuro: ben undici dei 25 Paesi membri dell’Unione (Belgio, Gran Bretagna, Repubblica ceca, Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Portogallo e Spagna) hanno infatti deciso di sottoporre la ratifica del documento a un referendum popolare, e la Germania – tradizionalmente diffidente verso questo strumento, che facilitò l’ascesa di Hitler al potere – sta meditando di fare altrettanto. Mentre per alcune di queste nazioni si tratterà di una mera formalità, o meglio di un modo per dare più forza all’adesione, per altri il pericolo di un voto negativo è acutissimo. Fino a qualche settimana fa, si pensava che le probabilità di un rigetto fossero limitate a inglesi, danesi e polacchi, ma ora anche la Repubblica ceca e, incredibilmente, la Francia appaiono a rischio. In tutti questi Paesi, la campagna per la bocciatura della Costituzione è già cominciata, spesso con l’adesione di uomini politici fin qui al di sopra di ogni sospetto, come l’ex primo ministro e leader socialista francese Laurent Fabius, che si è messo alla testa di una coalizione trasversale.

Il problema è che il dibattito sulla Costituzione, un documento di per sé tutt’altro che esaltante, che non fa neppure avanzare di molto l’Europa verso quella “unione sempre più stretta” auspicata dai federalisti, sta funzionando da catalizzatore per i critici di tutti gli aspetti dell’Unione: e nelle urne potrebbero confluire e sommarsi i no di coloro che la rifiutano per le ragioni più diverse, se non proprio opposte.

Questo sviluppo non è del tutto imprevisto. Ormai da tempo, i sondaggi indicano un calo di popolarità dell’Unione, tanto che secondo l’Eurobarometro della scorsa primavera solo in tre Paesi su 25 (Italia, Spagna e Portogallo) essa è vista positivamente da più di metà dell’elettorato; e nell’insieme della UE quasi la metà dei cittadini vedrebbero con indifferenza, o addirittura con favore, una sua eventuale scomparsa. Il costante calo dei votanti per il Parlamento di Strasburgo – solo il 45,7% nel giugno scorso – è un altro segno che le istituzioni europee non godono, specie nei Paesi nordici, di molto favore. Paradossalmente, più questo Parlamento acquista poteri, più affoga nel disinteresse dei cittadini..

Molti sono i fattori che concorrono alla caduta di immagine di una Unione che pure ha contribuito a garantire al nostro continente sessant’anni di pace e di prosperità e che, secondo gli euroentusiasti, dovrebbe ora candidarsi al ruolo di seconda superpotenza mondiale, in grado di rivaleggiare con gli Stati Uniti. Sotto certi aspetti,  ora che ha completato la realizzazione del mercato unico, lanciato la moneta comune (per la verità, limitata per adesso a 12 Paesi si 25), e  inglobato anche i Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale, essa sembra avere esaurito la sua spinta propulsiva: ha, cioè, conseguito tutti gli obbiettivi che i suoi popoli condividevano, e deve ora perseguirne altri molto più controversi (e in alcuni Paesi decisamente osteggiati), perché incidono sulle rispettive sovranità nazionali e si scontrano con diffidenze radicate nella storia.

Fortemente controversi sono anche i piani per un ulteriore allargamento dell’Unione verso Est. Mentre, nel complesso, l’inserimento dei dieci nuovi membri portato a termine il 1 maggio scorso è stato accettato quasi come un atto dovuto, e soltanto la Polonia ha fatto finora sentire la sue presenza, la prospettiva di dovere fra tre anni aprire le porte anche a due Paesi sgangherati come Romania e Bulgaria, di avere come candidati probabili  Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia e Albania, protagonisti in anni recentissimi di conflitti sanguinosi, e di doversi preparare, tra 12-15 anni, addirittura all’ingresso della Turchia è molto impopolare. Un numero crescente di cittadini si sta chiedendo che razza di Unione andiamo preparando, visto che stanno venendo a mancare l’omogeneità etnica, politica, religiosa e di costumi che appaiono indispensabili per far nascere un vero spirito di appartenenza.

Molti europei – dalla Lapponia a Malta e dall’Atlantico al Baltico, cominciano poi a risentire la crescente ingerenza di Bruxelles in tutti i campi, positiva nel senso che obbliga tutti a seguire le medesime regole, ma spesso eccessiva nel dirigere, regolamentare e condizionare molte attività economiche, gonfiando i costi e allungando i tempi di qualsiasi iniziativa, pubblica e privata. Accade così che la UE sia contestata contemporaneamente da destra, perché ha posto limiti alle ore lavorative e promulgato costose norme sociali e ambientali e da sinistra perché proibisce gli aiuti di Stato e tutela l’economia di mercato. Perfino gli agricoltori, che sono senz’altro i maggiori beneficiari del bilancio comunitario, sono pieni di lamentele, e lo saranno ancora di più ora che una parte dei fondi della PAC dovrà essere dirottata verso i nuovi Paesi membri. Chi scrive ricorda ancora una serata di campagna elettorale in un centro della Bassa bergamasca, trascorsa a discutere con un gruppo di allevatori in rivolta per le nuove norme europee sulle dimensioni delle porcilaie. Gli interessi che la Commissione è andata a toccare con questo tipo di interventi sono innumerevoli, e c’è da chiedersi se una parte di coloro che ne sono stati colpiti non si “vendicheranno” il giorno in cui dovessero essere chiamati a esprimersi su una Costituzione che, comunque, non si darà mai la pena di leggere.

Numerose innovazioni previste da questa Costituzione, come la creazione di uno spazio giuridico europeo o l’istituzione di regole comuni per la concessione del diritto d’asilo, suscitano comunque diffidenza e preoccupazione, soprattutto nei Paesi meglio amministrati: probabilmente, temono il contagio degli altri, o – come gli inglesi – non gradiscono che l’Alta Corte di Giustizia della UE possa in qualche modo interferire con un processo giudiziario che giudicano (probabilmente a ragione) migliore di tutti gli altri. Ad attenuare questo genere di dubbi, non è certo servita la rivelazione che, a partire dall’anno 2000, la Grecia ha sistematicamente e scientemente “truccato” i suoi conti pubblici per rientrare nei parametri di Maastricht ed essere così ammessa all’Euro. Le possibilità di altri imbrogli di questo genere, che potrebbero addirittura minare la affidabilità della moneta comune non potranno che aumentare quando alla porta dell’Unione Economica e monetaria busseranno i nuovi membri.

Un altro problema molto sentito è la mancanza di un idioma comune (meno della metà dei 450 milioni di abitanti conosce almeno una lingua straniera), e di conseguenza di mezzi di informazione comuni, in grado di dare ai cittadini una visione europea delle cose. Candidata naturale, per il ruolo di “lingua franca”, sarebbe quella inglese, la più studiata e la più conosciuta anche nei nuovi Paesi membri e resa quasi indispensabile dalla diffusione di Internet. Ma la Francia si oppone con tenacia a ogni iniziativa in questa direzione, un po’ per il suo ben noto sciovinismo linguistico, un po’ con l’argomento che la Gran Bretagna resta, per sua stessa volontà, ai margini dell’Europa. Una delle conseguenze è che le istituzioni europee hanno la bellezza di 22 lingue ufficiali, con una costosissima proliferazione di interpreti e traduttori e la produzione di montagne di carta.

In questo modo, anche i cittadini che leggono i giornali o seguono la televisione sono poco informati di ciò che succede negli altri Paesi e i problemi dei vicini sono o ignorati quando i media se ne disinteressano, o esagerati quando servono da spunto a inchieste scandalistiche; e il timore di doversi far carico delle difficoltà di popoli con cui spesso non esiste un sentire comune provoca, nell’opinione pubblica meno informata, crescenti reazioni di rigetto. Tali sentimenti non sono circoscritti ai partiti apertamente antieuropeisti, che pure hanno ottenuto nelle ultime elezioni risultati sorprendenti e sicuramente avranno un ruolo cruciale nelle campagne referendarie che si preparano, ma sono diffusi, almeno sottopelle, anche tra chi vota per formazioni dalle idee politicamente corrette.

Un disegno che, almeno in teoria, è condiviso da una maggioranza di europei è quello di dotare l’Unione di una politica estera e di sicurezza comune, detta PESC.  Fra le tante innovazioni che la Costituzione introduce, quella di un Ministro degli Esteri con l’autorità di rappresentare tutti 25 i Paesi  è perciò una delle più gradite. Ma le ultime vicende internazionali hanno gettato molta acqua sul fuoco degli entusiasmi. Ci si chiede, tanto per fare l’esempio più clamoroso, che posizione avrebbe mai potuto prendere questo Ministro nei confronti della guerra contro Saddam, visto che – grosso modo – metà dei membri erano favorevoli e l’altra metà contrari. La prevalenza degli interessi nazionali su quelli europei è ancora la regola, anche per Paesi come Francia e Germania che si professano più europeisti degli altri. L’ultimo caso è quello della campagna di Berlino per ottenere in esclusiva un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, invece di lavorare insieme con Italia, Spagna, Polonia ed altri per l’istituzione di quel seggio europeo che pure sarebbe uno strumento indispensabile per l’attuazione della PESC. Ma i temi su cui sarà difficile trovare un minimo denominatore comune tra i vari governi vanno molto al di là della crisi irachena, specie quando riguardano interessi in cui le lobby nazionali, dagli agricoltori ai petrolieri, mantengono un grande potere.

Un settore che ha fatto buoni progressi è invece quello militare, che può contare sulla indispensabile collaborazione della Gran Bretagna. Il cosiddetto Eurocorpo sta assumendo la piena responsabilità del mantenimento dell’ordine in Bosnia e tra breve avrà anche, per sei mesi, la guida delle forze internazionali che stanno cercando di assicurare la stabilità in Afghanistan. All’interno dell’Unione si sono formati vari nuclei di Paesi che collaborano attivamente tra loro alla costituzione di reparti integrati. L’Italia collabora su un fronte con Francia, Spagna e Portogallo, dall’altra addirittura con Slovenia e Ungheria.  Ma anche qui, ci sono limiti difficilmente valicabili:  i Paesi rimasti neutrali durante la guerra fredda – come Austria, Svezia, Irlanda, Finlandia (e ora anche Malta e Cipro) – tendono a defilarsi dagli obblighi militari e difficilmente potranno essere indotti a unirsi agli altri in quella politica di potenziamento dell’apparato militare indispensabile per fare uscire l’Unione dalla sua condizione di gigante economico e nano politico. Le rispettive opinioni pubbliche non glielo permetterebbero. Sebbene la mancanza del loro apporto non possa incidere molto sulla capacità operativa del Corpo d’Armata europeo, che dipende dai grandi Paesi, sul piano politico il loro “optout” comporta l’ennesima spaccatura interna.

A mano a mano che, dopo l’allargamento, si tenta di procedere al cosiddetto “approfondimento”, emergono in tutta la loro drammaticità altre divergenze sul disegno futuro dell’Unione, che hanno contribuito ad annacquare la Costituzione e potrebbero portare al suo affossamento. Il nucleo centrale formato da Francia, Germania e Benelux (da cui l’Italia si è parzialmente sganciata sotto il governo Berlusconi) continua ad avere, nella scia del suo ideatore Jacques Delors, una visione “centralistica” dell’Europa, e punta alla graduale uniformazione dei regimi fiscali, delle leggi sociali e dell’amministrazione della giustizia. La Gran Bretagna ed i suoi alleati resistono invece a questa tendenza, e preferiscono un’Europa più snella, meno regolamentata e libera di muoversi. A meno di imprevedibili rivolgimenti, queste due tendenze di fondo appaiono inconciliabili e anche la proverbiale capacità di Bruxelles di trovare formule di compromesso non ha qui molti margini di manovra. C’è da aggiungere che a un Presidente della Commissione “centralista”, com’era Prodi, me è succeduto uno “liberista” come Durao Barroso.

Nel corso del Consiglio Europeo di Lisbona di due anni fa, l’Unione si è dato (sulla carta) l’ambizioso traguardo di diventare l’area più competitiva del mondo, con programmi molto avanzati nel campo della ricerca, dell’innovazione e della razionalizzazione della produzione. I risultati, finora, non sono incoraggianti: l’Europa continua ad avere un tasso di sviluppo inferiore a quello degli Stati Uniti e dell’Asia e a perdere terreno sui mercati mondiali, tanto che alcuni osservatori giudicano il suo declino irreversibile. Il politologo americano Max Boot, autore di un approfondito studio sull’argomento, sentenzia: “Applicando i criteri tradizionali, l’Europa presenta una serie di sintomi negativi: crescita economica anemica e ingessata da troppe norme, spese per la Difesa in caduta libera e gravissima crisi demografica”. Proprio quest’ultimo fattore, con il relativo invecchiamento della popolazione, è considerato il vero handicap dell’Unione. Ogni anno che passa, più cittadini escono dal mercato del lavoro di quanti ne entrino (senza prendere in considerazione gli immigrati extracomunitari) e già nel 2050 ci saranno 75 pensionati per ogni persona attiva, con catastrofiche ripercussioni sui bilanci degli istituti previdenziali.

I cittadini europei hanno dunque buone ragioni per essere perplessi sul futuro dell’Unione. Ma che cosa accadrebbe se, nel corso del 2005, uno o più Paesi bocciassero la Costituzione, che deve essere ratificata da tutti prima di entrare in vigore?  Molto dipenderà da dove arriveranno i “no”. Se, per esempio, l’unico rifiuto fosse quello della Gran Bretagna, questa potrebbe anche essere invitata dagli altri a lasciare la UE, e di accontentarsi di mantenere con Bruxelles un rapporto di associazione come quello della Norvegia. Se gli inglesi fossero in compagnia di altri tre o quattro Paesi, un’ipotesi concreta sarebbe la divisione dell’Unione in due blocchi, con il primo ormai libero di procedere sulla strada di una maggiore integrazione e il secondo soddisfatto di fare parte di una grande area di libero scambio. Se poi agli altri probabili “no” si aggiungesse quello della Francia, da sempre pilastro portante dell’Europa comunitaria, si aprirebbe una crisi dagli esiti imprevedibili e l’intero meccanismo potrebbe entrare in una fase di semiparalisi. L’utopia federalista, oggi ancora viva anche nel nostro Paese, ne uscirebbe ferita a morte. Uno scioglimento dell’Unione non sarebbe, comunque, nell’interesse di nessuno: piuttosto, il fallimento, parziale o totale, del progetto di Costituzione potrebbe rilanciare la cosiddetta “Europa alla carta”, in cui ogni Paese sarebbe libero di scegliere le forme di integrazione che preferisce in collaborazione con gli altri membri che ci stanno. E’ una prospettiva che i puristi osteggiano, perché darebbe vita a tante “piccole Europe” – delle frontiere, della moneta, della pressione fiscale e altre ancora – che si sovrapporrebbero l’una con l’altra e sarebbero difficili da governare. Ma forse sarebbe anche un ritorno coi piedi per terra, dopo tanto (e forse troppo) sognare.

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