Le elezioni USA: un referendum sulla politica di Bush

L’America si è svegliata ieri mattina spaccata in due quasi secondo le linee del 2000, ma un po’ più repubblicana. Bush, che quattro anni fa aveva ottenuto meno voti popolari di Al Gore, stavolta ne ha raccolti tre milioni e mezzo più di Kerry. La maggioranza del “Grand Old Party” al Senato è passata da 51-49 a 55-45 e quella in Congresso è aumentata di una decina di seggi. La Florida, dove il presidente aveva vinto quattro anni fa per poco più di cinquecento (contestatissimi) voti, stavolta si è schierata nettamente con lui. Tutti i referendum promossi dai repubblicani contro il riconoscimento dei matrimoni gay hanno avuto esito positivo.

Se si vuole interpretare questo voto, che ha visto una affluenza alle urne superiore di quasi il 20 per cento a quella del 2000, come un referendum sull’operato di George W.Bush, non c’è dubbio che il presidente lo abbia vinto. Nel corso degli exit polls, una maggioranza di elettori ha manifestato contrarietà alla guerra in  Iraq e insoddisfazione per l’andamento dell’economia, ma la parola d’ordine è stata che non si cambia il comandante in capo nel bel mezzo di un conflitto mortale con il terrorismo.

Nonostante il ritardo di Kerry nell’ammettere la sconfitta, determinato dalla illusione di potere rovesciare il risultato nello stato chiave dell’Ohio grazie al conteggio dei cosiddetti “voti provvisori” (cioè espressi da elettori che non si erano registrati),  il successo del presidente non è mai stato veramente in discussione. Dopo gli scandali di quattro anni fa, che gettarono un’ombra sulla sua vittoria, molte disfunzioni sono state corrette e la consultazione si è svolta in maniera regolare, con un voto popolare che ha suffragato ampiamente l’esito determinato dal collegio elettorale.

L’asprezza dello scontro ha finito con il produrre un successo per la democrazia, coinvolgendo milioni di persone che in altre circostanze avrebbero disertato le urne. Al gigantesco sforzo compiuto dai democratici per portare al voto i giovani, i neri, gli ispanici i “colletti blu” colpiti dalla disoccupazione e tutte le altre categorie suscettibili di votare in maggioranza per Kerry, i repubblicani hanno risposto con una mobilitazione ancora più efficace della loro base evangelica e conservatrice, che ha come fari patria e famiglia. E’ significativo, sotto questo punto di vista, che il venti per cento di elettori che hanno detto di avere votato in base ai “valori morali” hanno dato quasi compatti la loro preferenza a Bush.

La vittoria del presidente non sana le ferite aperte durante la campagna, ma garantisce, ovviamente, la continuità della politica americana, sia sul piano interno, sia su quello internazionale. I tagli delle tasse saranno perciò mantenuti, nonostante un deficit federale che si avvicina ormai al 5%, e non ci sarà quel potenziamento dello stato sociale invocato da Kerry. La vittoria al Senato renderà più facile a Bush  nominare nuovi giudici conservatori alla Corte Suprema, con conseguenze importanti e durature sulla legislazione e sul costume. In politica estera l’impegno in Iraq sarà mantenuto finchè il governo Allawi, o quello che prenderà il suo posto dopo le elezioni di gennaio, non sarà in grado di assicurare la stabilità con le sue forze. La lotta al terrorismo islamico, che è stato il cavallo di battaglia di Bush durante la campagna, proseguirà su tutti i fronti e sarà intensificato lo sforzo per catturare Bin Laden. Ma, ora che ha a disposizione altri quattro anni, e i vari Chirac e Schroeder non potranno più contare su una sua possibile uscita di scena, Bush cercherà anche di ricucire i suoi rapporti con quell’Europa che non lo ha seguito nella guerra a Saddam. Ma neppure nel suo secondo e ultimo mandato Bush rinuncerà al principio della guerra preventiva se gli Stati Uniti (e indirettamente, l’Occidente) saranno messi sotto scacco. Iran e Corea del Nord faranno perciò bene a stare in guardia.

Per chi hi ha tifato più o meno apertamente per la conferma di Bush – Blair, Berlusconi, Putin in testa – l’esito delle elezioni rappresenta un importante, anche se indiretto successo. Essi potranno aspettarsi, ora, qualche segnale di riconoscenza, che nel caso dell’Italia dovrebbe tradursi in un sostegno al nostro piano per la riforma del Consiglio di Sicurezza.

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