L’irresistibile declino dei democratici

Dal 1980 ad oggi, cinque dei sei candidati democratici alla Presidenza (Carter, Mondale, Dukakis, Gore, Kerry) sono tornati a casa sconfitti. Solo Clinton ha vinto, due volte ma senza mai raggiungere il 50% del voto popolare (per trovare un presidente Democratico eletto con la maggioranza assoluta dei voti bisogna risalire addirittura a Johnson, nel 1964).  Fino agli inizi degli anni ’90 i democratici controllavano il Senato e, ancora più saldamente, la Camera (Reagan riuscì a governare solo ammaliando i “conservatives democrats”): ora i repubblicani hanno una maggioranza di dieci seggi al Senato e di una trentina alla Camera. Dei cinquanta stati dell’Unione,  28 hanno un governatore Repubblicano e solo 21 uno Democratico (uno è ancora in ballottaggio).

Un panorama disastroso per un partito che, apparentemente, dovrebbe vedere crescere il suo consenso quasi automaticamente, per il solo effetto della demografia. Crescono di numero, infatti, tutti i gruppi sociali che votano tradizionalmente democratico: neri (89% di democratici), ispanici (55%), single (56%), gay (85%), donne (52%), giovani che votano per la prima volta (55%). Da una analisi sociale più articolata, negli stati dove Kerry ha avuto più voti si beve vino tre volte di più che negli stati pro-Bush, si abortisce quattro volte di più e vi è il doppio di immigrati. Ma ciò che più stupisce è la divisione del voto tra città e campagna: Kerry prevale nettamente (56%) nei centri con oltre 50.000 abitanti, anche negli stati più conservatori, mentre Bush stravince, anche negli stati più progressisti, in tutte le contee rurali. I più filo-Kerry, non stupirà, sono i burocrati statali in buona parte neri del District of Columbia, il mini stato della capitale che ha votato Kerry con percentuali bulgare (89%). I maschi bianchi restano la riserva più compatta di voti repubblicani (61%), come pure le donne sposate (54%).

Il tempo, e le evoluzioni della composizione dell’elettorato, sembrano dunque favorire i “Dems”, eppure questo partito sembra chiuso in un angolo e incapace di uscirne. Queste elezioni erano la grande occasione: un Presidente che si presentava, per la prima volta da 70 anni, con quasi un milione di posti di lavoro persi nel suo mandato, con l’indice di fiducia dei consumatori in calo (mai un Presidente era stato rieletto con un indice inferiore a 99, ed ora segna 93), con la borsa zoppicante, ed una guerra ora chiaramente impopolare. Anche la scaramanzia giocava contro Bush: mai un figlio di Presidente era stato rieletto, né mai lo era stato un candidato con cognome di quattro lettere (Polk, Taft, Ford e Bush sr. i precedenti). Dal 1936, inoltre, a decidere la vittoria elettorale sembrava essere la squadra dei Washington Redskins: se vinceva l’ultima partita in casa, il Presidente in carica veniva rieletto, altrimenti veniva sconfitto; nel 2004, sinistramente per Bush, avevano perso. 

Eppure hanno perso i Democratici, ed è limitativa l’interpretazione che dà la stampa progressista, per minimizzare la portata politica dell’evento: è vero che gli americani hanno scelto il “presidente di guerra”, il sempliciotto ma simpatico Bush contro l’antipatico e ambiguo Kerry, ma è anche vero che hanno scelto deputati, senatori e governatori repubblicani (scalzare 8 democratici è clamoroso, in un paese dove di solito i deputati e senatori uscenti sono rieletti quasi automaticamente) contro avversari democratici, ed hanno approvato referendum conservatori su matrimoni gay e aborto (rendendo obbligatoria, in Georgia, l’informativa ai genitori prima di un aborto su una minorenne). Soprattutto, i democratici non hanno più leaders: sconfitto Kerry, che era l’emanazione del clan Kennedy, trombato clamorosamente (non succedeva da 60 anni) il leader della minoranza al Senato Tom Daschle, chi resta? Hillary Clinton è il perfetto identikit del candidato perdente (liberal e presuntuoso), capace di mobilitare solo la minoranza più a sinistra dell’elettorato democratico, ma di esaltare a rovescio la mobilitazione dei conservatori, che la odiano. Inoltre, tra due anni rischia grosso nella sua rielezione al Senato, se come pare si candideranno Rudolph Giuliani e/o il Governatore Pataki. John Edwards, presentato da alcuni come l’uomo del futuro, non convinceva neppure Kerry (“non riesco a vedere un solo motivo al mondo per cui quest’uomo possa pensare di meritare di diventare presidente degli Stati Uniti”, diceva durante le primarie). E’ un avvocato, razza detestata dalla grande maggioranza degli americani, non ha alcuna esperienza amministrativa (come del resto Kerry e Hillary: giova invece ricordare che i due ultimi presidenti democratici erano ex-governatori), è un populista con una agenda politica fatta di tanti facili “no” (come quello, risibile, all’outsorcing delle imprese americane all’estero), ma di nessun chiaro programma in positivo; ha una sola dote riconosciuta: l’eloquenza, una “lingua d’argento”, che non credo basti per governare una nazione. Si è inoltre quasi suicidato politicamente negando fino all’ultimo l’evidenza della vittoria di Bush, e promettendo (smentito presto da Kerry) battaglie legali fino all’ultimo voto, confermando di non avere capito la differenza tra un avvocato ed uno statista. Nel suo stato, il North Carolina, Bush ha vinto facilmente ed i repubblicani hanno strappato un seggio ai democratici.

I nomi nuovi vengono dalle minoranze: in Colorado i democratici sono andati bene, eleggendo ben due Salazar, uno al Senato ed uno alla Camera, ed in Illinois il giovane nero Barack Obama ha stravinto su un repubblicano anch’esso di colore. Ma non è solo sui leader del futuro (cui i Repubblicani possono contrapporre già ora figure come Mc Cain e Giuliani) che i Democratici sono in difficoltà: è sul programma politico che non sembra sappiano produrre nulla di interessante. Clinton, eletto con i voti della sinistra, sarà ricordato (dagli annali della politica) solo per successi “di destra”: l’accordo Nafta di libero scambio, l’inizio della riforma del welfare system, il surplus di bilancio. L’agenda repubblicana, se non sarà più distratta dall’Iraq, è fitta di idee: riduzione della spesa sanitaria aggredendo i costi legali che la penalizzano, ulteriore privatizzazione del sistema pensionistico, difesa dei valori familiari e dell’ autonomia delle comunità locali, rilancio della produzione di energia, semplificazioni fiscali (e ulteriori tagli, deficit permettendo), lotta al proliferare delle azioni legali tipo “class action” che penalizzano le imprese per arricchire gli avvocati,  conferma del ruolo di leader degli USA nel mondo.

In fondo, è l’onda lunga della rivoluzione di Newt Gingrich, che completò la svolta data da Reagan per trasformare un partito “freddo” e più che altro “pro-business” in un movimento ideologico sofisticato e rivolto al futuro. L’agenda democratica ha pochi punti fermi (ampliamento della assistenza sanitaria e del ruolo della scuola pubblica, “affermative actions”, posizione pro-Kyoto, voglia di riavvicinarsi agli alleati europei e di “rifarsi il look” nel mondo) ma idee poco chiare su come finanziarli o renderli compatibili con la difesa degli interessi americani. Per convincere e mobilitare gli indecisi, che come sempre decideranno gli esiti delle prossime elezioni, occorre molto di più: dal 1964 i repubblicani, con l’allora eretico Goldwater, hanno ricominciato a progettare il futuro, mentre i democratici, rifugiandosi dietro il fantasma sacralizzato di John Fitzgerald Kennedy, hanno cominciato a vivere di nostalgie.

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