La presa di Falluja è necessaria

“Sarà la più grande operazione militare dei marines dopo la battaglia di Hue in Vietnam del 1968”: è bastata questa presentazione dell’attacco a Falluja da parte di un generale  per alimentare le apprensioni di una parte della comunità internazionale. Il timore, manifestato anche da Kofi Annan, è che l’assalto e gli inevitabili combattimenti casa per casa provochino troppi “danni collaterali” (leggi, la morte di molti civili) e abbiano l’effetto di alimentare l’ostilità della popolazione verso la coalizione ed il governo provvisorio. E’ molto citata la frase del presidente iracheno ad interim, lo sceicco sunnita Ghazi al Jawar, che in contrasto con il primo ministro Allawi ha detto: “Attaccare i ribelli di Falluja è come sparare a una mosca che si è posata sulla testa del tuo cavallo: quasi certamente mancherai la mosca e ucciderai il cavallo”. In alternativa, egli proponeva di continuare ad oltranza i negoziati, ma non teneva evidentemente conto del fatto che la  vera controparte non erano i combattenti iracheni, che potrebbero avere avuto qualche interesse a un compromesso, ma una “legione straniera” della galassia di Al Qaeda, che non aveva ragione di preoccuparsi della sorte della città, è assetata di martirio e comunque ha come principale obbiettivo quello di infliggere agli americani le maggiori perdite possibili.

La ”soluzione Hue” (una battaglia in cui caddero migliaia di vietcong, ma anche 142 marines e che contribuì non poco ad alimentare l’ostilità dell’opinione pubblica americana verso la guerra) non è stata probabilkmente l’ideale per un comando statunitense relativamente a corto di forze e sempre attento a limitare le perdite. Ma, considerando la situazione generale e la necessità di tenere ad ogni costo  elezioni credibili il 27 gennaio, la distruzione del principale centro della guerriglia e l’imposizione di almeno una parvenza di autorità su una città che vi si era sempre sottratta era diventata una necessità imprescindibile.

Più ancora di Bush e di Rumsfeld, è stato Allawi a insistere per accelerare l’operazione, per almeno tre ragioni. 1) In un mondo come quello arabo, che riconosce solo il linguaggio della forza, consentire  il controllo di una città a terroristi – in buona parte stranieri – responsabili di quotidiani crimini contro gli iracheni che collaborano alla ricostruzione del Paese comportava una gravissima perdita di credibilità. 2) Per avere validità interna e internazionale, le elezioni di gennaio devono coinvolgere non solo i Kurdi del nord e gli Sciiti del Sud, ma anche gli abitanti del “triangolo sunnita” intorno alla capitale, che ospita oltre un quinto della popolazione. Questo, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza eliminare i maggiori focolai di resistenza. Soltanto una volta stabilita l’autorità del governo provvisorio su Falluja, Ramadi, Samara e le altre città della regione, i sunniti si convinceranno che la ribellione non ha possibilità di riuscita e che, se vogliono contare ancora nell’Iraq di domani, devono partecipare anche loro al processo democratico. 3) Se anche non servirà a catturare il famigerato Al Zarkhavi, la presa di Falluja dimostrerà al mondo intero la matrice internazionale del terrorismo iracheno, dove i shahid, gli attentatori suicidi che seminano ogni giorno morte, sono in gran parte fanatici accorsi da altri Paesi musulmani (oltre agli arabi, ci sono afgani, ceceni, iraniani, pakistani).

Le critiche rivolte in queste ore agli Stati Uniti appaiono perciò ingiustificate. Se si è in guerra, bisogna anche cercare di vincerla, e la presa di Falluja è un passaggio essenziale sia per sconfiggere la guerriglia e rafforzare il governo provvisorio, sia per preparare una exit strategy. Le elezioni non saranno una passeggiata, anche se la decisione del governo di utilizzare come liste elettorali gli elenchi usati dal passato regime per la distribuzione di cibo dovrebbe semplificare le operazioni. L’importante è che la comunità internazionale non stia a guardare, ma collabori nei limiti del possibile al loro successo: a cominciare dall’ONU, che in base anche all’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dovrebbe avere un ruolo chiave, ma che per le mille paure di Kofi Annan ha fatto finora bel poco.

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